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LA FISARMONICA

A testa bassa avanzò tra la folla che si assiepava sulla banchina della metro.
L’andirivieni era incessante e gli animi cominciavano a scaldarsi per il ritardo accumulato dal convoglio. C’era già chi cominciava ad imprecare, facendo avanti e indietro. L’uomo però era sereno e con gesti calmi e misurati, sicuro di sé, cominciò ad aprire la lampo della custodia, tirando fuori lentamente lo strumento.

La fisarmonica era rossa, di un carminio antico. Si capiva che doveva suonare da parecchi anni perché lo smalto era scrostato in più punti e i tasti erano ingialliti. Eppure era bellissima. La tracolla poi era di una stoffa particolare, mirabilmente ricamata, e l’uomo, sorridendo leggermente, se la infilò con gesti esperti. Appoggiatosi contro il muro con la schiena e tenendosi in equilibrio con un piede contro la parete, alzò il capo e cominciò a suonare. I lineamenti del suo viso, duro e non incline al sorriso, si addolcirono di colpo. Il mento, che tendeva a congiungersi con la punta del naso aquilino, la linea delle labbra, sottili, quasi invisibili, perfino le orecchie, che sgraziatamente tendevano all’in fuori, tutto questo cedette ad un rilassamento che finì per ingentilirne l’aspetto. Gli occhi, grigi, freddi e diffidenti, assunsero un’aria sognante, come di chi vede cose che gli altri non possono vedere, e la melodia riempì pian piano la stazione della metropolitana fino a saturarla completamente.

Pablo Picasso, "Suonatore di fisarmonica", 1911, New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Pablo Picasso, “Suonatore di fisarmonica”, 1911, New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Man mano che le note si articolavano fra loro nell’aria stagnante della galleria, sempre più persone si rivolgevano a guardare lo straniero. L’espressione distratta, assonnata o annoiata, contrariata, triste o pensierosa, distaccata o depressa, gradualmente mutava, e i volti di coloro che si fermavano davanti a lui erano trasognati.
Un capannello sempre più ampio si andava formando intorno allo straniero, che continuò a suonare ad occhi chiusi, con trasporto, come se non vi fosse nessuno ad ascoltarlo. In breve, tutte le persone presenti nella stazione della metro rimasero ammaliate dall’insolito musicista. Rimanendo immobili e mute assistettero passive all’esibizione dell’uomo.

Il brano era sconosciuto e faceva pensare ad una nenia di altri tempi ad altri luoghi, magari esotici e lontani, inducendo a far socchiudere gli occhi a molti dei presenti, trasportandoli chissà dove.
Quando la melodia raggiunse l’apice dell’espressività, il treno arrivò sferragliando in banchina. Il rumore fu assordante, preceduto dal solito spostamento d’aria, ma nessuno dei presenti si girò a guardare il convoglio e, quando le porte si aprirono, nessuno di loro vi salì. Quelli che scesero rimasero interdetti ad osservare le settanta-ottanta persone che formavano il capannello compatto. Dopo che il treno fu ripartito e dopo essere stato ingoiato dalla galleria sotterranea, le note dolci e penetranti della fisarmonica si udirono di nuovo distintamente. In pochi secondi tutti quelli che erano appena scesi dal vagone si unirono agli altri. Alcuni di questi addirittura ridiscesero la scala mobile, che avevano appena cominciato a salire, percorrendola al contrario, non appena arrivò alle loro orecchie l’insolita melodia.

Passarono così altri tre convogli e tutte le persone che ne uscirono si trattennero nella stazione per ascoltare lo sconosciuto.
In piedi, immobili, ricordavano gli omini in bombetta di un quadro di Magritte. Alcuni di loro socchiusero gli occhi e presero a dondolarsi lievemente mentre ascoltavano, ma tutti quanti rimasero muti e rapiti. In trance.
La banchina ormai non era più in grado di contenere altre persone, che ormai, in tutto, arrivavano forse a centocinquanta o più.

All’improvviso, la melodia cessò.
L’uomo si staccò dal muro e lentamente si sfilò la fisarmonica riponendola con cura nella logora custodia. Un dolcissimo sorriso finì per rendere affascinante quel suo volto altrimenti sgradevole e, inchinandosi, rese omaggio agli astanti, che, senza dire una parola sorrisero a loro volta, come per ringraziarlo. A nessuno venne in mente di offrire del denaro allo sconosciuto, che, del resto, non ne chiedeva.

Lo straniero, ancora sorridendo, s’incamminò verso l’uscita, e in pochi secondi scomparve, come in un gioco di prestigio. I presenti rimasero imbambolati a guardarsi tra loro, senza che apparissero consapevoli di quel che era accaduto.
Poi, lentamente, ognuno di loro riprese la sua strada, chi aspettando il prossimo treno, chi salendo la scala mobile per uscire. Sorridevano tutti però, e c’era molta serenità nei loro occhi, come per coloro che, svegliatisi da un bellissimo sogno, stentano a ritornare nell’anonima e banale realtà quotidiana.

 

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