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LA FETTA DI FORMAGGIO

“Sarà buona?” Si chiese perplesso Giancarlo mentre contemplava con occhio critico il contenuto del panino comprato al self-service della stazione poco prima che il treno partisse. A  guardarla con occhio distaccato era solo una innocente fetta  di groviera, che però si presentava in modo ben poco invitante. Non più alta di mezzo centimetro, era un po’ rinsecchita e trasudava grasso come se avesse caldo. I bordi, incurvati all’insù, la facevano somigliare più a un irreale aquilone bucato che a qualcosa di commestibile. Per giunta all’interno di un buco, che sembrava fatto col compasso, s’intravedeva qualcosa di verde, un verde brillante decisamente inquietante. “Mah” – pensò a voce alta Giancarlo –  ”speriamo bene!”, quindi addentò con determinazione il panino.  “Non è poi tanto male”  – pensò ancora, assaporando il primo morso e cercando di convincersi – “E poi ho fame!”. Così, in un paio di minuti, la sua cena terminò. A pasto concluso, si abbandonò soddisfatto sul poggiatesta laterale e guardò fuori dal finestrino, dove la campagna autunnale scorreva veloce alla debole del crepuscolo. Era prossimo ad appisolarsi quando il suo stomaco gli inviò una gratificante bolla d’aria che si tramutò in un piccolo rutto.

 "Partenza della nave alata" di Vladimir Kush

“Partenza della nave alata” di Vladimir Kush

E in quel momento, aprendo un po’ di più gli occhi già socchiusi, vide attraverso il vetro che la campagna stava scomparendo.  Come in un film girato e proiettato a sua insaputa, i contorni degli alberi, delle case, delle strade, di tutto quanto, sfumavano, lasciando solo una nebbiolina leggera, come quando in TV scompare il video. Poi, pian piano, cominciarono a delinearsi i contorni di qualcos’altro. Aprì gli occhi di scatto e un gemito di spavento e di sorpresa insieme gli uscì dalla bocca aperta quando la scena fu sufficientemente nitida: vide se stesso nell’atto di acquistare il panino al bar della stazione. Non ebbe neanche il tempo di chiedersi cosa stesse accadendo che, repentinamente la scena cambiò di nuovo e si vide litigare col capo-ufficio, cosa accaduta veramente circa un mese prima, per colpa di una sua distrazione sul lavoro.

“Non dovevo rispondergli così”  – pensò mentre appoggiava le mani sul vetro.

 Cambiò di nuovo la scena. Ora si vedeva mentre, era passato quasi un anno, firmava il contratto per la casa nuova, cioè quando, avventatamente, aveva fatto il passo più lungo della gamba. Poi di seguito, imbambolato e inconsapevole, assistette alla scena di sua sorella Elisa che, stesa sul letto dell’ospedale moriva, quasi cinque anni prima. Ebbe appena il tempo di pentirsi di non essere andato a trovarla che l’invisibile regista gli fece rivivere il momento in cui aveva lasciato Marta, la ragazza con cui era stato per quasi dodici anni, che tanto aveva amato e che avrebbe dovuto sposare. Lì la scena si soffermò un po’ più a lungo. Vide le fedi restituite all’orefice e le lacrime disperate sul volto di lei. Sentì un dolore profondo e un secondo gemito, più forte del primo, gli uscì dalla bocca spalancata. Era stato l’errore più grosso della sua vita. Per paura del matrimonio aveva rinunciato a ciò che in seguito avrebbe rimpianto di più: una famiglia e dei figli da amare. Mentre inconsapevolmente una lacrima gli scendeva sui baffi, la scena cambiò di nuovo. Si vide militare, mentre era in corso un’esercitazione. Poi, velocissimo, il “film” corse indietro nel tempo, mostrandogli i compagni del liceo, una gita sulla neve, un Natale passato in allegria con i suoi, il triciclo rosso, ricevuto in dono da Babbo Natale all’età di tre anni e, infine, lui a pochi mesi di età , nel suo lettino, mentre sua madre gli cantava una dolcissima ninna-nanna cercando di farlo addormentare.

Sopraffatto da tutto quello che aveva visto, staccò finalmente le mani dal vetro e, abbandonato il capo sullo schienale, si addormentò sulle note melodiose di un carillon che suonava solo nella sua testa.

Si svegliò di soprassalto.

Il treno, arrivato a destinazione, aveva rallentato progressivamente, ma la frenata finale l’aveva bruscamente riportato nel mondo reale.

“Accidenti!” –  mormorò fra sé – “la prossima volta sarà meglio che prenda un panino al prosciutto!”. E, ancora frastornato per quello che riteneva fosse stato un sogno, prese la valigia e scese esitante dal treno. Guardando distrattamente tra la folla del marciapiede, individuò una donna che, quasi correndo, gli veniva incontro sorridente. Gli sembrava un viso conosciuto e quasi si fermò ad aspettarla.

“Ciao amore”,  disse lei dandogli un piccolo bacio sulle  labbra, “ è andato bene il viaggio di ritorno?”

“Ma… tu sei…MARTA!”

“Certo, chi dovrei essere?” gli rispose la donna ridendo divertita.

“Dai, sbrighiamoci! Noemi e Federico sono a casa con la nonna. Ti aspettano!”

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