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La voce del dolore

di Tommaso Mineo

La cena era pronta: minestrone e spezzatino con le patate, cose calde, invernali. Aveva piovuto tutto il giorno, solo verso sera aveva smesso “Meno male almeno non torna a casa bagnata”. Ogni tanto guardava l’orologio, quasi le nove. Tardava, chissà forse il traffico, la pioggia. Ma i minuti passavano e Giulia non si vedeva, “Giulia , la luce dei miei occhi”.

Si sentì tremare, guardò l’orologio, le nove e quaranta. Prese il giaccone, l’ombrello e uscì, non sapeva dove ma doveva cercare la sua Giulia. Andò alla fermata, niente, solo buio e pozzanghere. Girò per il quartiere sempre più disperata; alle undici andò al Commissariato. La sala d’attesa era fredda e sporca e fredde erano le domande degli agenti ”Quanti anni ha sua figlia? dove lavora? Ce l’ha il fidanzato?”, ma poi quando sentirono il suo dolore, il suo pianto, l’ascoltarono con attenzione e subito cominciarono a cercare la sua Giulia.

La trovarono la mattina dopo dentro un fosso ai lati della strada. Era scesa dall’autobus alla solita fermata, ma una macchina l’aveva investita in pieno e poi era fuggita. Non era morta per il colpo ma soffocata in pochi centimetri d’acqua, annegata, “La mia Giulia, cinque anni di nuoto!”. Luca, il suo istruttore la chiamava “pesciolino rosso” per i suoi capelli rossi, ricci e ribelli che lei a fatica le infilava nella cuffia. “Giulia, luce dei miei occhi ”, quanto dolore, quanta disperazione.. e poi il buio, il nulla, la morte.

Ma non poteva finire così, chi poteva aver lasciato morire sua figlia con il suo bel viso immerso nel fango? Come poteva continuare a vivere con questa colpa nel cuore? Non si dava pace, doveva cercare, trovare, sapere.

Si ricordò che lì, vicino la fermata dell’autobus, c’era una rimessa di furgoni, facevano consegne in tutta la città e correvano, correvano sempre. Entrò in uno di quei box e da lontano vide un uomo seduto, la testa fra le mani e a terra un giornale. Un titolo in prima pagina “Pirata della strada investe e uccide una ragazza di diciottanni” e la foto di Giulia che sorride, la foto del suo compleanno.

Allora si avvicinò a quell’uomo e dolcemente come un sussurro gli parlò di Giulia, che l’aveva desiderata talmente tanto da non volerla dividere con nessuno nemmeno con il padre. Da piccola ogni tanto le chiedeva” Mamma ma io ce l’ho il papà?”. Poi, crescendo, aveva capito e non le chiedeva più niente: erano felici così.

Gli parlò dei progetti, dei sogni, dei desideri che aveva la sua Giulia; l’uomo rimaneva immobile, sempre curvo le spalle scosse dal pianto.

Poi all’improvviso s’alzò, si asciugò il viso e uscì e lei lo seguì fino davanti il portone del Commissariato.

All’improvviso si sentì leggera, il cuore libero anche se ancora straziato dal dolore. Solo allora si ricordò del volo, del suo “volo” giù dal quarto piano. Non aveva gridato, solo un pensiero l’aveva accompagnata in quel lungo e interminabile viaggio “Giulia, luce dei miei occhi, mamma non può vivere senza di te”.

 

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