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INCENSO

turiboloL’odore d’incenso era particolarmente pungente. Le persone si assiepavano sui banchi di legno scuro e le note di un organo, profonde e maestose, risuonavano nelle ampie navate. Dietro l’altare ben sei sacerdoti si adoperavano per dire messa e sembravano usciti da una pubblicità di Benetton: uno era nero, un altro asiatico, uno mediorientale e tre erano bianchi; tanto per ribadire la supremazia della razza, pensai. Cantavano un inno sacro e uno di loro, dai lineamenti ariani, apriva a dismisura la bocca scandendo le parole e cantando convinto con voce stentorea.

Tutti assistevano rapiti al sacro rito della messa, poiché mancavano pochi minuti alla mezzanotte del ventiquattro dicembre: la messa di Natale!

Le signore ostentavano con disinvoltura pellicce lunghe e preziose, mentre gli uomini accanto a loro mostravano sul viso i segni di un cenone abbondante e di libagioni senza  misura. Proprio alla mia sinistra un uomo calvo con la faccia rubizza e un grosso naso a cavolfiore  russava alla grande, con tanto di sibilo e risucchio. Poco più in là un bambinetto di otto o nove anni se la rideva guardandolo, mentre il fratellino lì accanto era tutto intento ad esplorare la sua narice sinistra con il mignolo.

Il chierichetto nel frattempo avanzava al centro, tra le due file di banchi, agitando a pendolo l’incensiere. L’antico aroma si espandeva pian piano per tutta la chiesa.

Seguendolo con lo sguardo mi accorsi di una scena piuttosto insolita visto dove mi trovavo. Una donna di colore, corpulenta, sulla cinquantina, con un magnifico foulard che le racchiudeva i capelli incorniciandole un viso molto espressivo, si era appena inginocchiata e, pregando con le mani incrociate davanti al viso, abbandonò la borsa laddove poco prima si trovava seduta. Il giovane che le era accanto con gesto rapido e sicuro ne sfilò qualcosa che immaginai essere il portafogli. Nessuno lo notò tranne me.

Rimasi interdetto e, sdegnato feci per alzarmi, quando il giovane, evidentemente vedendosi scoperto, restituì con un sorriso il maltolto alla negra, facendole capire che le doveva essere caduto inavvertitamente.

La donna lo ringraziò facendole perfino una carezza di gratitudine. Quindi il ragazzo mi guardò, con una certa strafottenza.

Contrariato mi rimisi seduto.

Pochi minuti più tardi vidi avanzare dal fondo della navata laterale una famigliola di cinque persone: moglie, marito e tre figlioletti, il più grande dei quali non poteva avere più di sette anni. Dovevano essere cinesi o coreani e mi stupii di questo, visto che solitamente  non sono cattolici. L’uomo premurosamente teneva per mano il più piccolo e lo incitava a prendere posto nel terzultimo banco, mentre la donna badava che gli altri due, per mettersi seduti, non infastidissero chi già lo occupava. L’operazione richiese del tempo, ma si svolse nel più assoluto silenzio e quasi senza che nessuno se ne accorgesse.

Malgrado questo, un anziano signore alto e distinto, che esibiva un bel doppiopetto grigio di buon taglio e con un distintivo all’occhiello, ebbe come un sussulto quando la donna gli sfiorò il braccio sinistro. Alzando il sopracciglio  con gesto di fastidio, spostò il suo cappotto blu di buona fattura sul braccio destro strofinandolo leggermente, come se fosse stato insozzato da quel lieve contatto. Quando poi il bambino più piccolo gli si sedette accanto guardandolo con innocente curiosità, più che contrariato si alzò e, sbuffando e bofonchiando qualcosa, si spostò all’ultima fila di banchi, guardando la famigliola con malcelato disprezzo.

Nel frattempo, mentre il sacerdote più anziano, o forse quello più accreditato, pronunciava la sua omelìa, una vecchietta ingobbita cominciò a passare tra i banchi, porgendo ai presenti un contenitore di raso nero posto alla fine di un lungo palo di legno: era il momento di raccogliere le elemosine. Quel gesto mi fece ritornare bambino. Era tanto tempo che non mi affacciavo in chiesa e meno che mai la notte di Natale; non avrei mai pensato che si chiedessero ancora le offerte in quel modo. In qualche modo quasi mi commossi.

Solo due su cinque in media offrivano qualcosa. Chi non lo faceva si preoccupava, senza darlo a vedere, che quelli accanto, dietro e davanti a lui, capissero che chi aveva dato l’aveva fatto anche per lui, magari perché erano insieme o parenti. Vidi distintamente una donna di fianco a me infilare qualcosa di somigliante a un vecchio bottone e rimasi perplesso:  poteva averlo fatto senza accorgersene? Quando la vecchietta passò alla fila dove c’era il giovane borsaiolo, la donna di colore lasciò cadere nel sacco di raso una banconota e finalmente la vecchina ringraziò con un gran sorriso. Poi, mentre girava gli occhi facendo per andarsene, svelto come un furetto il giovane sfilò la banconota e, sogghignando, vi sputò dentro  il chewing gum che stava masticando.

Ancora una volta nessuno sembrò accorgersene, oppure fece finta. Questa volta però finsi anch’io di non vedere.

Giunse così il momento dell’eucarestia e subito si formò una colonna di persone. I sacerdoti si erano nel frattempo divisi e stranamente si raggrupparono quasi per razza, o così mi parve: l’asiatico si trovava accanto al mediorientale, i tre bianchi, altezzosamente al centro, esibivano con fierezza il calice delle ostie, più in là, quasi defilato c’era il negro. Era solo. A differenza degli altri cantava piano come se non partecipasse alla funzione.

Il sacerdote con lineamenti ariani s’impossessò del prezioso calice e cominciò a dispensare il “corpus Christi” al primo della colonna. Il rito era all’apice come pure il coro degli astanti. Un vecchietto esitante e malfermo sulle gambe avanzava a metà colonna. Arrivò ad alzare  lo sguardo di fronte al sacerdote e aprì le mani tremanti per ricevere dentro di esse l’ostia benedetta.  Ma il tremore era eccessivo: la preziosa reliquia finì a terra. Con sguardo di riprovazione mista a compatimento, il prete ne pescò un’altra dal calice e, senza esitazioni stavolta, deciso gliela ficcò in bocca. Il povero vecchio si girò come sconfitto e, tremando più che mai, riguadagnò lentamente il banco vicino.  Il bambinetto che poco prima avevo visto ridere a causa dell’uomo che  russava, svelto si piegò agguantando l’ostia rotolata sotto il banco. La madre però se ne accorse e lo rimproverò colpendolo alla nuca con la mano. Per tutta risposta il ragazzino, offeso, si alzò e andò a mettere l’ostia consacrata, il “corpus Christi” nell’incensiere che il chierichetto aveva lasciato sul tavolinetto lì accanto.

Al momento non successe niente, ma poco dopo grossi sbuffi di fumo d’incenso si levarono e l’odore divenne più acre, quasi insopportabile. Mi sentii stordito. L’ambiente era saturo e una leggera nebbiolina lo riempiva.

Mi guardai intorno per vedere se anche gli altri provavano quella sensazione di soffocamento, ma tutto sembrava procedere normalmente.

Pochi minuti più tardi però, dopo che l’ultimo della colonna fu tornato al suo posto, accadde qualcosa. Il sacerdote con lineamenti ariani si girò, porgendo ossequioso il calice delle ostie al suo collega negro. Quindi si mise seduto insieme agli altri nella fila di sedie allineate dietro l’altare.

La cosa mi parve strana e senza senso, ma non tanto come ciò che seguì subito dopo. Il sacerdote di colore avanzò fino all’inizio della navata centrale e, sollevato il calice con tutte e due le mani, guardando in alto e sorridendo, emise un gemito accorato.

Come ad un segnale prestabilito tutti i presenti (tranne me), cominciarono a cantare con vigore e con competenza inaspettata una melodia che all’inizio stentai a riconoscere: si trattava di un noto spiritual. Di colpo mi sembrò di ritrovarmi in una piantagione di cotone del vecchio Mississippi.

Mi sentivo un po’ spaventato da quel che vedevo, ma anche commosso.

Il coro continuò per una decina di minuti e terminò all’improvviso, così come era cominciato. Il prete di colore era entusiasta e con slancio sollevò ancora una volta il calice delle ostie. Un accordo d’organo accompagnò il gesto, facendomi sobbalzare. Poi una luce scaturì, come per magia, dal crocefisso posto sull’altare, andando “a colpire” la famigliola di orientali. Il primo a muoversi fu il signore distinto in doppio petto che, raggiunto il capofamiglia, lo abbracciò con calore e subito dopo si staccò il distintivo infilandolo nell’occhiello della logora giacca dell’altro. Sorridendo contento e gratificato, il coreano per tutta risposta  gli mise in braccio sua figlia di due anni e l’uomo si girò come per mostrarla a tutti i presenti. Era felice quell’uomo ora, non c’erano più arroganza e meschinità nel suo sguardo e mentre la bambina gli arruffava i capelli ben pettinati con una manina e con l’altra gli arpionava il naso, lui rideva, rideva di gioia, come se non avesse mai ricevuto niente di più bello dalla vita fino a quel momento.

Un grande applauso risuonò nella chiesa e tutti (me compreso) parteciparono con slancio e commozione all’evento.

Venne quindi il momento del giovane borsaiolo.

Esitante si diresse verso il sacerdote di colore posto al centro della navata e gli mise in mano con convinzione un fascio di banconote trattenuto con un elastico. Intuii che doveva essere una bella somma. Poi, voltatosi verso i banchi, deciso raggiunse la donna di colore col foulard e, dopo averla invitata ad uscire con un gentile gesto della mano, s’inginocchiò davanti a lei. Un’innaturale silenzio era calato nel frattempo nella chiesa, rotto solo dal russare insistente e inopportuno dell’uomo calvo vicino al ragazzino.

Rimasero così per qualche secondo. Tutto rimase assolutamente immobile. Poi, improvvisamente, il ragazzo sbottò in un pianto irrefrenabile, accompagnato da violenti singhiozzi, e, così facendo, abbracciò la donna appoggiandole il capo sul ventre. La donna dapprima rimase immobile, poi rimanendo in piedi davanti a lui che era ancora inginocchiato, l’abbracciò teneramente.

A quel punto i sacerdoti seduti dietro l’altare si alzarono e insieme intonarono “l’alleluia.”

Subito tutti li seguirono e il coro si riformò, più forte e convinto di prima, mentre finalmente il ragazzo, ancora sconvolto e con espressione contrita, veniva accompagnato al suo posto dalla donna di colore.

Nell’esaltazione generale mi fu difficile distinguere come il ragazzino che aveva infilato l’ostia nell’incensiere raggiunse il sacerdote di colore, ma così fu. Lo vidi all’improvviso tendere la mano verso il grosso calice delle ostie con gesto sicuro e un dolcissimo sorriso sulle labbra.

Il prete glielo consegnò e lo accarezzò teneramente sul capo.

Il bambino si girò verso l’uscita e vi si incamminò piano, come seguendo un rituale collaudato da tempo.

In pochi secondi si formò dietro di lui una processione. Prima fu la volta del prete negro, poi degli altri sacerdoti, quindi delle persone che affollavano la chiesa e tutti si diressero verso l’uscita cantando con voci da esperti coristi.

Anch’io mi avviai dietro di loro. Ero assolutamente incredulo e quanto meno confuso per quel che avevo visto.

Sulle scale esterne della chiesa c’era un mendicante con un arto finto; era adagiato sugli scalini.  Tutti si assieparono intorno a lui che li guardò fortemente intimorito. Il sacerdote di colore gli consegnò con una certa enfasi le banconote che poco prima gli erano state date dal giovane borsaiolo pentito.  A quel punto il ragazzino si fece avanti, gli si parò dinanzi e con gesto lento e solenne pose nelle sue mani l’ostia consacrata. Balbettando sottovoce dei ringraziamenti poco convinti, l’invalido, più che sorpreso, si ficcò prima  l’ostia in bocca, poi i soldi in tasca.

“ La messa è finita; andate in pace.” Sentenziò il sacerdote e pian piano tutti presero ad abbracciarsi l’un l’altro e, sorridenti, si avviarono nella notte fredda di dicembre, verso le proprie case.

Ancora frastornato rientrai in chiesa. Non c’era più nessuno tranne l’uomo che russava. Questi, come se il mio rientro fosse stato più rumoroso di tutto quel che l’aveva preceduto,  si svegliò di soprassalto, grugnendo come un maiale. Si guardò spaesato attorno per qualche secondo, evidentemente senza capire. Poi, lentamente e con passo stentato, si diresse verso l’uscita. Nel passarmi accanto mi guardò interdetto e si fermò un momento come indeciso sul da farsi. Agendo d’impulso lo abbracciai e gli sussurrai all’orecchio: “Buon Natale!”

“ …Uoon Nataaale!” Mi rispose lui contento, investendomi con il suo alito alcolico. Quindi insieme uscimmo dalla chiesa dirigendoci verso casa mia come due vecchi amici ritrovati.

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