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In una mattina d’estate

attesaAlle otto e ventiquattro accostò al marciapiede, parcheggiando davanti alla trattoria “Il Bersagliere” chiusa per ferie. Era in anticipo di sei minuti all’appuntamento. Spense il motore e abbassò il finestrino. L’aria era già calda e tutto lasciava presagire un’altra giornata di afa per quel trentuno di luglio. Abbassò il parasole e si guardò nello specchietto posto sul retro. Cercò di sistemarsi i capelli con le mani, ricordando di non essersi pettinato prima di uscire, ma il risultato fu che, alla fine, stavano esattamente come prima. Accese quindi la radio  si dispose in attesa con una certa ansia. Paola sarebbe arrivata?

Quando arrivò davanti alla trattoria non c’era anima viva. Aveva fatto sì e no duecento metri dalla fermata dell’autobus ed era già sudata. Tirò fuori un depliant sulla Grecia preso il giorno prima in agenzia e cominciò a sventagliarsi con vigore.

“Senti tu che caldo che fa!” Pensò “e alle otto e un quarto del mattino!”

Come in risposta ai suoi pensieri una debole brezza le passò tra i capelli biondi a rinfrescarle temporaneamente la nuca. Cominciò a passeggiare avanti e indietro sempre sventagliandosi con il depliant. Non glielo avrebbe neanche mostrato, tanto era inutile. Anzi, probabilmente quella mattina lui le avrebbe detto che era meglio passare le vacanze divisi, dal momento che comunque si sarebbero potuti vedere pochissimo. Del resto lo avrebbe dovuto sapere che in agosto non potevano stare insieme, no? Lui sarebbe andato con moglie e figli in Danimarca, per le vacanze, e lei era libera (diceva lui) di andare dove credeva. Al ritorno si sarebbero raccontati tutto e si sarebbero riuniti.

“Certo che mi mancherai; io ti amo! Ma ti porterò con me! Fai lo stesso anche tu!”

Si fermò e gettò per un momento lo sguardo sulla foto di Santorini e, inevitabilmente, si trovò ad immaginare di fare il bagno proprio lì, in quel mare di sogno, insieme a lui, magari nudi, senza nessuno intorno e poi…

La Ford  parcheggiò quasi davanti a lei. Il guidatore abbassò il finestrino e sbuffò. Eh, sì: faceva troppo caldo. Lo vide guardarsi allo specchio e riavviarsi i capelli ricci ed arruffati e  d’istinto sorrise. Era un’impresa pettinarsi quei capelli con le mani, e lo vide perfino lisciarsi i baffi. Era buffo! Poi vide che si abbandonava sul sedile. Evidentemente anche lui aspettava qualcuno. In quel momento i loro sguardi s’incrociarono, solo per un attimo, e lei pensò che aveva degli occhi molto dolci.

La vide all’improvviso davanti a sé e se ne sorprese. C’era un gran silenzio a quell’ora del mattino, e si sentivano i passerotti cinguettare tra le foglie dei platani, segno che erano tutti in vacanza. Tutti? No. Quella donna era lì, davanti a lui, sul marciapiede ad aspettare. Teneva in mano una pubblicità di viaggi, ma era immobile e lo stava osservando. Aveva un viso gradevole e anche un bel corpo, appena coperto da un vestitino giallo semplice e corto su un’abbronzatura niente male. Abbassò lo sguardo un momento prima di lei, quasi vergognandosi per averla notata.

Ricominciò a passeggiare lentamente avanti e indietro sul marciapiede. Si sentiva inquieta. Non ce la faceva più a continuare in quel modo. Lo amava tanto ma non ce la faceva più a dividerlo con la sua famiglia. Erano quasi due anni che stavano insieme ed era bello, ma era anche molto, molto difficile. Se almeno ci fosse stata la speranza di un cambiamento nel futuro, se almeno avesse potuto credere in una ipotetica vita insieme. Sentì un groppo in gola e ricacciò le lacrime che già cominciavano a farsi strada.  Il verso di una cornacchia attirò la sua attenzione. Era vicino all’entrata del parco. Guardò l’orologio: erano le otto e ventisei!

Già! Poteva anche non venire! In fondo glielo aveva detto: “Non so se mi va di parlare domani e non so se mi va di vederti. Stavolta sono proprio stufa, sai? Mi hai sfiancato col tuo modo di fare. Sempre le stesse stronzate, ma non impari mai tu? Mi hai deluso profondamente e non ho più fiducia in te. Sì è vero che ti amo ma non credo più in quello che mi dici e non ti stimo più! Perciò perché e come continuare, tanto tu non cambierai mai, mai!”

Già, poteva anche non venire.

Ma no! Sarebbe venuta! L’avrebbe vista arrivare come al  solito nello specchietto retrovisore, girare l’angolo con quella camminata rapida e i capelli corti, che mettevano in risalto i suoi delicati lineamenti, il suo profilo.  Avrebbe avuto sicuramente un’espressione tesa dopo la discussione di ieri, ma poi avrebbero parlato e sarebbe finito tutto bene. Era pazzo di lei!

Un passerotto si posò sul cofano della macchina, lo guardò interdetto per un attimo e volò via. Lo sguardo gli si posò sull’orologio del cruscotto.

Erano le otto e trenta!

Sobbalzò quando le squillò il cellulare: le note un po’ metalliche della sinfonia n.40 di Mozart  risultavano decisamente fuori luogo in quel posto e in quel momento.

Guardò il numero sul display: era lui!  Ebbe un brutto presentimento e aveva paura di rispondere.

Un motivo dolcissimo arrivò dalla radio, una melodia che sapeva piacerle tanto. Inevitabilmente si ritrovò a pensare agli ultimi avvenimenti.

Ma perché, perché lui doveva sempre rovinare tutto, come aveva fatto la sera prima? E perché lei non riusciva ad accettare certi suoi lati, certe sue caratteristiche? Certo non era facile, erano così diversi e, oltretutto, non avevano più vent’anni. Forse era vero che non potevano più continuare a stare insieme? Forse avrebbe dovuto lasciarla libera, affrancarla dalle catene con cui, suo malgrado, l’aveva tenuta a sé per tutto quel tempo? Certo non avrebbe voluto che finisse così, ma se era vero che l’amava tanto forse era questo che avrebbe dovuto fare. Forse era l’unico modo che aveva per farle capire quanto l’amava.

Nell’aria estiva del mattino squillò  la suoneria di un telefonino distraendolo dai suoi pensieri. La vide rispondere. All’inizio la donna rimase ad ascoltare, poi cominciò a parlare e lui captò alcune parole.

“No!…ma perché?…aspetta non…” Una folata di vento fece stormire le fronde dei platani e svolazzare alcuni fogli di giornale sul marciapiede. “E va bene, va bene…come dici tu naturalmente!” Ora il tono era cambiato: era molto risentito. “Certo, certo come no? Finisce sempre così, sempre con le stesse parole, con le stesse cose trite e ritrite….sono stufa, stanca… non ne posso più capito? Capito?…” Ora la donna urlava letteralmente agitando il depliant e il silenzio del mattino, senza che né una macchina, né un passante disturbasse la scena, la faceva sembrare anche più drammatica.

“D’accordo, d’accordo, ho capito. Per una volta siamo d’accordo, visto?… CIAO!”

La vide spegnere con rabbia il telefono, gettare via nel cestino il depliant e, dopo qualche secondo sedersi sulla soglia di un negozio di scarpe, naturalmente chiuso per ferie. La vide rimanere a guardare per un po’ nel vuoto davanti a lei, poi si prese la faccia tra le mani e cominciò a piangere.

Erano le otto e trentasette.

Non  sarebbe venuta!

Prese il cellulare e compose con dita tremanti il numero di lei, pronto a lasciare un messaggio se avesse sentito la segreteria.

“Avete composto il numero di…PAOLA, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico…” Lo spense. No! Non aveva senso e non avrebbe chiamato. Per una volta si sarebbe comportato in modo coerente. Ne avevano discusso tante volte ormai che sapeva bene che non avrebbe dovuto chiamare.

Non sarebbe venuta, ora ne era certo. Guardò l’angolo della strada da dove Paola sarebbe dovuta arrivare, quell’angolo di strada da cui l’aveva vista arrivare tante volte sorridente, felice. Sentì montare la disperazione e l’angoscia.

La donna non piangeva più. Se ne stava lì apparentemente incurante di tutto. Poi, inaspettatamente lei guardò l’orologio e lui fece altrettanto: le otto e quarantaquattro.

Lei alzò lo sguardo verso di lui e i loro occhi si incontrarono di nuovo.

Accese il motore di scatto e mise in moto, e girando per via dei Ciclamini sentì il cuore gonfio di tristezza.

La Ford arrivò piano e accostò al marciapiede alle otto e cinquantasei.

L’uomo, sui cinquant’anni, abbassò il finestrino opposto e rimase a guardare la donna ancora seduta sulla soglia del negozio chiuso. Lei dimostrava circa quarantacinque anni ed era molto attraente, ma era anche molto triste. Aveva il capo abbandonato all’indietro, abbandonato sul metallo della saracinesca abbassata. Quando la macchina le si fermò davanti lei sorrise, così, semplicemente. Per qualche secondo non successe nulla, poi la donna si alzò e rimase ferma a guardare l’uomo seduto in macchina. Lui fece un gesto con le mani, un gesto di rassegnazione e abbassò il capo. Si vedeva che era molto commosso.

La donna avanzò di qualche metro. Si fermò e sembrò riflettere. Poi decisa arrivò alla macchina, aprì la portiera ed entrò.  Rimasero a guardarsi in viso, in silenzio, seri, quasi a volersi comunicare qualcosa che con le parole non poteva essere detta. Alla fine l’uomo mise in moto e lentamente, molto lentamente, partì.

La macchina, solitaria, girò per via dei Ciclamini.

 

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