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IL RITORNO

Giorni, settimane, mesi. Anni sono passati.Il_tempo_che_passa

Non c’era un fioraio in quell’angolo? Al posto del negozio di scarpe ora c’è un emporio gestito da cinesi. Il mercato però è sempre quello: rumori, colori, voci; si percepisce umanità. Ma i banconi non sono più tutti di legno. Quelli del pesce, per esempio, sono di metallo. Più congeniali certo. Guarda guarda: hanno cambiato le panchine nel giardinetto della piazza! E hanno messo tutto a posto. Ci sono anche i giochi per i piccoli ora e le stazioni per fare ginnastica. Le aiuole sono fiorite e…ma non c’è più il platano dal tronco cavo! Mi ricordo quando ci giocavo con mia cugina Iolanda. Ci nascondevamo lì per non farci trovare dagli altri. Non ci hanno mai trovati infatti! L’avranno abbattuto. Chissà quando? Dopotutto era cavo perché era malato. È strano però: è come se le foglie degli alberi, i pali della luce, i muri delle case, i marciapiedi, tutto quel che mi circonda mi restituisse le immagini, i pensieri, le emozioni provate ieri. Beh, proprio ieri non direi. La chiesa! Quella è rimasta la stessa. A dire il vero no, hanno ritinteggiato l’intonaco della sacrestia. Giallo ocra l’hanno fatto! Vorrei sedermi sul muretto accanto al cancello, quello su cui sedevamo Angela ed io quando le dissi che mi sentivo attratto da lei…che mi piaceva tanto…che l’amavo! Che vergogna quel giorno! Avevo dodici anni e lei undici. Mentre le dichiaravo il mio amore passò uno di quei camion col rimorchio, facendo un frastuono infernale. Non sentì una parola di quello che le dissi. “Che hai detto?” Mi chiese alla fine, ma non ebbi il coraggio di ripetere. Dolce Angela, dove sarai ora? Un suv tutto nero, lucido, è parcheggiato di traverso, arriva a toccare il muretto e mi impedisce di arrivarci. Mi accorgo che alcuni nuvoloni neri si stanno affacciando sopra i palazzi di via Buonarroti. Sta per arrivare un temporale! Meglio tornare a casa che non ho l’ombrello e…Il signor Fausto! Ma sì, è lui! Certo è parecchio invecchiato! Voglio salutarlo e perciò gli vado incontro. Arrivo a mezzo metro da lui quando alza la testa e mi fissa. I suoi occhi sono acquosi e sospettosi. Sto per dirgli “ ehi, signor Fausto! Si ricorda di me? Sono Alfredo, quello che abitava al nono piano di via Aosta 30! Quello che si divertiva a farle gli scherzi con le mollette dei panni!” Ma no. Lui non mi vede. Mi guarda sì, fermo lì, ma non mi vede. Dopo un po’ abbassa gli occhi e riprende incerto il suo cammino. Dopotutto avrà un’ottantina d’anni penso, anzi, forse di più. Di colpo un allarme comincia a suonare e mi fa sobbalzare. Mi volto e mi accorgo che la bottega di Gino, il calzolaio, non c’è più. Al suo posto c’è un internet point. Gino! Il calzolaio che mi raccontava le storie che mi piacevano tanto. Erano storie vere, storie di vita vissute. Ricordo che mi sedevo sul suo sgabello sporco di tintura, annusavo l’odore del cuoio, della colla e lui lavorava, lavorava e raccontava. Scene di guerra, di fame, persecuzione, i tedeschi e…il suo amore per Elena, la sua Elena. Quanti pomeriggi ho passato ad ascoltare i racconti di Gino! Non c’è più. È morto, lo sento. Lo so. E la cartoleria? Quella che a Natale esponeva l’albero con le scatoline colorate? Una vera eccezione per il quartiere. Ed io col mio amico…come si chiamava? Peppe, si, Peppino, gliele rubavamo, per poi restituirgliele di notte, facendogliele ritrovare appese la mattina dopo. Un giorno ci scoprì, ma invece di arrabbiarsi ce le regalò, dicendoci “buon Natale ragazzi!” Non riesco a ricordare come si chiamava il padrone della cartoleria. C’è un bar adesso, “Il chicco d’oro” dice l’insegna. Già, il chicco d’oro. Le nuvole sono nerissime ora e si sta alzando il vento. Corro a casa e mi catapulto davanti al vetro della finestra per godermi il cielo minaccioso dal nono piano, come se non avessi mai visto un temporale. Un fulmine da spavento, a forma di ipsilon rovesciata, bellissimo, e poi il tuono che squassa l’aria. Un vero diluvio scende giù adesso e in un attimo allaga tutto, balconi, terrazzi, strade. Allaga anche i pensieri. Rigagnoli diventano fiumi impetuosi e l’acqua scroscia come se non dovesse  smettere mai più. Poi, come per magia, la pioggia cessa, le nuvole si aprono e un raggio di sole fa capolino ricolorando i palazzi e le strade.

Un morbido languore, una vertigine di malinconia, un filo sottile di consapevole tristezza impregna l’aria  e si impossessa di me, della mia anima fragile.

Quando l’arcobaleno dipinge finalmente il cielo coi suoi colori mi si allagano gli occhi e mi metto a piangere.

Il temporale è finito!

Fonte immagine: http://ali-di-farfalla.wikispaces.com/Favoino+-+Deniso+-+Mastronardi

 

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