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IL CARRO

Claude Monet (1840-1926), "Il carretto o strada sotto la neve a Honfleur"

Claude Monet (1840-1926), “Il carretto o strada sotto la neve a Honfleur”

Le ruote del carro di Miro cigolano.
Apro gli occhi, ma non so se mi sto svegliando o no. Mi sento stordito e distante da tutto e quello che vedo non sembra reale. Forse sto ancora dormendo e sto sognando.

Il terreno è irregolare e il carro sobbalza. Mi rendo conto di essere seduto sul bordo laterale. Sento una voce che si lamenta accanto a me. Abbasso gli occhi e vedo una donna, una giovane donna che piange in modo sommesso. È seduta sul fondo del carro ed è piegata in avanti. Stringe le ginocchia al petto mentre col corpo ciondola a destra e sinistra. Ha il capo chino, non riesco a vederla in faccia, ma credo che sia molto giovane e anche carina. Ci sono altre persone, tante persone sul carro che sobbalza e arranca per la campagna, ma tutte sembrano assenti. Guardano fissi davanti a loro senza vedere niente. Sono sfinite e nei loro occhi si legge solo rassegnazione e sfiducia. Sento qualcosa che mi sfiora la gamba: è un bambino. È piccolo, molto piccolo, forse due anni o meno. Allunga la manina e mi sfiora inconsapevole la gamba. Sulle spalle ha una coperta logora, la stessa che copre parzialmente la mamma che gli siede accanto e che giace esausta, addormentata accanto a lui. Guardo meglio le persone che sono sul carro insieme a me e vedo che sono più donne che uomini e ci sono tanti bambini. Forse prima non me ne ero accorto perché non fanno niente di quello che di solito fanno i bambini. Voglio dire che non parlano, non si muovono, non giocano e non fanno confusione; non piangono neppure. Stanno lì, ammucchiati sul carro come gli altri, insieme agli altri e nello stesso tempo ognuno sembra pensare a sé stesso, anzi: sembra che non pensino affatto.

In quell’irreale silenzio il cigolio delle ruote del carro che avanza rappresenta l’unico rumore; anche la campagna tace e non tira un alito di vento. Vedo il sole che sta sorgendo all’orizzonte. Sta venendo su lentamente da dietro la cresta di una collina. Si fa strada nella foschia e dipinge il cielo di giallo. Allora una folaga manda il suo grido, quasi un urlo umano e qualcosa si contorce dentro di me….

Stiamo correndo a perdifiato lungo il viottolo che si allunga dal retro della casa al bosco. È quasi buio ormai perché il tramonto è alla fine. Sento il respiro affannoso di Miranda, che mentre corre piange e invoca Dio. Nella mia mano c’è quella di Stjepan, nostro figlio; ha dodici anni, ma ora sembra più piccolo, molto più piccolo. Sento le grida provenire dalla casa, ma non riesco a realizzare cosa sta….
È Marija! E lei che sta urlando!
Mi blocco che siamo quasi arrivati al limitare del bosco e mi giro. Mia figlia si trova ancora vicino al capanno degli attrezzi, forse per cercare di aiutare nonna Sophja è rimasta indietro. Ma mia madre non si vede. Da lontano vedo il fuoco che comincia a bruciare la porta di casa e davanti ad esso vedo degli uomini, soldati, che circondano Marija. La gettano a terra e ridono. Nostra figlia urla e poco dopo anche Miranda, che mi sta accanto e vede tutto, comincia ad urlare. La trattengo a stento. Poi la convinco a nascondersi con Stjepan nei primi cespugli del bosco.

“Non vi muovete!” dico loro, “state giù!”
Torno correndo verso casa gridando il nome di Marija. Non so che farò quando sarò lì e non m’importa. Non me lo chiedo nemmeno.
“Marija! Marija!”
Poi un gran colpo e nella mia testa il mondo esplode. Quando riapro gli occhi c’è un gran silenzio. Faccio per alzarmi e un dolore fortissimo mi fa svenire di nuovo. È il forte calore che mi fa rinvenire. È la nostra casa che va a fuoco.
Con estrema fatica mi alzo in piedi e barcollando faccio qualche passo verso di essa. Ma subito mi fermo. Ormai la casa è completamente in fiamme, non c’è più niente da fare.
Accanto al recinto dell’orto vedo che c’è un altro principio d’incendio; forse almeno quello lo riuscirò a domare e mi avvio deciso a provarci. Arrivato a pochi metri vedo che le fiamme si sviluppano da un mucchio di stracci gettati accanto alla recinzione. Vedo pure però che da quel mucchio di stracci esce una mano rinsecchita: è quella di mia madre, nonna Sophja!
Per qualche secondo rimango così, senza capire; poi una folaga urla nella notte e il mio grido sovrasta il suo.

“Marija! Marija” Chiamo a gran voce. Comincio a cercare mentre la paura mi stringe lo stomaco. Arrivato dietro la casa la vedo. È prona, con le braccia alzate e le gambe aperte; è completamente nuda.
Mi avvicino sempre chiamandola, ma dalla mia bocca esce ormai solo un rantolo. C’è sangue accanto a lei, tanto sangue; mi getto su di lei. “Marija!”
Non ha più la testa! Urla bestiali lacerano la notte e non capisco che sono le mie. Abbraccio i resti del corpo di mia figlia e le mie mani si imbrattano del suo sangue, in parte già raggrumato. Me ne sto lì non so quanto tempo, poi mi alzo di scatto, ma devo appoggiarmi a un albero poco più in là.
“Miranda!”
Incespicando mi dirigo verso il bosco, nel punto dove ho lasciato mia moglie e mio figlio. Non ci sono, non riesco a trovarli.
“Miranda! Stjepan!”
Finalmente vedo il corpo della mia donna. Anche lei giace stesa immobile tra gli arbusti, almeno cinquanta metri più in là. Anche lei è nuda e anche se non c’è sangue intorno al suo corpo capisco subito che è morta. Lo capisco dalla lingua che le sporge dalla bocca e dal volto cianotico.
Questa volta capisco che è mio il grido che sento. Mi tolgo la giacca strappata e cerco di coprire il cadavere della donna che tanto ho amato e con cui ho vissuto per più di quindici anni. Non c’è traccia di mio figlio. Dopo aver cercato per ore, vagando intorno alla casa e nel bosco, torno verso casa, ormai ridotta in cenere e siedo a terra, poggiando la schiena su una roccia. Non piango più. Non sento dolore, neanche alla testa. Chiudo gli occhi e rimango così.
Più tardi, molto più tardi, qualcuno mi prende e mi aiuta a salire sul carro. Mi raggomitolo sul fondo di esso come fanno i bambini che hanno paura del buio e finalmente smetto di tremare. Qualcuno mi getta sopra una coperta che odora di fieno e di sterco di vacca. Finalmente chiudo gli occhi e mi addormento.

In lontananza si sentono dei boati, ma il cielo è sereno, neanche una nuvola.
Chiedo al vecchio di fronte a me se sa dove stiamo andando, ma lui non mi risponde subito. Sembra proprio che non mi abbia sentito. Sto per chiederlo all’uomo che sta alla mia destra e che sembra dormire, quando il vecchio alzando una mano ossuta e tremante mi dice con voce flebile: “dopo la montagna andiamo, dopo la montagna.”
Il suo volto è scavato e in ognuno di quei solchi profondi leggo tutta la fatica del lavoro dei campi e, nei suoi occhi acquosi, la consapevolezza dell’ineluttabilità del destino.
Ad un tratto l’uomo alla mia destra manda un grido roco: “I soldati!”
Si vede del fumo e qualcosa dentro di me si attorciglia provocandomi uno spasmo doloroso. È una casa, un’altra casa incendiata a non più di duecento metri da noi. Il terreno è brullo intorno ad essa e si riescono a vedere bene i corpi massacrati dei suoi abitanti. Miro ferma il carro, ma nessuno scende. Nessuno parla. Dopo un po’ la ragazza manda un urlo acutissimo, come quello di un animale ferito a morte. Subito una donna, rimasta in disparte sul fondo dell’abitacolo del carro, si getta su di lei, coprendola con una coperta e col suo corpo.
“Zitta, sta zitta figlia mia!” Anche se in qualche modo so che non è sua madre.
“Potrebbero sentirti!”
E così dicendo alza la testa e getta intorno a lei gli occhi terrorizzati, senza guardare nulla. La ragazza si contorce sotto di lei, ma dopo qualche secondo si placa, pur continuando a lamentarsi piano.
Miro rimette in moto il suo carro con uno scossone. Percorrendo la strada bianca finiamo per passare più vicino alla casa. Siamo tutti in attesa di qualcosa che può succedere da un momento all’altro, tutti sul chi vive, pronti a combattere per la nostra vita, o a fuggire. Ma non succede niente. Il fumo rende l’aria irrespirabile e un odore nauseabondo si spande e si mescola a quello dei pini; un odore che conosco. Il vecchio accanto a me tossisce violentemente e, come a un segnale di passato pericolo, alziamo tutti la testa per guardare meglio. Non si vedono soldati, non si vede nessuno. Solo rovine fumanti e cadaveri.

Mi accorgo che c’è qualcosa che stona in quel contesto: è il riso d’un bambino piccolo. Lo vedo. Non avrà un anno ed è seduto per terra, quasi di fianco alla casa, parzialmente coperto da un corpo immobile a cui si appoggia.
Penso che sia quello della madre. Mentre ci guarda ride tutto contento e con la manina fa dei gesti come per salutarci. Guardo meglio e mi accorgo che ha la maglietta sporca di sangue scuro, ma non sembra ferito. Mi rendo conto che deve essere quello della madre. D’impulso scendo dal carro, ritrovando improvvisamente le forze. Mi avvicino a lui e faccio per prenderlo, quando vedo che al cadavere della madre, prona con il viso schiacciato a terra, mancano le dita della mano destra. Un conato mi obbliga ad inginocchiarmi accanto al bambino e al cadavere e finalmente vomito la mia paura, la disperazione, la mia rabbia repressa. Poi ricomincio ad urlare e stavolta mi pare che la campagna urli insieme a me. Nella luce del mattino sembra che tutto si fermi, anche il sole e il vento, i ruscelli e gli animali del bosco, tutto si arresta in omaggio alle mia grida disperate. Quando finalmente esausto cado a terra capisco di essere rimasto solo col bambino, che ora non ride più. Il carro se n’è andato.

Mi alzo e mi appoggio al muro della casa. È ancora molto caldo. Il bambino sembra volersi mettere a piangere e così lo prendo in braccio, lo bacio e lo stringo forte forte, come avrebbe fatto la sua mamma. La sua manina grassoccia mi passa nei capelli, mi tira i baffi e l’espressione di quel viso bellissimo e della luce nei suoi occhi riesce a strapparmi un sorriso.
Mi dirigo verso il bosco, perché so che i soldati potrebbero tornare. Faccio appena in tempo ad arrivare dietro i primi alberi che sento un rumore leggero di foglie calpestate. Mi volto e mi trovo di fronte la canna di un mitra a non più di trenta centimetri dalla faccia. Il soldato che l’imbraccia avrà vent’anni forse meno, ma i suoi occhi sono gelidi e una specie di smorfia maligna gli deforma il viso. Di nuovo tutto sembra fermarsi.

Non so quanto tempo siamo rimasti così, l’uno negli occhi dell’altro, pronti all’inevitabile. Poi è successo.
Di scatto alzo il bambino sulla testa, distraendo per un attimo lo sguardo del ragazzo, poi fulmineo, con un’abilità che non sospettavo d’avere, lo colpisco con un calcio alla mano che tiene il mitra. Il soldato sorpreso dalla mia reazione manda un breve grido, mentre una pallottola sfiora pericolosamente la mia tempia sinistra. Quindi getto letteralmente via il bambino sull’erba alta ed imbraccio il mitra caduto. Ora è lui a trovarsi davanti all’arma. Sento che il bambino ora piange forte, forse s’è fatto male, forse ha battuto la testa, forse…
Risoluto premo il grilletto e una raffica devasta la faccia del soldato, riducendogliela in una poltiglia rossastra. L’eco dello sparo non si è ancora dissolta che avverto un fruscio sospetto dietro di me, sulla mia destra. Un attimo dopo mi giro e sventaglio un’altra raffica in quella direzione, alla cieca. Il soldato che mi trovo di fronte avrà quarant’anni e mi fissa imbambolato, come sorpreso, ma vedo chiaramente che è ferito mortalmente alla testa. Cade in avanti scaricando il suo mitra a terra.

Ho ucciso! Ho ucciso due uomini, uno poco più che un ragazzo.
Nel mio paese faccio il falegname e me la cavo bene. Tutti mi conoscono e tanti arrivano da lontano per commissionarmi lavori, anche impegnativi. Mio nonno mi raccontava spesso di un suo cugino di Belgrado (era cristiano diceva) e festeggiava il Natale facendo il presepe, con le statuine sacre. Anche Giuseppe faceva il falegname, come me; ma Giuseppe non aveva mai ucciso nessuno. Era un uomo buono, tollerante e pacifico, mi raccontava il nonno.
Ho ucciso e non sento rimorso per quello che ho fatto.
Sento che il bambino ricomincia a piangere e mi distoglie dai miei pensieri. Svelto prendo i due mitra e me li infilo a tracolla. Quindi finalmente prendo in braccio il bambino. Non è ferito e appena lo prendo mi sorride. Povero piccolo! Che ne sarà di lui?

Un rumore! Che sia un altro soldato?
Mi affretto ad andarmene passando tra i cespugli e tenendomi basso, con una mano sulla bocca del bambino. Cammino per ore senza fermarmi neanche per riprendere fiato. Mi dirigo verso la collina indicatami dal vecchio del carro. Non so dove andare in realtà, ma so che devo allontanarmi dal mio paese. Mi sorprende che il bambino che tengo in braccio non faccia storie, in fondo dovrebbe aver fame e, dall’odore capisco che dovrebbe essere pulito, come farebbe una buona madre. Così, dopo un paio d’ore, mi fermo per una sosta vicino ad un corso d’acqua e lavo accuratamente il bambino. “Dovrebbe prendere il latte” penso, “ma dove lo trovo?” Mentre mi rimetto in marcia decido di cercare una casa e di affidarlo a qualcuno che possa prendersene cura. Poi però mi dico che non voglio abbandonarlo al primo venuto. “Lo chiamerò Borislav, come il nonno,” dico a voce alta e il piccolo manda un gridolino come se avesse capito.

Sto per scendere una scarpata, l’ultima prima di lasciare definitivamente il bosco, quando sento qualcosa. Mi acquatto e stringo a me Borislav. C’è un carro nella radura sotto di me; è il carro dove stavo anch’io, lo riconosco.
I cadaveri dei suoi occupanti sono sparsi attorno ad esso e un silenzio di morte mi convince a non scendere per andare a vedere. Torno un poco indietro e improvvisamente mi sento stanchissimo, mi tremano le gambe. Decido di fermarmi lì per la notte; il sole è ormai quasi tramontato. Riesco a trovare riparo in un anfratto nelle rocce e toltomi la camicia, ormai lurida, vi depongo il bambino. Dorme come un angioletto. Mi distendo esausto e chiudo gli occhi.
“Miranda, dolce amore mio! Non dovevo lasciarti lì!” Il rimorso mi stringe il cuore. “Marija! Stjepan, dove sarai figlio mio?”
Le lacrime scendono copiose, ma sono troppo stanco per piangere veramente e le lascio andare. Il sonno mi sorprende mentre ripenso alla mia famiglia che non esiste più.

È mattina quando un rumore mi sveglia. Ho il cuore in gola che batte furioso. Molti uomini armati mi circondano, silenziosi; sembra che aspettino. Li guardo meglio e vedo che non hanno la divisa e tengono le armi basse, non pronte a colpire.
“Papà!” qualcuno dice dietro di me.
“Papà, sono io!” Mi giro e… Immediatamente mi si velano gli occhi e non riesco a dire una sola parola. È come se avessi qualcosa in gola che m’impedisce di emettere suoni mentre guardo il volto di mio figlio Stjepan. Lo abbraccio forte senza neanche curarmi di alzarmi in piedi del tutto.
“Papà!” Ripete lui, “come stai?”
Finalmente riesco a dire qualche parola: “ Sei veramente tu? Cosa ti hanno fatto? Dove…” quattro braccia robuste mi aiutano a sedermi di nuovo e solo allora capisco che sono amici.
“Sono scappato, papà” mi dice Stjepan, “Ho avuto paura e sono scappato!” e così dicendo abbassa lo sguardo.
“Figlio mio!” riesco a dire “Ma cosa fai qui?”
“Sono tutti amici papà, tutti combattenti per la libertà! ”Dichiara fiero.
Una mano enorme e callosa si protende per accarezzare il capo di mio figlio, teneramente, come farei io. Li osservo meglio e vedo che gli uomini che mi circondano hanno chi quaranta, chi venti, chi sessant’anni e mostrano la stanchezza che mi sentivo addosso io. Ma i loro occhi sono determinati, certi di quel che vogliono.
“Papà, vieni con noi. Ti porteremo in un posto sicuro dove potrai mangiare qualcosa.” Così mi ricordo del bambino, che dorme ancora. Mi volto e lo prendo, poi lo metto in braccio a Stjepan, che ora mi sembra molto più grande della sua età.
“Si chiamerà Borislav; tuo fratello Borislav!”
Stjepan guarda il bambino, poi mi fissa perplesso. Dopo un po’ sorride e capisco che non c’è bisogno di spiegazioni. Com’è diverso mio figlio adesso! Leggo una grande consapevolezza in lui e sento una grande tristezza in me.
“Vieni papà” mi dice, “ora andiamo!”

Mentre camminiamo fianco a fianco mi racconta che pensava che fossi morto e che non sperava più di rivedermi. Poi mi parla di quello che è accaduto quando sono svenuto. Lo racconta con le lacrime agli occhi, ma non si dispera; non più ormai.
“Sai che dove stiamo siamo più di cinquanta?” Mi dice quasi sorridendo.
“Stjepan è un bravo figlio!” Mi sento dire da una voce dietro di me.
“Vedrai papà, ti piacerà!”
Dopo un cammino di circa un ora arriviamo in un bosco di betulle e faggi.
Come per magia altri uomini sbucano fuori e sono tutti abbracci e pacche amichevoli.
“Guarda papà!” Mi dice mio figlio “Guarda il cielo laggiù!”
Le nuvole disegnano nel blu forme fantastiche e, all’orizzonte, dolci colline si allungano verso le montagne più alte e lontane.
“Laggiù c’è il nostro paese…” mi dice Stjepan e non finisce la frase.
Lo abbraccio stretto e finalmente per un attimo ritrovo mio figlio di dodici anni, come se aver posato il mitra gli avesse restituito la sua adolescenza.
“Papà” mi dice poi abbassando lo sguardo come per la vergogna. I suoi occhi che prima non avevano versato una lacrima ora si fanno rossi mentre aggiunge: “ Ho ucciso un uomo, sai?”
Lo guardo e mi sento male per lui. All’improvviso la mente mi si riempie di ricordi cari: di quando l’ho tenuto in braccio per cullarlo, o di quando gli raccontavo le favole, o quando l’ho accompagnato a scuola il primo giorno e dei tanti giochi fatti insieme. Ma nello stesso tempo capisco che Stjepan è cresciuto. Non è più solo il mio ragazzo, è molto di più ora.
“Anch’io” rispondo tenendolo per la spalla.
Mi guarda con occhi velati di lacrime; è sorpreso. “Anche tu?”
“Finirà tutto questo, Stjepan, finirà vedrai.”
E mentre insieme ammiriamo una volta di più il panorama incantevole della nostra terra penso che Borislav è un dono di Dio. Per la prima volta da tre giorni riesco a sorridere.

Sono passati ormai più di tre anni e finalmente la guerra sta finendo. Stjepan ha quindici anni ora e Borislav più o meno quattro. Stanno bene insieme e giocano spesso. I nostri compagni sono più di cento adesso e sono contento di essere tra di loro. Ogni sera prima di chiudere gli occhi, ripenso alla giornata trascorsa, come facevo insieme a Miranda a casa nostra. Mi mancano da morire lei e Marija, ma non ne parliamo spesso io e Stjepan. So che anche lui ci pensa e quindi tacitamente ci capiamo. Spesso ce ne andiamo a guardare il tramonto verso le colline e restiamo così, fianco a fianco, senza parlare di niente, ma insieme.
Ed è bello, molto bello!

 

 

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