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IL BAMBINO PERDUTO

solitudineStava lì a non più di un metro che mi guardava fisso negli occhi, mentre mi puntava contro la pistola.

L’indice della mano destra era già sul grilletto e l’arma era pronta a far fuoco. Era calmo, freddo e sicuro di sé, o almeno così sembrava.

L’unico piccolo indizio di tensione era una gocciolina di sudore sulla tempia sinistra. Non faceva caldo nel capannone anzi, il freddo lo sentivo tutto, ma dentro di me. Sapevo che l’avrebbe fatto perché capivo che sentiva di doverlo fare.

Ero terrorizzato, ma cercavo di conservare, chissà perché, la mia dignità.

Scrutavo dentro quegli occhi grigi come l’acciaio alla ricerca disperata di un briciolo di umanità, ma essi mi fissavano spietati ed erano incredibilmente belli e indifferenti.

Avevo tentato di parlare, di ragionare, di spiegare che non aveva senso quello che stava per fare. Ma non mi ascoltava. Gli avevo detto che il mondo avrebbe continuato a girare sempre allo stesso modo senza di me, o anche senza di lui, e che non sarebbe cambiato niente. Aggiunsi che, se mi considerava una persona da uccidere, ritenevo di aver diritto almeno a un’ultima chance. Niente. La pistola era sempre ferma nelle sue mani, inesorabilmente puntata contro il mio occhio sinistro.

Così mi ammutolii, mi rassegnai, per così dire, mi spensi.

Credo che dall’esterno potevamo sembrare due statue di cera, seduti l’uno davanti all’altro: lui con la pistola puntata sulla mia faccia ed io come ad aspettare l’inevitabile. Siamo rimasti lì così, in una situazione surreale, quasi grottesca.

Osservando la sua barba, lunga di due o tre giorni e con chiari segni di incipiente incanutimento, mi accorsi che aveva una piccola cicatrice accanto al sopracciglio sinistro. Chissà come e quando se l’era procurata.

Forse da bambino era caduto dal cavallo a dondolo o dal seggiolone.

Fu così che in un attimo, quel volto truce si trasformò ai miei occhi nel viso paffuto e dolce di un bambino di tre anni, con lo sguardo vivo e sorridente, felice e stupito, magari per il primo triciclo regalatogli dal papà e trovato infiocchettato sotto l’albero di Natale.

Già. Un bambino! Sembrava impossibile, ma quell’uomo che stava per uccidermi a suo tempo era stato un bambino. Me lo immaginavo nel suo lettino, mentre ascoltava dalla voce affettuosa della mamma, la sua favola preferita, o quando, muovendo incerto i suoi primi passi, contento si tuffava tra le braccia rassicuranti del padre. Chissà quanto avrà pianto la notte, sognando streghe, mostri e uomini cattivi! Proprio lui!

Magari anche il primo giorno di scuola aveva pianto, come me, e forse anche lui era stato sgridato tante volte perché si infilava le dita nel naso per poi mettersele in bocca.  Sapevo che aveva avuto una buona istruzione e lo immaginavo mentre copiava il compito in classe dal suo compagno di banco, come abbiamo fatto tutti noi. Lo vedevo ridere e scherzare con gli altri a una gita scolastica, o in un campo di calcio, o a una festa di compleanno. Sicuramente se non tutte, almeno alcune di queste cose doveva averle vissute. Cosa mai poteva essere accaduto per ritrovarmelo di fronte ora, con la lucida determinazione che doveva uccidermi?

Stavo per chiederglielo, ma non feci in tempo.

Un lampo e un tuono improvviso. Un tremendo e brevissimo dolore pose fine a tutto.

Quel bambino non esisteva più.

Era  stato ucciso molto, molto tempo prima di me!

Fonte immagine: http://www.premioceleste.it/opera/ido:144006/

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