Articolo

Giallo come la luna

Un raggio di luce penetrò attraverso le stecche della serranda chiusa male e le arrivò dritto nell’occhio destro. La prima cosa che Daniela realizzò fu un atroce mal di testa, la seconda che c’era silenzio. Con gli occhi socchiusi ricordò che era domenica. Mosse leggermente il capo e un martello di gomma dura le percosse la tempia dall’interno. Faticosamente riuscì a mettersi seduta sul letto. Una volta riuscita nell’impresa dovette richiudere gli occhi. La testa le scoppiava. Allungò d’istinto la mano verso il comodino per prendere gli occhiali. Non c’erano. Tastò ancora ma riuscì solo a far cadere la sveglia e il fermaglio per i capelli. Aprì gli occhi con fatica e constatò che effettivamente gli occhiali non erano dove era certa di averli lasciati. Barcollando si diresse in bagno. Seduta sul water posò lo sguardo assonnato sul piano della doccia. C’era un tubo di bagno schiuma giallo ocra. Non l’aveva mai visto prima. Si alzò e lo prese per guardarlo meglio. Lesse: “Shower for man, honey flavour”. Ne sentì il profumo e le ricordò qualcosa. Un brivido lungo la schiena le fece mollare subito l’oggetto che ricadde sul piano della doccia lasciando uscire un po’ di gel trasparente, giallo anch’esso. Aveva ancora il brivido a cui si aggiunse una vertigine. C’era qualcosa nella sua mente che si rifiutava di affiorare.

Poi sentì bussare violentemente alla porta.

“Come va oggi?”

Daniela non rispose e scosse il capo. Sprofondò nella poltrona e rimase zitta.

“Ci sono novità di cui vuole parlarmi?”

“Stamattina gli occhiali erano sull’altro comodino. Non li avevo messi lì.”

“Beh, capita. Succede spesso di ricordare male.”

“No! Non ho ricordato male. Non erano al loro posto. Capisce dottore?”

Il dr. Giacometti, dietro le sue tonde lenti da ipermetrope annuì e aspettò.

“E poi il bagno schiuma! C’era un bagno schiuma da uomo. Certo non era mio. E la testa stamattina mi doleva come se mi fossi drogata ieri sera.”

“E non l’ha fatto, vero?”

“No dottore; non l’ho fatto!” Rispose risentita. “È più di un mese che vengo da lei mi chiede se mi faccio? Dovrebbe aver capito qualcosa di me no?”

“Stia tranquilla Daniela” –  la voce del medico era bassa e dolce –  “mi scusi se l’ho offesa. Volevo solo sapere se aveva preso qualche compressa per dormire.”

“No! Non ho preso niente” –  rispose lei stizzita.

Il dr. Giacometti si lisciò la folta barba scura, ma rimase in silenzio.

“Ok dottore” – riprese Daniela ad occhi bassi –  “mi scusi lei invece. Sa, sono un po’ tesa e… dopotutto quello strano tubo di bagno schiuma giallo c’era davvero nella mia doccia e non so di chi sia, capisce?”

“Certo, certo; non si agiti, ho capito.”

Lei lo guardò e poi scosse leggermente il capo.

“Va be’, diciamo che non è importante. Però…”

“Però?”

“Ecco, ora che ci penso era color del miele. E in effetti sopra c’era anche scritto: Bagno schiuma per uomo, gusto miele!”

“Ah!”

“Sì!” – Continuò Daniela sorridendo – “e a me il miele è sempre piaciuto tanto. Sa dottore, quando ero piccola spesso passavo alcune settimane in campagna con i miei nonni e nonno Arturo aveva le arnie!”

Lo sguardo di Daniela si era fatto sognante.

“Non ho mai avuto paura di quelle api! La nonna si raccomandava sempre: “non ti avvicinare!” mi diceva “possono pungerti e farti molto male!”, ma a me piacevano tanto, invece. Quel ronzìo in qualche modo mi divertiva e il miele poi… quanto me ne sono mangiato da piccola! E quanto ancora me ne mangio ora!”

Si era tranquillizzata, Daniela e sorrideva.

“Lo ha fatto nuovamente quel sogno?”

“Cosa? Ah, il sogno. Quello che esco di corsa dalla porta di una casa che non è la mia e mi catapulto in strada sconvolta? No, non l’ho più fatto.”

“E di cosa vogliamo parlare oggi?”

“Beh, a dire il vero è di un altro sogno che vorrei parlare, quello di stanotte.”

“Il sogno di stanotte? Certo, racconti pure, con calma.”

Daniela abbassò gli occhi e cominciò a mordicchiarsi l’unghia del pollice. Il medico rimase in silenzio, aspettando la sua risposta.

“Ecco… è un po’ imbarazzante.”

Continuò a guardare in basso e prese a martoriarsi il lobo dell’orecchio.

“Il sogno era abbastanza confuso e poi ora, a distanza, non so se…”

Il dottore attese paziente.

“Va bene!” – aggiunse Daniela con l’aria di chi aveva preso finalmente la decisone necessaria.

“Stavo facendo sesso con un uomo, in casa.”

“Sì?” La incoraggiò il medico.

“Sì, e… beh ricordo soprattutto l’atto del coito, capisce?”

“Mmmm.” – annuì l’altro.

“Insomma come se io guardassi la scena da fuori e vedessi solo quello.”

Dopo qualche secondo di immobilità il dottore sussurrò calmo: “e poi?”

“Mi piaceva molto. Eravamo sdraiati sul tappeto del salotto. Io stavo sopra. C’era un caminetto acceso, la musica di sottofondo, e lui era… beh, era…”

Daniela riappoggiò la schiena sulla poltrona e fissò il medico prima di continuare con voce incerta.

“Era lei, dottore.”

Lui non disse niente, non mosse un muscolo. Si limitò ad un lievissimo movimento con gli occhi.

“Sì lo so” – riprese lei –  “lo so che è normale. Sicuramente ora mi dirà che si tratta di transfert, vero?”

“È sicura che fossi proprio io?” – chiese Giacometti.

“Beh, ora che me lo chiede: il viso era il suo, compresa la barba gli occhiali e tutto il resto, ma… ecco…”

Daniela arrossì, ma piantando gli occhi sul tappeto e facendo uno sforzo notevole riuscì a continuare.

“Ripensando al sogno capisco che il resto del corpo con cui facevo sesso non poteva essere il suo. Insomma: i peli erano biondi, e anche quelli… del pube. Anzi: erano giallo miele! E lei dottore è bruno di capelli, no?, cioè è moro.”

“Lo ha fatto altre volte questo sogno?” – chiese Giacometti in tono neutro.

Daniela si mosse a disagio.

“Sì.”

“Può descrivermelo meglio di così, vero?”

Daniela annuì.

“Sì, ma non mi va di farlo.”

“Ok” – rispose il dottore.

Lei annuì di nuovo, ad occhi bassi. Il medico attese.

“Sa dottore, mi rendo conto che da un po’ di tempo sono ossessionata dal colore giallo.”

Giacometti si fece attento spingendosi lievemente verso la paziente.

“Voglio dire che mi accorgo spesso che ciò che mi circonda è di quel colore. Prima non ci facevo caso.”

“Ah! Davvero?”

“Già. E non è che sia il mio colore preferito, sa? Da bambina…”

Ma il medico la interruppe.

“Mi può dire, a questo proposito, di una cosa che ultimamente ha attratto la sua attenzione?”

“Beh, ad esempio giorni fa, facendo la maionese, mi sono meravigliata del suo bel colore giallo.”

“Mmmm” – annuì – Giacometti  “e qualcos’altro?”

“Oh tante cose: l’oro della mia catenina, il colore del mio frutto preferito, il melone, quello degli iris alternato al blu, e poi il cielo poco prima del tramonto, o il giallo dell’arcobaleno o…”

“Non mi saprebbe indicare niente di più, diciamo, inconsueto?”

Daniela sorrise e inclinò la testa di lato.

“Ma come fa dottore? Lei è davvero bravo! Un mago!”

Giacometti rimase zitto a fissarla.

“Come fa a sapere che proprio ieri mi sono meravigliata ad ammirare la luna? Cioè, mi spiego. Forse anche lei ha seguito il fenomeno: erano le undici di sera e da dietro la collina che si vede dalla mia finestra te la vedo sbucare. Rossa! Una grande luna rossa! Straordinaria!”

Il medico sorrise leggermente ma attese la continuazione.

“Sono rimasta a fissarla per non so quanto tempo, fino a che, pian piano, mentre si alzava in cielo, diventava più chiara e cambiava colore. Ma prima di diventare bianca, come era giusto che fosse, quel rosso era virato lentamente verso il giallo, un giallo davvero particolare, bellissimo!”

“Un giallo, diciamo, di transizione.”

“Sì dottore” – concluse Daniela stupita – “proprio così: di passaggio!”

“E questo l’ha colpita, vero?”

“Sì”

“E perché secondo lei?”

Daniela rimase pensierosa. Aggrottò la fronte per un pensiero improvviso e sgradevole. Il medico aspettò paziente, senza dire o fare niente.

“Sa dottore, sa qual è il miele che preferisco in assoluto? Non si trova facilmente ma a casa dei nonni c’era sempre perché mia nonna lo conservava per me: il miele di girasole. In effetti, ora che ci penso, cristallizza facilmente e può cambiare colore. Rimane di un bel giallo, ma scurendosi gradualmente arriva al suo colore intenso, la sfumatura che preferisco. Bellissimo! In fondo fa come la luna, vero?”

Daniela alzò lo sguardo verso il medico e, improvvisamente spaventata,  gli piantò i suoi occhi neri in faccia.

“Perché mi ha fatto questa domanda dottore? E perché adesso mi sento… mi sento, sono…”

Giacometti immobile sembrava aspettarsi qualcosa di preciso. Vide il suo respiro farsi affannoso, gli occhi stringersi e la bocca contorcersi in una smorfia. Solo un paio di secondi, poi l’espressione della ragazza mutò: dapprima i suoi lineamenti si stirarono, e subito dopo si rilassarono, arrivando ad una vera e propria sofferenza. Grosse lacrime le rotolarono sulle guance, ma lei sembrò non accorgersene.

“Che mi succede ora? Che devo fare dottore?”

“Cosa sente Daniela? Cos’è che la fa star male?”

Ma la ragazza scosse il capo violentemente, come a scacciare un ricordo troppo doloroso o troppo brutto da rievocare.

“Coraggio Daniela! Non si spaventi, va tutto bene. Mi racconti cosa vede ora.”

Lei cominciò a tremare. Prima solo le mani, poi tutto il corpo. Giacometti le si avvicinò abbandonando la sua poltrona e le afferrò le mani tenendole nelle proprie. Poi la ragazza alzò il viso e gli occhi verso di lui.

“Chi sono io Daniela?”

“È il dottore!” – rispose con voce tremante e spaventata.

“E che cosa stai guardando adesso Daniela? Cosa vuoi dirmi?”

“Lui è steso sul letto. Il mio letto! È nudo. È steso supino, immobile, sul mio letto e… Oddio… sembra morto!”

La ragazza si coprì la faccia con le mani a coppa. Di scatto fece per alzarsi, ma il medico, alzatosi anche lui, tenendole sempre le mani, gentilmente la costrinse di nuovo seduta.

“Calmati Daniela, stai calma ora. Va tutto bene sai? Ma ora devi continuare a dirmi cosa vedi, così poi finirà tutto e potrai tornare a fare quello che ti fa star bene, giusto?”

La ragazza annuì e si calmò un poco. Poi continuò.

“È strano.”

“Che cosa è strano Daniela? Dimmi ancora di lui e di quello che vedi. Com’è lui?”

Lei scosse il capo e sorrise, ma senza il piacere di farlo.

“Lui è tutto nudo, steso sul mio letto, e ha la faccia sotto al cuscino. Non riesco a vederne l’espressione, ma…” – di nuovo quel risolino nervoso – “ha una specie di gelatina sul petto. È gialla… sembra proprio… ma come può essere? Sembra miele dottore!”

“Sì? Va bene: ha del miele sul petto, e poi?”

“Beh, non solo sul petto. Ce l’ha anche…lì!”

“Ha del miele sul pube? È questo che vuoi dire Daniela?”

“Sì!” – annuì con vigore lei – “ce l’ha proprio lì ed è tanto! È tutto… giallo!”

“Bene” – il tono del medico ora, quieto e rassicurante, contrastava con quello della ragazza, tremante e con scosse in tutto il corpo.

“Ora dimmi che altro vedi. Con calma Daniela, dimmi tutto il resto e calmati. Va bene?”

La voce della ragazza divenne profonda e il tremore cessò del tutto. Finalmente tranquilla, con le labbra atteggiate ad un sorriso freddo ed ineffabile, continuò.

“Le sue gambe sono tese. I piedi sono legati ai bordi del letto. Anche le braccia sono aperte. I polsi legati alla ringhiera di metallo. La faccia è nascosta dal cuscino e non si vede. Ma il suo pene sì. È floscio, ridicolo, così… pieno di miele. È miele di acacia: sa di fiori e fa bene alla gola. Col tempo da bianco diventa giallo scuro.”

Daniela sorrise e il suo sguardo si fece duro.

“E a me piace tanto il miele.”

Il dottor Giacometti afferrò i fogli appena usciti dalla stampante e li rilesse con attenzione.

 

La paziente Daniela Capogrossi, a me affidata da codesto tribunale, nella persona del giudice Stiletti, presenta un grave disturbo borderline di personalità, caratterizzato da notevole instabilità emotiva, stati disforici con repentini passaggi, anche nell’arco di poche ore, da un umore all’altro. La paziente oscilla rapidamente lungo intensi stati di dolore, panico, furia devastante, terrore, vuoto e solitudine, e sintomi parapsicotici quali la dissociazione e derealizzazione, quale appunto la allucinazione reality-based. Sono evidenti anche disturbi compulsivi alimentari. La paziente è amnesica, e non ricorda l’episodio delittuoso avvenuto circa un mese fa, e non sembra neanche in grado di ricordare cosa l’abbia provocato. Durante la seduta di ieri però, sotto il mio controllo diretto, ha ricostruito quelle che dovevano essere le ultime fasi di un rapporto avuto con l’uomo ritrovato morto soffocato a casa propria nel suo letto, ma, al momento non può ricordare altro. Il suo disturbo deve avere radici profonde ed è presumibile, come certe teorie sul disturbo borderline di personalità indicano, che derivi dal presunto episodio di violenza subito in età adolescenziale. Di tale evento però, com’è noto, non si hanno prove, dal momento che la ragazza, a suo tempo, non ne fece parola con alcuno. Ciò che Daniela Capogrossi deve aver represso prima e rimosso in seguito, ha causato verosimilmente una visione di sé fortemente distorta, che la inducono a passare da un ruolo di succube, bisognosa d’aiuto, a giusto vendicatore di un maltrattamento subito, precedente anche di anni. Trovo interessante che la paziente abbia riferito durante la seduta come sia il colore giallo a dominare la propria percezione dell’attuale mondo reale, ma un giallo che risulta essere di transizione, in attesa di mutare in un altro colore più definitivo e consone al suo temperamento, riportando il paragone della luna rossa, che prima di diventare bianca diventa temporaneamente gialla. Il fatto che, come riferisce sua zia, l’unica sua parente stretta, all’età di ventinove anni non ci siano stati ancora rapporti duraturi con degli uomini, non può che confermare la predetta teoria. Non è possibile però essere certi della meccanica del delitto in questione, né della eventuale premeditazione dello stesso. Si sa che l’uomo, la vittima, di circa vent’anni più vecchio, è stato visto in sua compagnia nel bar “Chicco d’oro”, a quattro isolati di distanza da casa della ragazza, ma non è possibile dedurre in alcun modo se sia stato adescato dalla stessa, o se sia stato lui ad aver fatto delle avance più o meno violente ai suoi danni.  La paziente, durante la seduta, ha ricordato che il corpo dell’amante occasionale era cosparso di miele, sicuramente a scopo ludico-sessuale, ma è anche possibile che il fatto sia avvenuto soltanto postmortem. Di certo si è dimostrata fruttuosa la decisione, di cui mi assunsi la piena responsabilità, di lasciarla tornare a casa propria dopo il delitto. Dopotutto nello stato in cui era, assente e non reattivo, tenerla in carcere sarebbe stato controproducente. Si conferma in ultimo il ruolo fondamentale che riveste nell’immaginario della paziente il miele, sostanza in grado di donarle serenità e appagamento psicologico. Questo spiega perché Daniela Capogrossi sia stata trovata dalle forze di polizia che irruppero a casa sua dopo il delitto tranquillamente seduta al tavolo della cucina, intenta a mangiare voluttuosamente del miele di girasole dal barattolo di vetro, mentre il corpo dell’uomo giaceva ancora nel suo letto.

Si raccomanda pertanto l’affidamento di Daniela Capogrossi alla struttura che codesto tribunale riterrà più idonea per una diagnosi più approfondita e per la conseguente terapia.

 

                                                                                                   Dr. Giulio Giacometti

blog comments powered by Disqus