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FORTUNATA

sogno“Gioco infantile tra i più conosciuti…accidenti quanto è lunga! Comincia con la “n”,…mmm…”
Leggeva a voce alta, cercando di indovinare i quesiti delle parole incrociate facilitate. Il pendolo del soggiorno batteva le sei e trenta di pomeriggio ed era come un amico che le ricordava che, di lì a poco, avrebbe dovuto telefonare a sua sorella, Maria Luisa.
“Se cominciasse con la “m” potrebbe essere moscacieca…e invece no! Però è lo stesso di dieci lettere…mmm…”
Dalla finestra ben chiusa del salotto giungeva attutito il rumore sordo del traffico pomeridiano: avevano chiuso gli uffici e molti si apprestavano a tornare a casa, in famiglia.

Seduta al tavolo tondo del salotto, con la luce accesa perché d’inverno fa notte presto, Fortunata cercava di occupare il suo tempo di anziana donna sola, vedova ormai da più di vent’anni. Dopo aver riordinato la cucina, lavato i piatti, aver fatto il riposino ed essere andata alla messa vespertina, le rimaneva ancora del tempo prima di occuparsi della cena. Era incredibile come il tempo da un po’ di anni non passasse mai. Quando era giovane e lavorava come dattilografa al ministero, doveva far fronte ai problemi della famiglia, della casa, della vita sociale e il tempo non bastava mai. Era una corsa continua. Correndo erano passati gli anni precedenti alla morte del suo Gianni; poi avevano rallentato parecchio, anche perché la figlia Adriana si era trasferita addirittura in Brasile per lavoro e il piccolo Alfredo era diventato abbastanza grande per partire militare in Sardegna, a Macomer.
Così improvvisamente si era accorta di essere rimasta sola, senza marito, senza figli, senza lavoro e…con tanto, tanto tempo…

“Nascondino!“ Esclamò con impeto.
Nel silenzio della casa le sembrò di udire una voce che le diceva: “brava!“
Alzò gli occhi verso la porta finestra e si accorse che alcune gocce di pioggia cominciavano a ticchettare sul vetro.
Chissà perché quel sommesso rumore riusciva sempre a distoglierla da quel che stava facendo.
Lentamente si alzò e si diresse ciabattando in cucina. Prima di lasciare il salotto accese la televisione e alzò il volume quasi al massimo. Il suo vicino, sig. Vincenzo, sicuramente non era ancora tornato e non avrebbe protestato. Non che fosse proprio sorda, ci sentiva ancora abbastanza bene in confronto a tante sue amiche, ma sentire da una stanza all’altra la TV, specialmente se trasmettevano il “Maurizio Costanzo show“ le dava l’impressione che ci fossero ospiti in casa, magari a cui portare il tè coi pasticcini.
Tirò fuori dal frigo il pollo avanzato dal pranzo e l’insalata. Un po’ di brodo con cui aveva cotto il pollo avrebbe completato la sua cena.
Consumò con poco appetito il suo pasto, ma lentamente, perché altrimenti non avrebbe digerito bene, quindi riordinò e lavò di nuovo i piatti, sistemandoli sul lavello per farli sgocciolare. Cambiò l’acqua ai canarini e gettò un pizzico di mangime a Leo, il pesce rosso. Anche lui era rimasto solo ormai, perché la sua compagna, Olivia, s’era suicidata saltando fuori della vasca. Doveva ricordarsi di comprargliene un’altra quando sarebbe andata al mercato la prossima volta.

Si era appena seduta sulla poltrona a fiori davanti alla TV quando squillò il telefono.
“Fortunata?“ Era Maria Luisa, la sorella. “Perché non m’hai chiamato?“
“Oh, scusami Luisa, me ne sono dimenticata.“
“Già, con tutto quello che hai da fare!” aggiunse sarcastica l’altra continuando subito dopo: “…allora: sono passata in delegazione per quel tuo certificato…”
“Oh grazie!“ rispose Fortunata in tono dimesso.
“È tutto a posto. La prossima settimana ti accompagnerò a far richiesta per gli arretrati della pensione, va bene?“
“Grazie, grazie ancora!“ disse nuovamente Fortunata con voce un po’ tremante come se le venisse da piangere.
“Hai preso le medicine?“ Aggiunse Maria Luisa in tono deciso.
“Non ancora. Ho appena finito di cenare.“
“Ma che hai? Mi sembri un po’ strana stasera. Ti senti giù?“
“No,no. È che forse mi sta venendo un raffreddore.“ disse facendo finta di tirare su col naso.
“Non ti dimenticare, mi raccomando! Lo sai che ti può succedere, no?”
“Certo, certo; non ti preoccupare. Le prenderò subito.”
E senza aspettare mise giù il telefono. Chissà perché da un po’ di tempo, quando la sorella assumeva quel tono, le veniva sempre da piangere.
In quel momento lo sguardo le si posò sul tavolo tondo, dove solo pochi minuti prima stava facendo le parole incrociate. Era rimasta accesa la piccola luce da scrivania (perché la luce grande consumava troppo) e chissà perché la vista di quell’angolo di casa fiocamente illuminata, dove non c’era nessuno, la mise a disagio. Un groppo di tristezza le salì alla gola.
“Ma che cosa mi prende?“ si chiese parlando sottovoce.
Era ormai tanto tempo che parlava a voce alta in casa. Non pensava più che farlo voleva dire essere matti e, anzi, le faceva piacere. In fondo, una volta che ci si era abituata, le sembrava addirittura di sentire le risposte alle sue affermazioni. Era un po’ come scegliere di volta in volta quale interlocutore avere. Spesso, dopo aver parlato, si rivoltava a guardare sopra al cassettone, dove c’erano in bella mostra le foto incorniciate dei figli e dei suoi nipotini, Michele ed Aurora. Quando invece erano domande più intime o impegnative, si rivolgeva verso il tavolinetto in stile, con sopra il telefono, che stava vicino alla porta del salotto. Là c’era una grande cornice che ritraeva il suo Gianni in una foto di almeno quarant’anni prima. Ormai era certissima che le rispondesse: lei lo udiva chiaramente! L’unica cosa che l’impensieriva un po’ era che, a volte, senza rendersene conto, le poteva capitare di parlare da sola anche in altre occasioni: come al supermercato. Niente di male certo; però era imbarazzante. Gli altri non potevano capire e magari ridevano di lei.

Con un sospiro cercò di far uscire un po’ d’angoscia e si diresse con passi lenti e stentati verso la credenza. Tirò fuori le pillole per il diabete e ne trangugiò una. Poi, come al solito, il suo sguardo si soffermò sul nocciolato che stava vicino ai liquori, e ai cioccolatini assortiti che aveva comprato quasi una settimana fa.
“Oh Dio, quanto ne mangerei uno!” disse al suo ospite invisibile. Ma poi ricordò quanto era stata male anni prima, quando erano venute a trovarla le sue amiche di parrocchia, Tilde e Carla, insieme con il nipote di questa Alberto. Aveva già più di cinquant’anni, ma per lei era ancora un ragazzo, un bel ragazzo!
Non aveva voglia di farsi vedere malata e aveva preso anche lei con gli altri una bella tazza di cioccolata calda. Con la panna ! Quanto era buona! Ma, dopo un paio d’ore, era stata malissimo. Si sentiva debolissima e stava per svenire lì, davanti a tutti. Per fortuna quel robusto giovanotto l’aveva presa in braccio e l’aveva fatta sdraiare sul letto. Poi avevano chiamato il dottore che le aveva fatto una iniezione. Sua sorella Maria Luisa s’era arrabbiata molto quella volta e aveva ragione. Si era comportata proprio come una stupida vecchia zitella; lei, che zitella non era!
Richiuse perciò lentamente l’anta della credenza e, dopo aver rialzato il volume della TV, si riaccomodò nella poltrona a fiori.
Pochi minuti dopo dormiva profondamente e, mentre Pippo Baudo presentava tra gli applausi il nuovo ospite della serata, lei cominciò a sognare.
Era nel salotto e stava guardando il tavolo tondo. La piccola luce era accesa e illuminava l’album delle parole incrociate che stava lì aperto. Non c’era nessuno in quel momento, ma ad un tratto suonò il campanello. Fortunata fece per andare ad aprire la porta, ma si sentì “pesante“ e quasi non riuscì a muovere i piedi. Una volta che ebbe aperto però, vide entrare suo marito Gianni tutto sorridente e subito dopo i suoi figli e i suoi nipoti. Poi, una dopo l’altra, entrarono le amiche della parrocchia e le colleghe di quando lavorava al ministero. Tutti si accomodarono intorno al tavolo del salotto, in attesa di qualcosa che, a giudicare dalla loro espressione, prometteva di essere importante. Fortunata invece restò in piedi. Stava per chiedere agli altri cosa stessero aspettando, quando si accorse che la piccola luce sul tavolo si faceva sempre più grande e diventava via via più forte, intensa come un piccolo sole. A quel punto lei cominciò ad offrire il tè, i pasticcini e, naturalmente, i suoi cioccolatini assortiti. Si sentiva molto meglio e, mentre conversava con gli altri, udì una voce chiamarla dalla cucina. Tutti i suoi ospiti la incitarono ad andare a vedere chi la chiamava e lei, sentendosi stavolta “leggera leggera“ quasi senza camminare, si diresse in cucina. Sua sorella Maria Luisa, seduta al tavolo al centro della stanza, trangugiava grossi bocconi di pasta al forno, abbacchio con le patate, melanzane alla parmigiana e poi gelato, torta di mele, panna montata con i mirtilli e altro ancora. All’inizio Fortunata assisté a quella scena senza sapere che fare, poi fece per avvicinarsi al tavolo, con l’intento di assaggiare qualcosa di quelle succulente pietanze. Ma sua sorella non voleva. Maria Luisa, indicandola con il dito indice della mano destra, la inchiodò lì, sulla porta, facendole capire che non doveva neanche provarci. Quindi questa si alzò e, preso il piatto con il pollo lesso della sua cena di diabetica, lo riversò nella pattumiera, con un ghigno di cattiveria sulla faccia. Anche nel sogno Fortunata sentì di aver voglia di piangere, ma in quel momento qualcosa la distrasse da quella situazione angosciosa. Era il canarino, Pablo, che con il becco tentava di aprire la porticina della gabbia e di volar via per la cucina. Ci riuscì quasi subito e dopo tre o quattro circonvoluzioni vicino al soffitto finì per posarsi sul nocciolato che stava accanto alla vaschetta di Leo, il pesce rosso. Dopo averlo sbriciolato col becco, con un breve battito d’ali raggiunse l’orlo della vaschetta e ne lasciò cadere un po’ nell’acqua. Immediatamente il pesciolino ne ingoiò un pezzetto, poi un altro e un altro ancora e (incredibile) cominciò a crescere, a crescere, tanto che sembrava non entrare più nella vasca…
La pubblicità della carta igienica alla TV fece svegliare di soprassalto Fortunata.
“Oh Dio mio! “ esclamò la nostra amica “ Dove mi trovo? “
Ma si rese subito conto che ovviamente si trovava sulla sua poltrona in salotto. Scuotendo la testa si passò una mano sugli occhi.
“Oggi mi sento proprio strana; che sia la pressione? Forse domani dovrei andare dal dottore. Forse se telefonassi a Luisa…ma no, non ne ho voglia. Mi passerà. In fondo ho solo sognato…” Un’immagine le tornò alla mente: Leo! Si alzò e con passi incerti, appoggiandosi al muro per una improvvisa debolezza nelle gambe, entrò in cucina.
Leo era lì sul tavolo, morto. Anche lui era saltato fuori dall’acqua, come la sua compagna, ed era morto. Per un attimo Fortunata si sentì persa, affranta e infelice come forse non le era più capitato dopo la perdita del suo Gianni.
“Anche tu!“ disse a voce bassa rotta dalle lacrime, “anche tu!“
Ma dopo aver preso in mano il corpicino irrigidito del pesciolino, e dopo averlo accarezzato piano con due dita, come per paura di far troppo forte, le tornò in mente la scena finale del sogno. Con ancora il pesciolino rosso in mano, si voltò a guardare Pablo, il canarino, che le rispose con un breve cinguettio. E improvvisamente capì, le sembrò un disegno piuttosto chiaro, di cui il sogno era solo la penultima scena. L’ultima l’avrebbe dovuta scrivere lei. Rimise Leo delicatamente nell’acqua, si alzò con decisione dal tavolo della cucina e con passo sicuro si diresse verso la credenza.

“Presto dottore, presto!“ gridava terrorizzata al telefono Maria Luisa, “mia sorella non mi risponde, non mi capisce, non si muove! Corra, la prego!“
Quando il medico, chiamato da Maria Luisa, entrò nel salotto la vide ancora seduta nella poltrona a fiori, davanti al televisore ancora acceso. Più che seduta era semisdraiata, con le gambe allungate, o meglio “stirate“ in avanti e leggermente divaricate. Per la posizione il capo era reclinato di lato e il mento toccava il petto.
“Glielo avevo detto io, sa? Glielo avevo detto! Oh Dio, è grave dottore?“ ripeteva spaventatissima Maria Luisa “Deve farle l’iniezione, vero?“
Il medico, rimasto fermo all’entrata del salotto, contemplò per qualche secondo la scena e la posizione della paziente. Quindi gettò un’occhiata fugace a Maria Luisa che continuava a girargli intorno cantilenando sempre le stesse parole e pensò: “ma non si accorge che ormai è morta?“ Poi, scuotendo leggermente il capo e sospirando sconsolato, avanzò verso il corpo. Qualcosa attirò la sua attenzione. Fortunata stringeva ancora nella mano sinistra un sacchetto di cioccolatini assortiti e nella destra, abbandonata in grembo, la carta colorata in cui uno di questi era stato avvolto. Guardando da vicino e con più attenzione, il dottore vide a terra un gran numero di queste carte, proprio accanto alla poltrona.
Con la mano le chiuse gli occhi rimasti semiaperti, mentre da dietro gli arrivò l’urlo disperato della sorella. Non avrebbe mai dimenticato l’espressione di quel viso così dolce, quasi in estasi, e con le labbra ancora sporche di cioccolata.

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