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DOLCE IRINA

galassiaIl  capitano era stanco.

Da troppo tempo ormai vagabondava tra le galassie alla ricerca della dimensione Lamda II°. Con la sua nave aveva esplorato un territorio dalla vastità inimmaginabile, incontrando tempeste magnetiche, piogge di meteoriti e spesso  si era trovato in seria difficoltà, mettendo a rischio la sua missione e l’incolumità sua e dell’equipaggio. Da quasi tre anni ormai era rimasto solo. Nessuno dei nove colleghi e amici che l’avevano accompagnato in quel viaggio interminabile, e ormai diventati la sua famiglia, erano sopravvissuti. Alcuni di loro fluttuavano nello spazio, racchiusi nei loro caschi, con lo stupore negli occhi, persi per sempre nel vuoto, galleggiando come bolle di sapone in quell’immensità senza tempo.

Era partito circa otto anni prima. La sua nave, dotata di uno speciale acceleratore di velocità, per la prima volta sperimentato, era in grado di viaggiare al 75% della velocità della luce; questo voleva dire che sulla terra di anni ne erano trascorsi quasi dodici. “Il viaggiatore” l’avevano chiamato, per la sua resistenza e perseveranza nel raggiungere l’obiettivo. Otto anni prima si era lanciato in quell’avventura per compiere la missione di trovare la dimensione, ovvero l’universo parallelo a quello conosciuto, perché si era creduto che, raggiungendola, avrebbe scoperto le origini del mondo e, con esse, il senso e l’essenza stessa dell’esistenza. In tanti avevano provato ma nessuno era mai ritornato.

 Il tram arrivò sferragliando e sbarcò il suo carico umano in piazza degli Ontani. Il mercato era gremito di persone che si aggiravano tra i banchi di abbigliamento. Abiti a basso prezzo e vestiti usati, utensili da cucina e perfino libri di seconda mano. Poco più in là c’erano i banchi di frutta e verdura e sotto un sole caldo di ottobre, tra un grido di richiamo dei venditori, uno scialle di lanetta per il primo fresco mattutino, un buongiorno sorridente e un carrello della spesa, su cui inciampare se non si sta attenti, la vita pulsava.

 La sua Irina era stata contagiata dal virus di Andromeda.

Non se ne sapeva quasi nulla, ma i medici avevano sentenziato che non esisteva cura per quella malattia. Il morbo di Kaalj-Maa, così definito altrimenti per la somiglianza con un’antichissima maledizione indù, cancellava in un istante tutte le facoltà mentali, lasciando la persona contagiata in una specie di coma profondo. Nessuno fino ad allora era stato in grado di risvegliarsi da quel malefico torpore. Ma non morivano subito. Nel primo caso di infezione il paziente era sopravvissuto per quasi tredici anni. Molti avevano messo fine a quella sofferenza ricorrendo all’eutanasia. Negli ultimi tempi si era arrivati all’ipotesi che l’agente patogeno potesse arrivare da molto più lontano, ossia non da Andromeda, ma, addirittura, da un’altra dimensione. Per questo soprattutto era partito. Se fosse riuscito a trovare e a passare nel territorio ipotizzato dagli scienziati, cioè la dimensione spazio-temporale di Lamda II° avrebbe forse trovato anche il modo di salvare la sua  compagna, la sua dolce Irina.

 Una confusione improvvisa verso il fondo del mercato fece sobbalzare una vecchia signora, che, per lo spavento, mollò la busta dei mapo appena comprati, facendoli rotolare giù per la discesa della strada.

“ I vigili! So’ i vigili signo’, nun se spaventi. Se la stanno a piglia’ co’ quei poveri cristi….”

“ Ah, mbeh, meno male”

“ Eh, pe’ loro mica tanto però, poveracci! Saranno pure senza permesso de soggiorno, ma pure loro devono campa’, no?”

“Sì, ma non sulle spalle nostre!” Rispose il venditore del banco vicino.

Intanto il fuggi-fuggi era aumentato e alcuni giovani di colore se la davano a gambe come potevano, con i borsoni sulle spalle, inseguiti dai militari. Alcuni di loro scappando perdevano la mercanzia dai borsoni chiusi male per la fretta.

 Il viaggiatore aveva deciso di ritornare, anche se non sapeva cosa l’aspettava. Il mondo era cambiato in sua assenza e poi lui aveva vissuto troppo da solo nello spazio, lontano da tutto. All’inizio si era sentito perduto, per un tempo interminabile il panico si era impadronito di lui, ma poi si era lasciato prendere da quella  specie di assuefazione al silenzio ben conosciuta da chi viaggia a lungo nello spazio, una strana condizione in cui l’essere umano cambia i propri schemi mentali e, quindi, l’atteggiamento di vita. Da tanto ormai non leggeva più i suoi libri, perché rappresentavano qualcosa di troppo lontano da lui e non ascoltava più musica, perché l’unica che amava ora era quella dello spazio. C’erano note e melodie impensabili nel silenzio che lo circondava. A volte gli sembrava di essere sempre vissuto lì, nella sua nave, circondato dall’assenza di peso, da una memoria fittizia e dalle mura di metallo che costituivano il suo piccolo microcosmo. Fuori c’era il tutto o il nulla, non sapeva, ma era tranquillo steso sulla sua poltrona, o seduto al tavolo di vetro e metallo leggero  a consumare il suo pasto frugale di cosmonauta, in una realtà priva ormai di parole, perché inutili ormai. Sarebbe tornato, avrebbe utilizzato l’energia di riserva, accuratamente conservata per questo scopo. La missione era fallita, ma la sua Irina, forse, non era ancora morta, e lui l’avrebbe salutata per l’ultima volta. Un ultimo bacio, non chiedeva di più.

 “Ma mo’ quelli chi so’?”

“Ah devono esse quelli della manifestazione de oggi..”

“Chi?”

“So’ studenti. Stanno a fa’ casino pe’ la legge sulle scuole; pare che la stanno a discute proprio oggi…”

“ E embèh? Che vònno?”

“Eh al solito signo’: pare che l’hanno fatta zozza ‘n parlamento.”

“ Sì ma cosa chiedono gli studenti?”

“ Ah signore mio, non so bene, ma sicuramente ‘sta legge fa schifo!”

“ Nàmosene a casa ch’è meglio va.”

“Mamma, mamma guarda!”

“ Che c’è? Che hai visto?”

“Guarda! C’è quel signore…sta male mamma!”

”Oddìo, è vero! Sta steso lì come se fosse morto!”

Un uomo gli si avvicinò e gli tastò il polso. “No signora, non sembra, è morto.”

“ Oddìo, ma davero?”

“Forza chiamate ‘n ambulanza, sbrigateve, ahò!”

“Eh,  te pare facile ‘n mezzo a ‘sto casino!”

“Mamma, mamma guarda! Guarda la lucetta…”

 Il viaggiatore era tornato e nel silenzio della sua mente aveva trovato la sua strada, nel silenzio di un altro mondo aveva raggiunto la sua missione: Irina era salva e lui era con lei, per sempre ormai, per sempre, finalmente!

 “Mamma!… La lucetta, si è spenta!”

“Ma no, no. È solo il cellulare. Lo stanno a chiama’, poraccio. Eh ormai! E quanno glie risponne più?”

 

 

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