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C’erano candele e vino bianco

«E forse, magari è vero, converrebbe di più essere semplici in tutto.
E forse, mi pare chiaro, funzionerebbe di più vivendosi bene tutto»

                                                                                                                                                                                                                     di Danni Novaga

novagaIn piedi nello spicchio di luce che schizza dal mio corridoio. Fuori è buio da molto. Io appoggiato alla porta. Tu con una bottiglia in mano. “Brut reserva CAVA” c’è scritto sull’etichetta. Adesso riposa nel mio portabottiglie di legno. Penso che la stapperò nell’anno del mai. Che sarei potuto entrare dentro di te lo capisco da come sei vestita. La gonna, gli stivali. E poi la maglia leggermente scollata. Le tette grandi. Una delle cose che mi eccita di meno.

Sono quattro ore che mi sono auto-recluso in cucina. Fuochi, salse, coltelli, ingredienti che si mescolano, piatti che si riempiono. Ma sì, ma sì, so come vanno queste cose e rispetto il copione. Ho pagato una certa cosa per il vino bianco che adesso si sta raffreddando nel frigo. Prendo il tuo cappotto e lo porto in camera. Dove le candele alla vaniglia sono accese. Profumo l’aria che tra un paio d’ore respireremo.

E poi il copione lo seguo davvero fino alla fine. Ti riempio il bicchiere ogni volta che si svuota, ti lascio parlare, ti ascolto, faccio una battuta ogni tanto, mi invento una scusa per farti salire in camera. E qui tiro fuori una nuova scusa per accendere un altro paio di candele e per serrare le tende. E tu mi lasci fare e ti siedi sul divano. E io mi avvicino e quasi ci abbracciamo. Poi ti guardo. Ed è come se lo facessi adesso per la prima volta. E allora l’unica cosa che vorrei è che tu ti alzassi dal divano e te ne andassi ora da questa camera e da questa casa e da questa città. Tiro un paio di sbadigli. Capisci. Chiedi se puoi prendere il cappotto.

Ci salutiamo senza neanche – che so – stringerci la mano. Mi dici: «tot binnenkort». Vorrei risponderti: «a presto il cazzo». Ma non lo faccio, uno perché non potresti cogliere la poesia della frase e due perché lo so che tra mezz’ora aprirò Facebook e troverò un tuo messaggio che mi chiede se sarò libero sabato prossimo e risponderò di sì, che ja, non ho ancora programmi.

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