Articolo

Alzheimer (diario immaginario di una malata)

di Tommaso Mineo

La memoria" o "La mémoire" ( 1948, 60x50 cm, olio su tela, collezione dello Stato belga).

René Magritte, La memoria,  (1948, olio su tela, collezione dello Stato belga).

Se mi guardo allo specchio mi riconosco e mi ricordo chi sono. Faccio così tutti i giorni, l’ho detto anche a mio figlio Carlo, il più grande.

Ho un altro figlio, si chiama Marco e mi è sempre vicino ma qualche volta non lo riconosco e mi sembra un estraneo. Ma non mi fa paura: ha le mani calde e mi accarezza sempre.

Carlo mi ha detto di mangiare quando è giorno e c’è la luce e di dormire quando è buio, ma il tempo per me è diventato uguale, continuo, ininterrotto e cammino per casa tutto il giorno cercando un oggetto o qualsiasi altra cosa per fermarlo.

Tutto mi fa paura; una voce sconosciuta, un rumore strano e la paura è come un’onda che mi sommerge e mi toglie il respiro. Allora mi alzo, devo fuggire anche se le mie gambe non si muovono. Il rifugio è la mia casa ma a volte guardo gli oggetti e non li capisco, non capisco cosa siano e a che cosa servano.

Carlo mi ha detto di stare attenta: ho fatto una cosa pericolosa e ho una mano che mi fa male. L’altro figlio piangeva e mi diceva “Mamma, mamma ti prego”. Io volevo parlargli ma le parole mi rotolavano giù a cantilena e l’ho sentito piangere più forte.

Oggi mi sono guardata allo specchio, ma forse si è rotto, non lo so; non vedo più niente, il viso è come in frantumi. Lo tocco ma non sento niente. Tutto il mio corpo mi sembra diverso: non ho mani, piedi, come faccio a stare su, come faccio a camminare?

“Come ti chiami, mi dici come ti chiami?”. È una voce sconosciuta, è dura come le mani che mi toccano e mi stringono. “Ti chiami Maria e adesso Maria prende le medicine”. L’odore delle mani è forte e il sapore di quello che mi ha messo in bocca è disgustoso. Sputo, tossisco, vomito. Salvatemi. Carlo, voglio Carlo ma qui c’è l’altra voce. Le sue mani mi accarezzano, i suoi baci bagnati e salati mi coprono il viso. “Mamma, mammina mia”. Voglio rispondere ma dalla bocca esce solo un suono incomprensibile che mi spaventa. Un’altra voce si accavalla “Mamma, sono Carlo, mi riconosci?”. Carlo, il mio bambino! Ecco, nella mia mente sale un ricordo. Lo vedo piccolo e tremante che mi chiama; è caduto dalla bicicletta, piange, il suo viso è pieno di sangue, forse si è rotto un dentino. Che spavento! L’abbraccio, lo stringo forte . “Vieni che la tua mamma ti consola, non ti sei fatto niente, amore mio”. Piango. “Mamma, perché piangi. Stai tranquilla, oggi starò con te tutto il giorno”. Il mio bambino non si è fatto niente e io lo tengo per mano.

Ormai non mi guardo più allo specchio perché non vedo niente. Non ho più un corpo. Sono una foglia, una piuma? Non lo so. A volte mi tocco il viso ma non riconosco niente: il naso, la bocca le mani, non so più come sono fatti. Tutto svanisce, anche i miei pensieri, il mio respiro. Intorno a me sento solo voci, alcune buone e calde, altre dure e taglienti. Dormo quasi sempre, il letto è la mia tana, il mio rifugio. Ho paura dell’onda, quella grande e alta che si rovescia sulla testa e ti lascia senza respiro e ti fa scoppiare il cuore.

Adesso nella mia mente c’è un continuo susseguirsi d’immagini, frammenti di vita passata che vedo ma che non riesco a collegare fra loro: continui lampi di luce che illuminano per un istante la mia mente buia, spenta, senza più ricordi, senza più identità.

Aspetto l’onda, l’ultima, quella che mi sommergerà e mi terrà sott’acqua fino all’ultimo respiro. Allora mi lascerà come un relitto alla deriva e finalmente se ne andrà via per sempre.

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