Articolo

A New York!

4 febbraio, ore 11,35

new_york_1Eccolo che arriva. Camminata spavalda, da piccolo industriale di provincia del nord, spocchioso e pieno di boria. I piedi vanno all’in fuori e la pancia pure. Il sorriso è addirittura indisponente, arrogante, il mento è in avanti. Poi, ad un tratto, alza la mano sinistra di lato e mi fa ciao-ciao, mentre il sorriso si allarga. Di colpo sembra un bambino cresciuto troppo e troppo in fretta. Come può una persona trasformarsi in quel modo, con piccolo cenno della mano e un sorriso aperto? Eppure è così!

“Ciao!”

“Ciao”

“Non sono in ritardo vero?”

“No, no stai tranquillo.”

“Ah, bene.”

“Portato tutto?”

“Certo, credo. Sono un po’ emozionato.”

“Si, beh, è meglio andare.”

Ma perché? Per quale imperscrutabile disegno del destino io dovevo essere accoppiato nel viaggio premio col mio collega più odioso? Fato avverso e crudele!

Ore 18,40

Bene: si è addormentato finalmente. Era ora! Con movimenti leggeri gli sfilo il giornale e…cosa fa adesso? Mi si appoggia con la testa sulla spalla? La mia spalla? Eh no, no eh! No! Spingo il bottone e raddrizzo la poltrona di scatto.

“Oh scusa!” – dico fingendo.

“Accidenti! Mi ero addormentato di brutto.”

“Eh sì, russavi pure.”

“Davvero?”

“Eh sì, sì. Ti si è sentito forte e chiaro fino all’ultima fila!”

“Ah, beh pazienza, tanto…”

Se c’è una cosa che mi manda in bestia è quando inizia una frase e non la finisce.

“Tanto cosa?”

“Oh niente” – e si gira dall’altra parte  riprendendo immediatamente a dormire e a russare.

Ore 16

Manca un’ora all’arrivo.  Il cielo sembra piatto su in alto. Le nubi sottili e piatte anch’esse si sfilacciano come zucchero filato nel blu pervinca. Il sole irraggia diagonalmente il mondo, mettendo in risalto il tappeto grigio scuro delle nuvole più dense che sta sotto. È il tramonto, solo un semplice tramonto che però mi sembra fantastico da 12000 metri di altezza. È come se fosse la prima volta che lo ammiro.

E questo stronzo russa!

 Ore 17,30

Il controllo documenti è lento e scrupoloso. Gli impiegati non sono impiegati, sono poliziotti. Ma guarda! Hanno le divise blu scure con il grado sul braccio e il distintivo “police” romboidale sull’omero, come ho visto tante volte nei telefilm americani. Ma allora è vero! Sono davvero così!

Ora che fa quello? L’impronta digitale? La foto in diretta? Assurdo! Come il questionario che ti fanno compilare prima dell’arrivo:

a) sei uno che ha partecipato a un attentato terroristico?

b) conti di fare casino al tuo arrivo in America?

c) dove vai a dormire mentre sei qui?

d) ma perché vieni in America? Che ci vieni a fare? Etc…

Un po’ d’inquietudine serpeggia nella fila, ma per il mio collega va tutto bene. Lui canticchia. Ma come, canta ora?

“Che cazzo c’hai da cantare?” – gli chiedo stizzito.

“Oh niente, così, un momento di allegria. Tu non sei contento?”

Sembra un ragazzino in gita scolastica, eppure ha 55 anni come me!

5 febbraio,  ore 12,10

Central Park! Il famoso parco dove suonarono Simon and Garfunkel nel ’68! Il posto dove John Lennon fu ucciso da un pazzo in un modo assurdo! Central Park!

Il cielo è grigio e c’è un vento gelido, leggero ma insistente. Nessuno nei viali. Di tanto in tanto passa qualcuno che fa jogging. Sono solo. L’ho lasciato a un salad bar per un sandwich e gli ho detto di raggiungermi dopo. Meglio così: ora non ho proprio voglia della sua presenza. Una leggera foschia si alza dall’acqua del laghetto e subito dopo vedo un uccello librarsi a volo radente sul pelo dell’acqua. Sento la malinconia scivolarmi dentro, espandersi e ricoprire tutto. Mi lascio andare e mi sento galleggiare nei ricordi, certo non esaltanti, anzi, ma in fondo, in qualche modo piacevoli, perché sono miei quei ricordi, come è mio quel senso di abbandono, quel sapore amaro, quel vuoto allo stomaco che mi invade quando con gli occhi della mente rivedo lei e riprovo l’emozione delle sue labbra.

Ma guarda laggiù! Ragazzi che pattinano, volteggiando sicuri con addosso giacche a vento enormi e jeans larghissimi. E quella tizia anziana? Con una gonna di cotone bianco ricamata, calzettoni di lana grossa, cappelletto di lana rossa, paille giallo ocra e scarponi neri da montagna, buoni per le escursioni. Legge il New York Times seduta in panchina. Gli passa accanto un elegantone con vestito grigio scuro di buona fattura, camicia celeste, cravatta rosso bordeaux con righe trasversali discrete, cappotto nero lungo (forse di cachemire), molto distinto e…un cappello di tela chiaro,  da cowboy!

Quanti tipi strani si vedono qui, non hanno il minimo ritegno, nient’affatto formali, spudorati nella loro sacrosanta libertà di essere ed esprimersi, almeno così sembra da fuori, poi non so. Non sono certo che questo spirito di rivalsa, questo anelito anticonformista sia supportato da una consapevolezza profonda. Mi pare più un individualismo egoistico della serie “è libero chi fa come gli pare e questo è bello”, però devo riconoscere che mi piacerebbe se fosse legato ad una presa di coscienza sociale. Allora sì, sarebbe davvero notevole!

Come quello per esempio. Guarda quanto è grosso e come cammina spavaldo, con i grossi piedi che vanno in fuori per via delle gambe a x, e…ma… quello è il mio collega! Sta venendo qui! È finita la pace!

6 febbraio, ore 13,30

 

“Non potremmo andare a prenderci un cheeseburger prima?” – chiede il lagnoso.

“No! Voglio entrare adesso che c’è meno fila e poi non mi va il cheeseburger perché qui te lo portano con una montagna di patatine e l’insalata piena di salse, infilato in un panino enorme della serie non mangio da una settimana.

“Mbè? Per me va bene!”

“Già, come se non lo sapessi. Per me no invece.”

“Senti…” – gli dico con voce pacata – “facciamo così: io entro e tu, dopo aver preso il cheeseburger, mi raggiungi dentro, va bene?”

“Ma chissà quanto ci metto e poi è possibile che devo sempre raggiungerti da qualche parte? Non potremmo…”

“No! Dammi retta dai, è meglio così. Ricordi gli accordi? Ognuno è libero dalle esigenze dell’altro. Così tu ti sfami col cheeseburger e io comincio a sfamarmi con Chagall”

“Con che?”

“Si, va be’, ci vediamo dentro ok?”

“Ok” risponde lui un po’ sconsolato ma docile.

“Bravo”- concludo ed entro deciso verso la biglietteria del Met (Metropolitan museum), una delle mete che mi ero prefissa prima di partire. Mi volto solo un attimo e te lo vedo ancora lì, piantato davanti alla grande porta girevole, enorme con la sua aria imbronciata. Forse l’ho trattato un po’ troppo male, mi dico dopo, ma la notte stellata di Van Gogh mi fagocita con la sua disarmante bellezza e non ci penso più.

7 febbraio, ore 19

 

Siamo in metro e gli scossoni sono notevoli come pure il rumore. La promiscuità sociale mi colpisce. Laggiù vedo un “rasta” di 30 anni, nero, che con espressione inespressiva ti fa capire che se ne frega del mondo intero (almeno quello globalizzato). Accanto siede una donna di settant’anni circa, con vestiti dimessi, borsa della spesa da cui fuoriesce per metà una busta di coconuts e con in testa una cuffia stereo per lettore cd! Poco più in là, in piedi, c’è una donna di colore, bene in carne, sui 45 anni, con una divisa blu di non so che tipo. Sembra una guardia giurata. Mai vista dalle mie parti una donna di colore in divisa. Seduta di fronte a me una coreana o tailandese, non so,  quindi i soliti turisti nordici, biondi e slavati, assolutamente fuori posto in quel contesto. Entra un grassone imponente, un superobeso con in testa un cappelletto con visiera con su scritto “I love NY” e si mette vicino al mio collega. Accidenti quanto è grosso, enorme! È il doppio di lui. Mi fa un po’ pena in quel momento.

“Alla prossima scendiamo” – gli dico; e in quel momento decido che non voglio più trattarlo male. In fondo non è colpa sua se è così.

“Ho una fame da urlo” dice lui e mi passa subito la voglia di trattarlo meglio.

Usciti  dal vagone ci incamminiamo verso l’uscita e assistiamo a una scena singolare, da ricordare. Una bellissima ragazza sui trent’anni, alta, bruna, con i capelli lunghi e lisci, pantaloni neri eleganti, camicia bianca, forse di seta, giacca da uomo e cappotto nero lungo, arrivata a metà banchina con un gesto deciso posa la borsa a terra e si toglie le eleganti scarpe nere e rapida si infila due Superga da ginnastica rosso katanga, così, senza fare una piega. Le sorrido compiaciuto e lei ricambia lasciandomi un po’ imbarazzato.

“Hai visto?” – chiedo al mio collega

“Sì, beh, forte no?”

“Sì, ma curioso.”

“Ah io credo che si dovrebbe essere molto più sé stessi in tante occasioni. Anzi sempre, sì sempre, dico io!”

In quel momento lo guardo stupito. Ma allora non è poi tanto male, penso interdetto.

8 febbraio, ore 11

 

Entrando nel museo dell’immigrazione si respira un’aria particolare, come di nostalgica sofferenza. Nel vedere quei semplici oggetti accatastati ordinatamente in bella mostra si prova compassione ma anche profondo rispetto per coloro che li hanno posseduti. Che coraggio nel sottoporsi  a tutte le prove per essere ammessi nel territorio americano, che determinazione e che disperazione dovevano avere dentro.

“Guarda gli occhi, la loro espressione!” – dice il mio collega.

E in effetti osservando le foto dell’epoca capisco quel che vuole dire. Timore e diffidenza, ma anche tanta fierezza nel loro sguardo, propria soltanto di chi sa di essere nel giusto.

“L’avessero saputo quei poveracci che mezza America sarebbe discesa da loro!” – riprende il mio collega.

“Come?” –  chiedo io.

“Beh lo sanno tutti che almeno il 60% dei newyorkesi discende dagli immigrati”- e così dicendo passa a guardare il pannello successivo. Ancora una volta lo guardo con attenzione e mi ritrovo a sorprendermi. Che lo avessi valutato male fino ad ora? Perché teneva nascosta una parte di sé tanto importante? Ma chi è veramente il mio collega?

Passeggiando per Chinatown nel tratto che finisce per diventare little Italy gli chiedo:

“Quanti colori, vero? Che effetto ti fa questa specie di arcobaleno?”

“È naturale. Vedi? Ci sono coriandoli in terra, segno che il carnevale è finito da poco, anzi, proprio oggi”.

“Il carnevale?”

”Sì, il carnevale cinese.”

“Ah, ho capito. E dici che è finito proprio oggi?”

“ Sì certo!”

“E tu come lo sai?”

“Lo so e poi non vedi i coriandoli? Non vedi che stanno togliendo i cartelloni proprio ora?”

Interdetto rimango zitto e  lui, come a schermirsi di tanta arguzia, aggiunge:

“Una birra? Come la vedresti una birra?”

“Magari cinese!” – rispondo io

“Sì, è molto buona sai?”

“Ok, vada per la birra, e magari due patatine eh?”

“Oh finalmente! Avevo paura di chiedertelo”

“Perché?”

“Non volevo che mi dicessi che ti avrei dovuto raggiungere più tardi chissà dove”

E mi ritrovo a ridere di gusto insieme a lui.

9 febbraio, ore 17,30

Empire State Building.

Solo un minuto per salire all’ottantesimo piano. Un’accelerazione da iperspazio. Poi un altro ascensore ti porta all’ottantaseiesimo. Tenendomi con una mano il cappelletto per il fortissimo vento mi affaccio a guardare il panorama. I grattacieli di Manhattan svettano imponenti e fanno sembrare l’isola più piccola di quel che è. Devo riconoscere che il panorama è bello, ovviamente, ma mi viene di pensare che anche il panorama dalla torre di Pisa, o dalla torre di Siena, o dalla cupola di San Pietro è altrettanto bello, perché non è l’altezza per me che fa la differenza. Mi dispiace ammetterlo ma più che ai tredici mesi soltanto che ci hanno messo per costruirlo, mi vengono in mente King Kong  e il film con Meg Ryan e Tom Hanks.

“Accidenti che freddo!” – esclama il mio amico.

“Già! Sembra di stare in montagna!” – gli rispondo.

“Bello, anche se…”

“Cosa?” – chiedo spazientito per il solito periodo sospeso.

“Si capisce che dovevano dimostrare tutta la loro bravura. In fondo era l’anno ’30, in piena depressione economica, e per gli americani deve essere stata dura accettare di essere un po’ più poveri, orgogliosi come sono e abituati a vincere.  Comunque l’impresa è stata notevole, anche se a me non fa poi tutto questo effetto. Sarà forse perché, abituati ad ammirare monumenti intrisi di secoli di storia e che parlano da soli, non si riesce ad apprezzare del tutto questo monumento di modernità. Però come sfida ingegneristica è veramente notevole. Del resto si sa che gli americani quando lavorano lo fanno con dedizione  e si impegnano sempre, ottenendo ottimi risultati.”

Dichiara tutto questo con molta calma, come se stesse pensando a voce alta. Guarda l’orizzonte ed esprime il suo pensiero, lasciandomi ancora una volta di stucco.

“Non dici niente?” – mi chiese alla fine dopo un po’.

“Eh?Ah, sì: hai ragione!” – riesco a rispondere perplesso.

10 febbraio, ore 12,35

È l’ultimo giorno. Domani sera alle 21,10 ripartiremo per Roma.

Ci troviamo al centro commerciale Fairway, uno dei tanti che ci sono in città. È incredibile la gran quantità di merci che c’è, tutte in bella mostra e con una disposizione tale, in mezzo a luci e colori, che fa girare la testa. Non sembra di stare in quello che in fondo è un super negozio alimentare, ma in una boutique di roba da mangiare. Ci sono cose da tutto il mondo. Dal Messico, Thailandia, Cina, Francia, Germania, Sud America, Giappone e naturalmente Italia. Il bancone dei formaggi sarà lungo quindici metri ed espone tutto lo scibile caseario mondiale. Vedo con stupore il pecorino di fossa, che da noi è raro, e mi accorgo oltre tutto che costa notevolmente di meno. Lo faccio notare al mio amico che però per l’occasione rimane zitto e pensieroso.

“Che hai?” – gli chiedo dopo un po’.

“Niente, forse provo un po’ di fastidio, ma non so dirti perché.”

“Dai proviamo a comprare qualcosa.”

“Se vuoi” – risponde indifferente.

“Facciamo così” – gli dico –  “io mi metto in fila per un po’ di formaggio e tu vai all’altro reparto in fondo a prendere una buona birra.”

“No, no; tanto lo sai che il proibizionismo qui non è finito: la birra per strada non la possiamo bere. E poi lo sai che non so farmi capire.”

“Riconosco che ha ragione. Per la lingua poi mi ero già accorto che non se la cavava bene. Quindi decido di soprassedere e dopo un po’ ce ne andiamo senza aver comprato niente.

“Sai, credo che il tuo disagio sia dovuto all’abbondanza di roba che era esposta nel supermercato” – gli dico mentre usciamo –  “in fondo un po’ l’ho provato anch’io. Alla fine ti viene come un senso di nausea, vero?”

Non mi risponde e, scendendo gli scalini del centro, all’improvviso mi molla senza dir niente per dirigersi verso destra. Lo vedo rimanere perplesso e immobile. Mi avvicino e gli chiedo che sta facendo.

“Guarda quel bambino” – mi risponde senza voltarsi.

E mi accorgo solo in quel momento che un ragazzino di otto o nove anni, di colore, sta seduto sull’ultimo gradino. Porta una giacca a vento aperta davanti, un cappelletto e un maglioncino rosso. Se ne sta seduto apparentemente tranquillo tutto solo, con uno zainetto della Champion in mano.

“Mbè?” – gli chiedo – “Cosa c’è che non va?”

“È solo!” – dice lui.

“Sì, ma forse aspetterà qualcuno, magari la madre che deve uscire dal centro.”

“Non lo so, non mi convince. Devo capire.”

E prima che gli possa dire “dai andiamo che si sta facendo tardi” lo vedo avvicinarsi al ragazzino e cominciare a parlargli. Penso di avvicinarmi anch’io ma poi decido di stare ad osservare. Il ragazzino prima lo guarda sospettoso, poi comincia a rispondergli. Parlottano per qualche secondo, quindi il mio amico ritorna sui suoi passi soddisfatto.

“Avevi ragione tu” – mi dice – “sta aspettando, ma non la madre, il nonno. Dice che è entrato per comprare qualcosa per la cena e gli ha detto di aspettare lì.”

“Ma tu? Allora non è vero che non parli bene l’inglese.”

“Ma sai” di nuovo si schermisce lui “coi bambini è tutto più facile: ci si capisce sempre.”

11 febbraio, ore 21,35

L’aereo decolla in mezzo ad una vera e propria bufera di neve. Ci aspettano almeno nove ore di volo. All’improvviso un vuoto d’aria ci fa precipitare per alcuni interminabili secondi.

“Dio!” – mi trovo a sussurrare mentre afferro i braccioli della poltrona.

“Tranquillo!” – mi risponde il mio amico – “è solo la tempesta con i suoi vortici. Passate le nuvole finirà”  – e si mette a canticchiare sottovoce. È strano: non solo non mi dà più fastidio che lo faccia, ma addirittura sorrido e mi metto a canticchiare anch’io lo stesso motivo. Sorride anche lui.

12 febbraio, ore 12,15

Sono a casa.

Apro il portone e mi accorgo che nella buca delle lettere c’è il bollettino del condominio da pagare. C’è solo quello, nient’altro. È domenica e non si vede nessuno. Appena apro la porta mi investe un odore tremendo. La spazzatura! Mi sono dimenticato di gettarla via ed è rimasta lì per una settimana. Sistemo la valigia nell’angolo e arrivo in camera. La lucetta della segreteria lampeggia. Subito premo il tasto per l’ascolto e mi arriva una voce metallica di un nastro registrato che pubblicizza dei vini piemontesi. La gatta non c’è: l’ho portata alla pensione. Mi accorgo che sulla scrivania è rimasta la tazzina del caffè che ho preso poco prima di uscire. Inoltre vedo che la ventosa con cui tengo alcuni fogli in evidenza sul vetro è caduta facendoli sparpagliare a terra. Mi siedo sul letto con ancora il cappotto addosso e rimango fermo lì, in silenzio, senza neanche aprire una finestra o altro.

Una settimana – mi dico – una settimana e…

Il telefono squilla e scaccia il solito pensiero negativo che si stava facendo strada in me.

“Ciao Sandro, sono Tonino!”

“Oh ciao!”

“Sono appena arrivato a casa, anche tu  sei arrivato da poco, vero?”

“Sì, proprio in questo momento!” E chissà perché lo sguardo mi cade sul bollettino da pagare.

“Sai, volevo dirti che…beh, che sono stato bene con te. Il viaggio che abbiamo fatto insieme è stato molto bello e sono contento di averlo fatto. Volevo dirtelo perché l’ho realizzato solo dopo che ci siamo salutati un’ora fa. Mi rimane un buon sapore in bocca, non so se capisci.”

“Sì, certo, capisco sì. È  lo stesso anche per me”  -mi ritrovo a dirgli.

“Bene, sono, anzi, siamo un po’ stanchi, quindi andiamo a farci una bella dormita. Ci vediamo domani in ufficio, ok?”

“D’accordo sì. A domani Tonino e… grazie!”

“E di che?”

“Non lo so, comunque grazie!”

“Anche a te!” – risponde lui prima di agganciare.

Sì, in fondo posso essere contento di essere tornato!

blog comments powered by Disqus