Articolo

18!

scalaSaliva lentamente le scale e mentre lo faceva contava mentalmente: “quattro…cinque…sei…” erano gradini di marmo bianco, forse di Carrara, “nove…dieci…undici…” cosa c’era in cima alla scalinata che si perdeva nel buio? “quattordici…quindici…” forse c’era qualcuno che l’aspettava, e se invece non c’era niente? Se non c’era nessuno? “sedici…diciassette…” ma sentiva che c’era qualcuno, “diciotto!” si fermò. La scalinata continuava ma lui si fermò lì, al diciottesimo gradino. Si guardò intorno e tutto era avvolto in una nebbia leggera, in cui però si sentiva a suo agio, gli era quasi familiare.

Si sentiva bene quando si svegliò, anzi, benissimo.

“Cosa c’era in fondo alle scale? Perché non ho continuato? Non si vedeva niente ma…che scemo! Era solo un sogno!”

Gettò l’occhio all’orologio digitale dello stereo: le sette e diciotto! “Accidenti com’è tardi! Perché non ha suonato?”, si chiese prendendo la sveglia dal comodino. Era ferma alle due e diciotto. La posò lentamente guardandola come un oggetto misterioso. Scuotendo la testa scese e andò a lavarsi, trangugiò con una smorfia il caffè avanzato del giorno prima e si vestì in tutta fretta. Urtò la libreria dei libri importanti e un volume cadde a terra aprendosi.

“Oh, guarda guarda” – disse ridendo –  “il dr. Freud mi è caduto con la sua interpretazione dei sogni!”, e  raccogliendolo si accorse che il libro si era aperto a pag. diciotto.

“Strano, sì;  proprio strano!”

Uscì di corsa e si catapultò in macchina, guidando come un pazzo nel terrificante traffico mattutino, raccogliendo parolacce e diversi inviti a morire presto di morte violenta. Arrivò in ritardo in ufficio, esattamente diciotto minuti di ritardo.

“No…”, pensò preoccupato, “qui c’è qualcosa che non va”, ma i mille impegni di lavoro della giornata lo distrassero completamente. Uscendo alla fine del lavoro, si fermò al supermercato per comprare quello che gli mancava per cena e anche detersivo, dentifricio e cose varie.

“Sono diciotto euro e diciotto centesimi”,  dichiarò la commessa con sguardo bovino.

“Oddio, ancora?”,  pensò.

“Se  ha spiccioli è meglio”, aggiunse l’altra.

Tirò fuori le monete e cominciò a contarle e, mentre lo faceva, gli venne di contare non la somma di denaro ma la quantità di monete che aveva nella mano: diciotto, erano… DICIOTTO!

“Non bastano!” – sentenziò la commessa –  “in tutto non arriva neanche a tredici euro. Vabbe’, vorrà dire che le darò il resto.”

Tornò a casa, o per lo meno con il corpo ci tornò, ma la mente era decisamente altrove. Si sentiva stanchissimo, addirittura spossato e non vedeva l’ora di andarsene a dormire. Dopo cena riordinò la cucina e spostando il contenitore degli stecchini lo fece cadere. Rimase a guardare  interdetto per qualche secondo quei pezzetti di legno. Si erano sparpagliati  a ventaglio. Decise allora di fare quello che il buon senso, la logica e una vocina di dentro gli consigliavano di non fare: li contò uno a uno.

“DICIOTTO! Cazzo! Lo sapevo!”, disse sottovoce. Gli tremavano leggermente le mani quando poco più tardi si versò una buona dose di brandy. Lo buttò giù quasi tutto d’un fiato. Dieci  minuti più tardi s’infilò nel letto. Spense la luce e chiuse gli occhi, determinato a ignorare quel  senso di inquietudine e anche un po’ di nausea che si stavano facendo strada in lui.

Stavolta le scale le stava scendendo. Come al solito la scalinata si perdeva nel buio e, ancora una volta, contava mentre scendeva. “ Tre….quattro…cinque…”, “ma perché scendo così lentamente?” , “nove…dieci…undici…”. Stavolta però in fondo si intravedeva qualcosa come un’ombra indistinta “tredici…quattordici…quindici…”, sì è una persona, forse una donna?

“sedici…diciassette…DICIOTTO!” E si fermò.

Avrebbe voluto continuare, ci provò anche, ma le gambe non gli ubbidivano. In fondo intanto la figura si rivelava chiaramente umana, anche se sfocata e, aguzzando la vista, lui vide, vide e…sentì…

Niente nebbia buona stavolta, solo sudore e paura. Si risvegliò lamentandosi dall’incubo, perché tale era stato, agitato e tremante. “Ancora quel sogno! Ma che vorrà dire? Chi era quella…persona? E che mi stava dicendo? Non ricordo, non riesco a ricordare”. Scese dal letto e cominciò a camminare avanti e dietro per la stanza in preda ad un’ansia incontrollata. “Dovrò parlarne con qualcuno, sì.  E con chi? Per dire che?”

Si risedette sul letto. La stanza era ancora in penombra perché la luce del mattino era poca e le tende tirate. Buttò fuori un sospiro e gli sembrò che andasse un pochino meglio, ma poi lo sguardo gli si posò sulla cassettiera, dove il viso di Paola, la moglie morta ormai da quasi sei anni, ammiccava sorridente da una cornice di legno e argento comprata in un negozietto di oggetti etnici.

Avvertì una improvvisa vertigine. Si alzò di scatto e andò in bagno a sciacquarsi il viso. L’acqua fredda gli fece bene e si ricordò che doveva portare la macchina dal meccanico per quel rumorino insistente. Gli sembrava che fosse proprio per quel giorno. Andò in camera a prendere l’agenda per controllare.

“Ecco, sì, è per oggi, alle 8,30: meccanico… oddio!” – gridò spaventatissimo –  “non è possibile!Porca puttana! “La pagina dell’agenda lo informava impietosamente che era il 18 novembre.

Il 18! Per un attimo pensò di chiedere aiuto, ma rimase di sasso quando vide che accanto al numero 18 c’era un’annotazione col pennarello rosso che non ricordava di aver fatto. Diceva semplicemente “NO!”

Si accasciò sulla sedia della cucina, con l’agenda in mano a non più di dieci centimetri dalla faccia e rimase a guardare fisso quel “NO” rosso a stampatello.

“Perché? Che vuol dire? E perché non ricordo di averlo scritto?”

Si guardò intorno e vide la casa nell’apocalittica e abituale confusione del venerdì, il giorno prima della venuta di Lucia, la donna di servizio. La ciotola della gattina, che poveretta condivideva quel caos di proporzioni cosmiche con lui, due calzini abbandonati sul televisore, i piatti sporchi ancora da lavare e il lavoro che si era portato a casa la sera prima e di cui si era completamente dimenticato e… già! Il lavoro. E realizzò che quella mattina, dopo aver portato la macchina dal meccanico, avrebbe dovuto raggiungere l’ufficio col tram e che quindi era già in fortissimo ritardo. Cercò di darsi una scrollata e raggiunse di nuovo il bagno. Accese la radio e tentò un sorrisetto allo specchio, dicendo a voce alta: “almeno oggi arriverò con ben più di diciotto minuti di ritardo!… Ma che cazzo vado dicendo?”, concluse sconsolato.

Quando il meccanico lo vide arrivare lo squadrò preoccupato: “ Se sente bene dotto’? C’ha ‘na faccia stamattina!” lui non rispose neanche e gli mollò le chiavi. Uscì dall’officina e si diresse verso la fermata posta proprio di fronte. Erano anni ormai che portava la macchina sempre lì. Erano bravi ed era comodo che di fronte ci fosse la fermata del tram che l’avrebbe portato al mattino in ufficio e la sera a casa.  E poi passava abbastanza spesso. Infatti stava raggiungendo la pensilina quando lo vide arrivare girando per la curva con via Palestro. Era uno di quei tram moderni snodati al centro, a due vagoni, con le indicazioni della via e del numero accese di luce rossa. Le indicazioni…si sentì le gambe molli quando realizzò che il tram, il suo tram era il numero 18! In quel momento rivisse il sogno: le scale interminabili, la nebbia, la figura che si agitava nel buio e la voce che gli diceva…che cosa? Cosa gli diceva? La piccola folla che si assiepava davanti alle porte del tram, ormai aperte, lo costrinsero ad andare avanti. Fu quando mise il piede sul predellino del tram che accadde. Una mano invisibile spazzò via letteralmente i suoi pensieri, lasciando solo una voce di donna che, perentoriamente, gli diceva “NO! 18 NO!”

Si ritirò come se il predellino scottasse. Indietreggiando  pestò un piede a un anziano dietro di lui, che, per risposta, tirò giù una bestemmia e lo spinse violentemente di lato. Poco dopo si ritrovò da solo, seduto sulla panchina sotto la pensilina della fermata, pallidissimo, come in trance. Il tram intanto cominciò ad allontanarsi lentamente e, prendendo velocità, si diresse verso la discesa di via Calatafimi.

“Paola?” – mormorò con voce tremante – “ sei tu Paola?” La risposta affermativa gli arrivò poco dopo, quando vide il tram n.18 esplodere in un boato di fuoco.

“Oh Dio! Oh Dio!” – urlò nel frastuono delle sirene e delle grida di aiuto che seguirono.

 Ci è appena giunta la notizia che, nel pomeriggio di oggi in via Calatafimi, un tram è andato completamente distrutto in un’esplosione. Sembra che la  tragedia sia da attribuire ad un attentato, la natura del quale è ancora da stabilire. Ancora incerto è il numero delle vittime, ma si parla di diciassette morti e diversi feriti, alcuni in gravi condizioni. Gli inquirenti ritengono che….

blog comments powered by Disqus