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Le api di Paulette

Le api di Paulette – prima parte

C’era una volta una giovane donna di nome Paulette che viveva con il suo uomo Jacob e i suoi tre figli, Jasmin, Odette e Philip, in una modesta ma allegra casetta di montagna, circondata da boschi di betulle e vecchi castagni, torrenti di acqua cristallina e tantissimi fiori variopinti. Quella casa era il loro orgoglio e tutto ciò che possedevano, oltre al terreno agricolo, le pecore e le api, che producevano il miglior miele di tutta la regione. C’era da faticare, certo, ma i due bravi giovani non si erano mai tirati indietro, convinti, e a ragione, che il futuro ognuno di noi deve costruirselo con le proprie mani, con fiducia, entusiasmo e il sudore della fronte. I loro figli, educati a tutto ciò, crescevano adorabili, un po’ troppo vivaci forse, ma tanto affettuosi, pieni di voglia d’imparare e di aiutare gli altri, generosi nell’animo e con tanta gioia di vivere.

In paese, distante non meno di dieci miglia, tutti li amavano e li stimavano, come del resto era normale che fosse, e tutti li volevano invitare alle feste di compleanno, di Natale, alle scampagnate di primavera ed altro ancora, per l’allegria che la famigliola sapeva infondere a coloro che si trovavano accanto a loro.
Fu proprio in occasione della festa di compleanno di Odette, la più piccola dei tre figli e che all’epoca compiva solo cinque anni, che per Paulette il cielo non fu più blu, la foresta pietrificò, gli animali ed i fiori scomparvero e i torrenti si fermarono: fu quello il giorno della maledizione.

Dovete sapere che in cima alla montagna che sovrastava tutta la zona, compresa la casetta di Jacob e Paulette, esisteva una vecchia e cadente capanna di tronchi, un’umile dimora abitata da un uomo da tutti temuto ed evitato. Si diceva che fosse uno stregone, un essere malvagio capace di malefici ed incantesimi, in grado di invocare il diavolo nelle notti di plenilunio e durante i temporali più violenti. In tanti giuravano su quello che avevano di più caro di averlo sentito e visto, alla luce spettrale dei lampi, davanti alla sua capanna, protendere le braccia al cielo, in procinto di invocare gli spiriti maligni sotto l’acqua torrenziale, senza che questa riuscisse a bagnarlo. Tutti si scansavano quando passava, compresi gli animali, e mentre ingobbito camminava col suo incedere lento, legger-
mente claudicante, ma nient’affatto esitante, i suoi penetranti occhi neri, infilati in due orbite ossute, fulminavano con lo sguardo chiunque li incrociasse e tutti, proprio tutti, finivano per guardare altrove.

Un giorno qualcuno dietro di lui per scherno lo chiamò Mefisto e tanto piacque loro che continuarono a chiamarlo in quel modo, non ricordando nessuno il suo vero nome. Mefisto era magrissimo, avanti con l’età, completamente calvo sotto il cappellaccio che portava. Vestiva sempre di scuro ed era schivo, taciturno, solitario. Ogni tanto scendeva in paese per necessità, fermandosi giusto il tempo per acquistare l’indispensabile e per bersi una pinta di birra scura dal vecchio Peter, giù al Pub. Quando Mefisto entrava nel locale con il suo passo lento e con fare guardingo, subito calava il silenzio, e c’era chi addirittura cambiava repentinamente posto per lasciar libero il suo tavolo preferito: quello all’angolo, proprio sotto la finestra. Peter, dal canto suo, sembrava sapere sempre in che giorno e a che ora lui sarebbe arrivato, tanto che la birra gliela faceva trovare lì, già sul suo tavolo, senza che Mefisto la dovesse neanche chiedere, e senza che lui dovesse obbedire al suo comando. Sembrava l’unica debolezza che si concedeva, poi tornava alla sua dimora, che si raccontava fosse piena di alambicchi ed infernali misteri, alla sua montagna e alla sua solitudine.

Ma tornando al giorno del compleanno, sembra che Odette stesse giocando a nascondino con i suoi piccoli amici e, per nascondersi meglio, in modo che nessuno potesse trovarla, si infilò tra i primi alberi della foresta, dove il padre Jacob aveva posizionato gli alveari e avvicinandosi un po’ troppo ad essi. Il suo papà diceva spesso ai suoi ragazzi di stare attenti alle api e che accostarvisi troppo poteva essere pericoloso, perché se punti si poteva perfino morire. Ma tant’è, Odette vi si nascose proprio dietro. Non aveva la minima paura degli insetti, che, anzi, le sembravano divertenti con quel loro ronzìo; e poi non potevano essere cattive se producevano il miele che tanto le piaceva. Così ad un tratto, mentre si apprestava ad uscire dal suo nascondiglio per andare a fare tana libera tutti, le api, già innervosite dalla presenza di una sconosciuta, presero a sciamare, e formata una minacciosa e grossa nuvola nera, abbandonarono l’alveare e si diressero verso la montagna, ignorando completamente la bambina. A questo punto le cose si fanno confuse, per le contrastanti versioni che furono date a quello che avvenne. Quel che è certo è che pochi minuti dopo il vecchio Peter, uscendo per un attimo dal suo Pub per prendere una cassa posta dietro al locale, alzando gli occhi per caso si accorse che una colonna di fumo denso proveniva dalla cima della montagna, esattamente da dove si trovava la casa di Mefisto. Immediatamente si precipitò insieme a due avventori del Pub – gli altri non vollero far parte della spedizione – per andare a vedere cosa mai fosse successo. Trovarono Mefisto steso davanti alla porta di casa, come se fosse morto. Le fiamme avviluppavano ormai quasi completamente la casetta di legno, tanto che, se avessero tardato solo pochi minuti, il vecchio sarebbe arso vivo insieme alla sua vecchia dimora. Mefisto giaceva prono e Peter, dopo averlo trasportato lontano dall’incendio, lo rivoltò. Era letteralmente cosparso di punture d’api e il suo volto era orrendamente tumefatto. Evidentemente nel fuggire dall’assalto degli insetti, doveva aver rovesciato il lume a petrolio con cui si ostinava a farsi luce in casa, e la tragedia si era compiuta. Già; ma perché le api si erano scagliate contro di lui?

La versione più logica era che, dopo aver abbandonato spaventate l’alveare, fossero state trasportate dal vento fin sulla montagna e che attirate dall’odore della minestra in cottura, si fossero introdotte in casa, investendo il vecchio e riducendolo in fin di vita. Altre versioni sicuramente furono più fantasiose, e quelle più credute.“Il demonio l’ha abbandonato!”  – dicevano alcuni –  “ha avuto quel che meritava quell’essere malefico”, “forse stava preparando qualche strano incantesimo, richiamando a sé le api che poi gli si sono rivoltate contro” – sussurravano spaventati altri. Comunque Mefisto non morì. Lo portarono via a braccia fino all’ospedale più vicino, distante circa quaranta miglia, non senza tentare prima di sbirciare nella casetta in fiamme, per notare se all’interno s’intravedeva qualche strano alambicco, ossa umane, residui di qualche sacrificio, o altro ancora. Ma il fuoco non permise loro di vedere niente.

Lo portarono in ospedale col camioncino di Peter, che a conti fatti sembrava l’unico che ad interessarsi un po’ al vecchio. Dicevamo che Mefisto non morì, ma restò in fin di vita a lungo, circa tre mesi. La sua casetta bruciò completamente. Nessuno infatti si prese la briga di andare a spegnere l’incendio. La notizia che il vecchio era sopravvissuto inquietava un po’ tutti. Quasi tutti furono certi che il demonio l’avesse salvato e avevano anche paura che tornasse per vendicarsi di qualcosa.

Quell’anno l’inverno fu particolarmente rigido. Alle giornate di tramontana s’intervallarono giornate di gelo e di neve. La foresta era completamente imbiancata e sulla montagna la bianca coltre raggiunse il metro d’altezza. C’era perfino chi affermava di aver sentito ululare i lupi di notte, per fortuna lontano dal paese. Verso la fine di marzo finalmente il freddo cominciò ad allentare la sua morsa e i primi germogli del mandorlo timidamente presero a fiorire, anche se i rami restarono a lungo ancora imbiancati. Fu proprio durante una notte di fine inverno che Paulette sognò Mefisto.

Lo vide seduto sopra un masso davanti alle rovine fumanti della sua vecchia casa di tronchi, con il mento poggiato sulle mani e le mani poggiate sul manico del suo antico e nodoso bastone di legno scuro. Non faceva niente. Guardava fisso il fumo che mestamente saliva nel nebbioso cielo grigio di un mattino di marzo. Ormai le fiamme s’erano spente e più niente rimaneva della sua dimora, tranne che qualche residuo tronco annerito. A rendere l’atmosfera più cupa, dei grossi corvi neri volteggiavano sopra il tetto e non un alito di vento, non un rumore spezzava quel grigiore, se non il lugubre verso degli uccelli.
Paulette si avvicinò lentamente al vecchio e giunta a pochi passi da lui si fermò, pensando che doveva aver avvertito la sua presenza. Infatti Mefisto lentamente si voltò a guardarla. Piangeva. Le sue labbra tremanti fecero per dire qualcosa ma nessuna parola ne uscì. Sotto il cappellacio nero un viso di vecchio smagrito e sofferente la osservava rassegnato e Paulette percepì tutta la sua angoscia. Si svegliò aprendo gli occhi piano e sulle prime non si rese conto di aver sognato. Si alzò e andò alla finestra, scostando le tendine bianche col merletto. La casa di Mefisto sulla montagna non si vedeva più, ovviamente, e lui non c’era. Una splendida luna brillava nel cielo, piena come una grossa arancia e Paulette, rassicurata, tornò a dormire.

Quando si risvegliò il sole penetrava radioso nella stanza, mandando riflessi dorati sul soffitto. Accanto a lei il suo compagno Jacob russava debolmente e il cinguettìo dei passeri faceva presagire una splendida giornata di primavera. Eppure Paulette si sentiva inquieta. Quel sogno, che ricordava fin troppo bene, l’aveva sconvolta. Scese dal letto perplessa e si chiese se fosse meglio svegliare Jacob subito per raccontarglielo o come al solito dopo aver preparato il caffè. Decise di andare prima in bagno e poi a preparare la colazione per tutti, ma passando davanti alla camera delle ragazze si accorse che la porta era socchiusa. Presa da un improvviso terrore si precipitò spalancandola. Le ragazze dormivano ancora e tutto sembrava tranquillo. Udì il respiro pesante di Jasmin (Dio come stava crescendo! Aveva nove anni e ne dimostrava già dodici) e Odette, la sua piccola Odette, che stringeva forte il suo coniglietto, regalatole dal fratello Philip per il suo ultimo compleanno, dieci mesi prima. Il suo compleanno! Fu il giorno delle api e del… dell’incendio.

In un attimo raggiunse il letto e guardò sua figlia in viso. Era cereo, tumefatto da punture d’insetto. Le labbra erano semiaperte come pure gli occhi; e non respirava. Il suo lungo, lunghissimo grido lacerò il silenzio della casa, poi il mondo si fermò per lei e svenne, cadendo sul corpo inanimato della figlia. Tutto il paese partecipò alle esequie della piccola Odette e molti sottovoce commentarono quell’incredibile evento. Dicevano che lo spirito di Mefisto aleggiava ormai sul paese e tutti si sentivano in pericolo.

Paulette aveva raccontato fra i singhiozzi quel che aveva sognato la notte in cui sua figlia era morta, poi si era chiusa nel silenzio, smettendo anche di piangere. Nei giorni che seguirono tutti cercarono di consolarla, anche se non può esistere consolazione per la perdita di un figlio, ma cercarono di aiutarla come potevano, a cominciare ovviamente dal suo compagno e dagli altri figli, Jasmin e Philip. Tutto inutile. Il silenzio di Paulette era invincibile. Dimagrita ed emaciata, si aggirava per le strade solitaria, perché non voleva più nessuno accanto e a casa passava il tempo muta a guardare fuori la finestra, verso la montagna, verso la radura dove un tempo c’era la vecchia casa di Mefisto. Di notte spesso vegliava, spiando di continuo i suoi due figli che riposavano per sincerarsi che nulla potesse nuocere loro. Il suo sguardo era costantemente inquieto, allucinato e a volte si chiudeva totalmente al mondo, come se lei ormai non ne facesse più parte. Tutto questo fino a che in un giorno di maggio, il giorno del compleanno della povera Odette, ritornò Mefisto.

Lo vide per prima la signora Ginevra, la moglie di Peter, che rincasava con la borsa della spesa, verso mezzogiorno. Si precipitò nel Pub, che a quell’ora era ancora chiuso e c’erano poche persone intente a chiacchierare, dicendo al marito che l’aveva visto camminare su per la salita di via dei Grilli. Disse che era vestito di nero come al solito, col suo cappellaccio, ma doveva essere un altro perché il primo sicuramente si era bruciato nell’incendio, e che camminava piano piano, mettendo un passo dietro l’altro, ingobbito più che mai. Disse anche che le era sembrato un povero vecchio afflitto dai reumatismi, ma che appena aveva alzato il capo e l’aveva vista ferma lì ad osservarlo, l’aveva pietrificata con lo sguardo: due occhi più scuri della notte, che come due pugnali l’avevano penetrata e fulminata, facendole venire i brividi.
“E tu cosa hai fatto?” – chiese preoccupato il marito.
“E cosa dovevo fare?” – rispose Ginevra – “sono scappata via, naturalmente, più veloce che potevo. Mi son cadute anche due mele ma non mi sono certo fermata a raccoglierle!”.
“Ma dove andava?” – chiese il figlio del fabbro, Alex.
“Eh già; a un certo punto mi sono voltata un attimo, in tempo per vedere che s’infilava a casa della signora Rouen…”.
“Ma chi? Quella col giardino piena di cani randagi?” – chiese disgustato Joseph, che si spacciava di essere nobile di famiglia, ma che era nullafacente e quasi nullatenente.
“Sì, sì, proprio quella” – rispose Ginevra- “e vedrai che dopo verrà qui a bersi la sua birra” – esclamò preoccupata al marito.
“Beh, alla solita ora gliela farò trovare sul suo tavolo, voglio proprio vedere se questa volta sarà capace di venirmi a ringraziare” – concluse Peter alzando il mento.
“Già, in fondo gli hai salvato la vita” – aggiunse Alex.
Ma Mefisto non venne e la sua birra rimase a scaldarsi sul tavolo all’angolo sotto la finestra. E non venne neanche i giorni seguenti, e per diverso tempo nessuno più lo incontrò. In paese, intanto, le lingue lavoravano a pieno regime e tutti si prestavano al gioco del: “lo dicevo io”. Voci insistenti riferivano che Mefisto si aggirava nottetempo nella foresta e non erano pochi quelli pronti a giurare d’averlo visto nei dintorni della casa di Paulette, specialmente all’imbru-
nire. La notizia del ritorno di Mefisto sconvolse Paulette. La giovane donna fu presa dal panico e Jacob faticò non poco per riuscire a calmarla. Le disse che non c’era motivo di stare così, di non spaventarsi perchè erano tutte dicerie di paese; ma si vedeva che non era convinto di quel che diceva. Intanto, man mano che le chiacchiere aumentavano, anche per la signora Rouen ci fu riprovazione.
“Accettare in casa un essere come quello! Se non ne ha paura vuol dire che è come lui”.
“Certo! Ti dico che la notte se la spassano quei due! Chissà cosa combinano”.
“Vedrai che prima o poi succederà qualcos’altro, vedrai!”.
Ma per diverso tempo nulla accadde di tanto terribile e pian piano le voci diminuirono d’intensità, si acquietarono, come lentamente svaniscono i cerchi d’acqua provocati dal cadere di un sasso nel lago calmo.

Ma qualche notte più tardi Paulette sognò di nuovo Mefisto.Il temporale infuriava e tre colpi lenti e gravi alla porta di casa la costrinsero ad andare ad aprire. La notte fu illuminata da un lampo e sullo sfondo di quella luce accecante si stagliò la figura del vecchio. Entrò con passi lenti, lunghi e sicuri, avanzando verso Paulette che indietreggiava. Portava in mano un pacco incartato con il giornale, lo teneva sotto il braccio come fosse qualcosa d’importante. Fuori l’acqua scrosciava e già inzuppava il pavimento, dal momento che la porta di casa era rimasta aperta, sbatacchiando per il forte vento. Mefisto fissò negli occhi Paulette e lei si sentì mancare. Ma il vecchio si girò, dirigendosi verso la stanza delle ragazze. Arrivato vicino al letto di Jasmin iniziò a scartare lentamente il suo pacco, mentre la carta di giornale cominciò ad incendiarsi, avviluppando le mani e le braccia dell’uomo in un piccolo rogo. Il viso scarno di Mefisto sotto il cappellaccio umido di pioggia sogghignava e la luce del fuoco ne metteva in risalto i lineamenti marcati e diabolici. Quando il pacco fu scartato quasi del tutto, un centinaio di piccole api infuriate ne scaturirono, andando a ricoprire completamente il capo di Jasmin. Mefisto allora cominciò a ridere, a ridere sempre più forte, mentre lampi accecanti si susseguivano e i tuoni squassavano la casa. Paulette urlò, urlò con quanto fiato aveva in gola e si scagliò piena d’odio contro il vecchio ma, nel farlo, cadde dal letto ritrovandosi ad urlare stesa sul pavimento. Riavutasi, si precipitò ancora urlante nella camera dove ormai riposava solo Jasmin. Nell’attimo stesso in cui aprì la porta udì sua figlia gridare. La vide seduta sul letto che agitava le braccia davanti al viso, mentre con gli occhi accecati dal terrore inseguiva con lo sguardo qualcosa d’invisibile davanti a sé. Paulette la prese per le spalle e la scosse gridando a sua volta. Jasmin si calmò immediatamente. Le braccia le ricaddero lungo i fianchi e rimase così, muta e inespressiva, ma con gli occhi fissi e dilatati. La madre la strinse forte a sé abbracciandola e così facendo girò la testa verso la finestra che dava sul viale d’ingresso. Sul davanzale, sotto l’orlo della tendina ricamata, c’era una grossa ape. Con furia Paulette la gettò a terra e la calpestò con violenza. Un lampo illuminò la notte e grosse gocce di pioggia cominciarono a ticchettare sui vetri della finestra. Fece per chiuderla quando vide fuori qualcosa, a non più di un paio di metri. Dovette aguzzare bene la vista però per capire cosa fosse, ma alla fine lo riconobbe: era il cappellaccio di Mefisto, completamente ricoperto di grosse api scure.

L’orrore e la paura la sconvolsero di nuovo e ricominciò ad urlare senza neanche rendersene conto. Jacob e Philip accorsero precipitandosi contemporaneamente nella stanza, ma lì per lì non capirono. C’era Paulette che gridava tenendosi il viso fra le mani e Jasmin che giaceva inerte e ad occhi spalancati seduta sul letto con la schiena appoggiata alla testiera.
“Paulette! Paulette!” – la chiamò spaventatissimo Jacob – “mamma, mamma!” – gli fece eco Philip. Per tutta risposta la donna seppe pronunciare solo due parole, quasi sottovoce: “le api, le api!” Poi svenne tra le braccia del suo compagno.

Continua venerdì prossimo…

 

 

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