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La buona terra

La buona terra -(prima parte)

«Ma tu lo sai quante cose ci sono in un metro quadrato di terra?»

«No. Perché tu lo sai nonno?»

«Cento lombrichi, cinquanta ragni, cento coleotteri, trecento millepiedi, centomila acari, dodici milioni di funghi e in più un sacco di alghe varie».

«Accidenti!»  – rispose  il piccolo Enrico –  «ma quanto è grande un…un metro…»

«Un metro quadrato? Beh, ecco: vedi il  tavolo che c’è sul terrazzo? È più o meno quanto la superficie di quel tavolo».

Enrico pensieroso si infilò un dito nel naso.

«Non ci credi?»

«Sì, certo! Se lo dici tu».

«Ma non lo dico io, lo dice il libro».

«E di chi è?»

«È mio. Un libro vecchio quanto me!»

«E tu lo hai letto? Di che parla? Mi leggi qualcosa?»

«Piano, piano»  − sorrise Giuseppe − «facciamo così: invece di raccontarti la solita favola, che ieri te ne ho raccontate talmente tante che ti è risalita la febbre, oggi ti parlerò di un posto che esiste veramente, e di cui questo libro parla».

«E che posto è?»

«È la foresta degli gnomi e, se vorrai, un giorno ti ci porterò».

«Sì, sì, dai nonno, dai!»

«Va bene, ma ora calmati, rimettiti sotto le coperte e non ti scoprire».

Enrico subito si distese tirandosi le coperte fin sotto il mento.

«Bravo! E ora stai a sentire, non interrompermi come al solito. Ascolta e cerca di immaginare quanto ti leggerò».

Gli occhi del bambino tradirono curiosità e anche un po’ di paura. Ma Enrico non mosse un muscolo e non fece più un fiato.

Untitled design (25)«Dunque vediamo» − cominciò Giuseppe aprendo il libro e sfogliandone le prime pagine. «Si dice che tanto tempo fa, la foresta degli gnomi fosse molto diversa da com’è ora, molto più grande, molto più intricata e buia. Ora ci si può entrare e camminare, magari anche farci un pic-nic e, perché no?, anche andarci a giocare a nascondino, però a quei tempi era davvero molto buia: solo i raggi del sole di mezzogiorno, in una mattina d’estate e con il cielo sereno, riuscivano a penetrarne un po’ l’oscurità. Nessuno osava entrarvi in altri momenti. Questo perché non si vedeva niente, ma anche perché in molti raccontavano di aver sentito strane voci e rumori provenire da essa, di aver visto luci, fiamme e strani vapori alzarsi verso il cielo di notte al di sopra delle cime degli abeti, specialmente quando la luna piena rischiarava la valle. Così tante erano le voci che circolavano sulla foresta degli gnomi, che ogni tanto qualcuno si metteva in testa di andare a vedere se erano vere o solo stupide leggende di paese. Naturalmente chi decideva di farlo sapeva bene che nessuno di quelli che avevano tentato prima l’impresa era tornato a raccontarla; nessuno, a memoria d’uomo. Sul lato ovest del bosco c’era un piccolo cimitero di campagna che raccoglieva i resti dei poveracci che erano morti da peccatori inveterati, coloro cioè che avevano ucciso, rubato, violentato. Erano stati condannati al carcere a vita e, una volta morti, erano stati sepolti lì, accanto al bosco. Era molto antico quel cimitero. La storia racconta che fu istituito addirittura nel medioevo dal Priore del villaggio, perché in quei tempi bui la pietà divina veniva spesso confusa con la vendetta umana e quei peccatori erano stati costretti a dormire il loro sonno eterno lontano dal villaggio, dalla sua chiesa e da Dio. Il Priore infatti sentenziò che lì, al limitare del bosco, il diavolo avrebbe avuto cura delle loro anime, dannate in eterno per ciò che avevano fatto da vivi».

«Medio…medio che?»

«Medioevo, Enrico, vuole dire tanto tempo fa, quando… vediamo: ti ricordi quel cartone animato che abbiamo visto insieme la settimana scorsa? Quello dove c’erano quei cacciatori vestiti in modo che a te sembrò strano?»

«Sì, sì!»

«Ecco, nel medioevo erano vestiti così e… beh, facevano cose strane come i loro vestiti. Lo studierai a scuola, vedrai».

«E che c’entrava il diavolo?»

«Eh, sai: a quei tempi si credeva veramente che ci fosse il diavolo tra di noi, magari mascherato da persona buona e normale. il Priore, che a quei tempi era una specie di re, decise che i delinquenti morti in galera dovevano essere sepolti vicino alla foresta degli gnomi perché era certo che lì dentro ci fosse Satana in persona! Se li sarebbe presi lui per portarli all’inferno, lasciando in pace così le anime dei defunti sepolti nel vero camposanto, quello appena fuori del paese».

Enrico si ritirò la coperta fin sotto gli occhi e rimase immobile. Giuseppe fece fatica a non sorridere e continuò serio a leggere.

«Dunque. dicevamo che nessuno osava avvicinarsi alla foresta degli gnomi, né tanto meno ad entrarvi. Ma qualche anziano del paese amava raccontare di aver visto in passato delle figure tra le grandi felci del lato nord, quello più in ombra di tutti. Le descriveva simili a dei nani con la gobba, coperte di stracci e pelli di pecora, buffi cappelli e scarpe anch’esse di pelle, o almeno questo era  quello che descriveva chi affermava di averle viste. Diceva anche che procedevano a scatti, saltellando tra i cespugli di more e rosa canina, emettendo dei lunghi e lamentosi suoni inarticolati. Ma dicevano anche che non erano certi che fossero figure umane, dal momento che solo per brevissimi attimi erano riusciti ad intravederli nella penombra del bosco. Altri narravano storie di mostri visti danzare intorno al fuoco nelle lugubri notti di halloween, o in quelle fredde e senza luna, ma in molti nutrivano dubbi sulla veridicità dei racconti tramandati da generazioni. Malgrado questo, tutti in paese erano d’accordo nell’evitare di avvicinarsi alla foresta, soprattutto di sera o quando c’era nebbia fitta e, semmai si doveva andare a prendere frutti di bosco o legna da ardere d’inverno, lo si faceva insieme ad altri, più si era meglio era, e sempre con un bel sole nel cielo sereno, possibilmente in una calda giornata d’estate.

Ma in una sera d’inverno accadde.

Un glaciale vento da nord iniziò a spazzare a raffica il bosco ed il paese, gelando qualsiasi cosa, perfino il pensiero. Tutti gli abitanti del paese rimasero ben rinchiusi in casa, con i caminetti accesi e spesse coperte di lana addosso. La neve cominciò a cadere verso le dieci di sera, dapprima a fiocchi piccoli e leggeri, poi a fiocchi larghi e pesanti, sospinti sempre dal forte vento di tempesta. In capo a poche ore la neve ricoprì tutto col suo gelido manto bianco, raggiungendo e superando in alcuni punti, il metro di altezza. Non era certo la prima volta che accadeva di vedere la neve laggiù, ma la violenza della tormenta era davvero inusuale e quando si cominciarono anche ad udire dei tuoni rimbombare nella valle, perfino i più anziani del paese cominciarono a dire che mai prima di allora avevano assistito ad una tale tempesta. Il rumore del vento pieno di neve somigliava sempre di più ad un urlo profondo, incessante e terrificante, accompagnato dallo sbatacchiare continuo delle vecchie imposte di legno delle case. Sembrava proprio che la Natura si dovesse vendicare di qualcosa quella notte, costringendo gli umani del posto a stringersi l’un l’altro, in una paura ancestrale che non ammetteva speranza di salvezza. Tutti rimasero svegli e nessuno ebbe il coraggio di guardare cosa stesse succedendo al di là dei vetri delle finestre, tutti rimasero accanto al fuoco dei caminetti, ringraziando il cielo di aver abbastanza legna da ardere.

Ad un certo punto, quando la mezzanotte era passata ormai da un pezzo, a casa di Ambrogio, il custode della scuola, si cominciarono ad udire dei rumori diversi. Erano dei colpi leggeri alle finestre e sia lui che la moglie e i suoi due figlioletti di otto e undici anni, pensarono a delle palle di neve tirate per giocare. Ma chi mai poteva mettersi a giocare in quella notte da tregenda?

Così Ambrogio si affacciò, seguito dal resto della famiglia, ma attraverso il piccolo vetro, appannato dentro e ghiacciato fuori, non vide niente. Uno spiffero di gelo penetrò da sotto la finestra con gli infissi di legno, obbligandoli a tornare vicino al camino.

«Sarà il vento» − disse incerta la moglie Aurora.

«Mah… forse» − rispose lui incerto. Poi, vedendo che i bambini erano spaventati aggiunse sicuro: «state tranquilli però, siamo al sicuro qui».

Ma i colpi continuarono, anche se sempre più debolmente, continuarono. Solo dopo almeno una mezz’ora non se ne sentirono più e, per strano che possa sembrare, fu proprio quello il momento in cui Ambrogio decise di aprire la porta per vedere fuori.

«Nooo! Cosa fai?» − gli urlò dietro Aurora.

«Papààà!» − fecero eco i bambini spaventati.

Ma la porta era già aperta e il risultato fu che tutti insieme si trovarono sulla soglia di casa.

Lì per lì non capirono cosa fosse quel fagotto di stracci lasciato sullo zerbino coperto di neve, ma quando questo si mosse impercettibilmente, e ne sbucò una piccola mano, i quattro urlarono per lo spavento. Era una mano, non c’erano dubbi, una mano da bambino, ma sporca e ferita in più punti, con le unghie nerissime e lunghissime, oltre che rotte. I quattro rimasero inebetiti a guardare muoversi quel fagotto di sporcizia, immobili, malgrado la neve li sferzasse senza pietà. Poi da quel mucchio di stracci uscì una voce, poco più che un lamento, e da una estremità di esso si intravidero una porzione di viso e due occhi nerissimi e morenti.

Subito i bambini fecero per rientrare, ma Ambrogio restò fermo sull’uscio. Era tanta la pietà che provava fissando quei piccoli occhi neri sofferenti, che non provava più paura e non sentiva neanche il freddo.

«Ambrogio!» − Lo chiamò la moglie − «fai qualcosa che qui ghiacciamo tutti!»

E lui si piegò, non senza disgusto per il fetore che sentiva, a raccogliere l’involto di stracci.

Una volta che fu dentro lo depose a terra, vicino al camino acceso. Il lamento riprese. Allora Aurora andò a prendere una bacinella e vi versò un poco dell’acqua che scaldava vicino al fuoco. Si avvicinò e già con una pezza in mano, fece cenno al marito di aprire il fagotto. Ambrogio lo fece. Con movimenti lenti e accurati tolse le pelli di marmotta stracciate e logore, le pezze di cotone marcite e perfino foglie secche. Quei miseri stracci vestivano il corpo scheletrico di un bambino di circa sei-sette anni, che giaceva ora davanti a loro. Gli occhi neri e sofferenti si fecero improvvisamente attenti e diffidenti, mentre il lamento si trasformò in un verso animalesco, debole ma certamente aggressivo.

«Buono» − gli disse Ambrogio facendogli cenno con la mano −«Sta’ buono».

Il bambino sembrò calmarsi ma tremava tutto. Allora Aurora si avvicinò con la bacinella e la pezza, la bagnò di acqua calda e fece per passargliela sulla mano, con l’intento di pulirgliela. Lui si ritrasse spaventato, ma  quando Esterina, la loro figlia più grande di undici anni, si fece avanti e gli sorrise, si calmò e da lei si lasciò pulire la mano. Evidentemente sentì il calore che la pezza gli trasmetteva, perché dopo si lasciò pulire anche le braccia, quindi tutto il corpo. Ambrogio nel frattempo aveva trovato dei vestiti smessi di loro figlio Michelino e glieli aveva infilati. Tanto era smagrito che ci ballava dentro. Quindi Aurora tornò dalla cucina e gli mise davanti un pezzo di pane con una fetta di formaggio. Il bambino vi si gettò sopra e in pochi secondi trangugiò tutto. Aurora allora gli portò altro pane. Poi Ambrogio gli disse di stendersi sulla coperta accanto al fuoco, ma il bambino non sembrava capire cosa stesse dicendo. Così disse ad Esterina di fargli capire lei quello che voleva che facesse. Ancora una volta la ragazza riuscì a farsi ubbidire e con dolcezza lo convinse a stendersi come aveva detto il padre. Il bambino ora era tranquillo e finalmente non tremava più. Quando Aurora lo accarezzò dolcemente lui la lasciò fare e finalmente, di colpo, si addormentò.

Per due giorni e due notti la tormenta imperversò nella valle, costringendo gli abitanti del paese a rimanere chiusi in casa. Il bambino continuò a mangiare e a dormire come se non l’avesse mai fattoprima, rimanendo però sempre sul chi vive e lasciandosi avvicinare solo da Esterina, a cui alla fine regalò un mezzo sorriso sdentato. La mattina del terzo giorno, un pallido sole illuminò le finestre di casa, lasciando intendere che il peggio era passato. Ambrogio si imbacuccò per bene e disse alla moglie che sarebbe andato a chiamare il dottore, per fargli visitare il ragazzo. Era talmente magro che gli si potevano contare le ossa, anche se negli ultimi due giorni aveva mangiato per tre. Aurora gli raccomandò di raccogliere prima un po’ di neve in cantina, così avrebbe potuto scioglierla e riscaldarla sul fuoco, visto che il ghiaccio aveva gelato i tubi dell’acqua. Il bambino aveva urgente bisogno di un bel bagno nella tinozza. Ambrogio lo fece, poi, dopo aver gettato via gli stracci logori e puzzolenti del ragazzo, si diresse verso casa del dottore, incespicando nella neve alta almeno un metro. Ma dovette aspettare un bel po’ davanti a casa di questi perché la domestica gli disse che era uscito presto per accudire una partoriente rimasta bloccata in casa dalla neve. Quando il dottore tornò, Ambrogio gli raccontò la storia del ragazzo e lui ne rimase molto colpito.

«Sei sicuro che fosse solo?» − gli chiese serio.

«Ma sì, certo che era solo» − rispose Ambrogio.

«E dici che non parla?»

«No, almeno non dice niente di comprensibile. Emette solo dei gemiti e dei grugniti. Ma sa farsi capire lo stesso».

Il dottore non aggiunse altro e si diressero verso casa. Ma una volta che Ambrogio aprì la porta e il dottore entrando posò gli occhi sul bambino, questi emise un grido e scappò via, arrampicandosi fin sopra la dispensa, che ondeggiò paurosamente sotto il suo pur esile peso. Fissava aggressivo il dottore e sembrava pronto ad assalirlo. Ad Ambrogio fece pensare ad una piccola pantera, quando si arrampica sul ramo di un albero in procinto di balzare sulla preda.

Tutti rimasero immobili, basiti da tale reazione. Solo Esterina, dopo qualche secondo, ebbe l’istinto di intonare sottovoce la ninna nanna che le cantava ogni tanto la mamma per rassicurarla e farla addormentare. Come d’incanto il bambino si  acquietò e lei poté avvicinarsi facendogli cenno di scendere, che andava tutto bene. Alla fine lui si rifugiò di corsa sotto la coperta accanto al fuoco, con Esterina accanto, soltanto lei. Gli altri rimasero a distanza perché capirono bene che così dovevano fare. Il dottore ovviamente non poté visitarlo, ma  quel che vide lo lasciò senza parole, al punto che Aurora alla fine gli chiese cosa ne pensasse. Lui scosse il capo con un’espressione incredula.

«Allora è vero!» − sussurrò − «la leggenda è vera!»

«Quale leggenda?» − chiese Ambrogio quasi spaventato dall’espressione preoccupata del dottore.

«Quella della foresta degli gnomi».

«Ma cosa?…»

«Ambrogio!» lo interruppe il dottore con voce concitata «devi andare ad avvertire il sindaco e anche padre Cerusio, che avverta lui lo sceriffo. Dal canto mio farò venire dalla città un mio collega, il professor Cherubini, un esperto pediatra,  che è anche un illustre studioso di leggende popolari. Bisognerà che tutti vengano qui a vedere… il bambino».

E così dicendo si voltò verso di questi, che, per tutta risposta lo fissò diffidente, alzando il labbro superiore come fa il lupo quando digrigna i denti.

«Che tutti vedano…» ripeté senza finire la frase.

Continua venerdì prossimo…

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