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Ciao Papà

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Fausto Pirandello, Padre e figlio (fonte immagine)

Avevi la mano grande. La mia vi spariva dentro quando me la prendevi per attraversare la strada. Ricordo che le tue dita finivano per arrivarmi a metà avambraccio e mi dava fastidio. Cercavo di tirarne fuori almeno una parte ma tu subito mi riafferravi deciso. Quando ti trotterellavo accanto avevo soggezione, ma mi sentivo al sicuro. Niente e nessuno poteva farmi male, quando c’eri tu accanto a me. Quella mano era anche pesante. Ricordo quando due volte, solo due volte, me la sono sentita sulla faccia. Molto pesante! Chi eri tu papà? Sembrava che le parole per te fossero inutili, tante poche ne pronunciavi, ma ti facevi capire con gli sguardi e i tuoi silenzi. Nel silenzio ti facevi sentire, nel silenzio ti facevi capire. A volte urlavi nel silenzio e non solo con me. Altre volte però in quel silenzio mi lasciavo sprofondare, sicuro che tu mi avresti aiutato a galleggiare. Come quando in ospedale mi risvegliai dall’anestesia e ti trovai vicino a me, seduto su di una sedia di metallo, curvo dal sonno, ma vigile e attento al mio risveglio. Con la barba lunga, gli occhi stanchi e lucidi non ti ci avevo visto mai. Ti chiesi cosa facessi lì di notte, mi rispondesti che non c’era nessun altro posto dove avresti voluto essere. Ti dissi sconcertato: “…ma allora mi vuoi bene!…” rispondesti: “…certo!”. Solo questo. Niente più. Mi bastò. Poi vennero gli anni dell’incomprensione:  tu coi tuoi silenzi, io coi miei no. Andammo avanti così, anni, tra sfide e rispetto, confronti e prese di posizioni. Mi insegnasti con l’esempio che un uomo poteva facilmente perdersi correndo per appuntamenti mancati, ma che, se era onesto con sé stesso e con gli altri, si poteva ritrovare. Mi facesti vedere che l’importante non è avere, ma essere, che si deve essere umili per riuscire a capire, ad imparare, e poi, forse, sempre umilmente, ad insegnare, senza mai giudicare. Ma soprattutto nel tuo silenzio ho imparato il rispetto per  ciò che mi circondava, fossero uomini o donne, bambini o vecchi, animali o piante. Perfino gli oggetti assumono il diritto a non essere sottovalutati, perché vivere costa molti soldi, guadagnati faticosamente, dignitosamente e onestamente. Forse non era proprio tua intenzione insegnarmi tutto questo, ma, anche se magari non te ne sei accorto, l’hai fatto. Ma l’ho capito molto più tardi. Allora io puntavo i piedi, contestavo, mi contrapponevo, vantavo il diritto di dire, di esistere, di cambiare. “Il mio cavallino ribelle”, confidasti orgoglioso a mamma un giorno, e quando anni più tardi lo venni a sapere sentii di volerti un bene immenso. Ma all’epoca non si poteva dire. No. Non si doveva! Quando superai gli esami del liceo eri raggiante, malgrado il mio voto non fosse proprio altissimo e io un po’ mi vergognavo, perché, anche se non me lo hai mai fatto pesare, tu, a suo tempo, avevi dato e ottenuto il massimo; eri bravissimo, lo sapevo da mamma, ed erano tempi bui quelli, con la guerra alle porte.

Decisi di prendere la mia strada sapendo di farti piacere. Lo lessi bene infatti nei tuoi occhi. Quel giorno il tuo silenzio fu bellissimo per me, simile a quello dell’aurora in alta montagna. E sognai di sentirlo ancora. Avevo appena cominciato a capire qualcosa di te e ricordo che sperai di farti sempre più felice e di  vederti contento di me, di tuo figlio. Ma… la vita decise diversamente.

Lo sentii per l’ultima volta quel tuo silenzio, quando mi guardasti con occhi già pieni di sangue alzando un  braccio come per darmi quella carezza che non avevo mai ricevuto. Un attimo prima che si chiudessero per sempre.

Ciao papà.

Mirella Orlandini, Padre con Figlio e fontane di luce (fonte immagine: http://www.ioarte.org/artisti/Mirella-Orlandini/opere/padre-con-figlio-e-fontane-di-luce/)

Mirella Orlandini, Padre con Figlio e fontane di luce (fonte immagine)

 

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