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Sveglia, siamo in ritardo!

Il nostro calcio, tra scandali che ciclicamente si ripetono, nazionale senza alcun nome di spicco, e delusioni europee a livello di club, fa fatica a colmare il gap con le altre potenze europee

svegliaSono lontani i tempi in cui la serie A e la nostra nazionale dominavano in Europa. Proprio sabato scorso, è andato in scena ad Ostia un raduno di vecchie glorie della serie A, messe insieme dal curatore di una pagina Facebook che ha coinvolto i “nostalgici” del calcio che fu. Il presente, infatti, non ci sorride per niente. Gli sporadici risultati delle nostre squadre in campo internazionale e l’exploit della nazionale di Prandelli nell’ultimo campionato europeo sono solo specchietti per le allodole. Il calcio italiano è in piena crisi strutturale e si tarda ad intervenire. Eppure, da tutta Europa ci hanno indicato la strada per ripartire, ma come facciamo orecchie da mercante noi, nessuno ne è capace.

Innanzitutto servirebbero degli stadi di proprietà dove far veicolare la passione per la squadra 7 giorni su 7 e accelerare anche una politica di innalzamento della qualità del tifo e soprattutto degli incassi delle società. Bene, solo in 3 hanno colto questo invito e ne stanno traendo benefici: la Juventus, che da quando esiste lo Stadium ha vinto 5 campionati su 5 disputati, il Sassuolo che in soli 3 anni di Serie A è arrivato in Europa League e l’Udinese che ha inaugurato il nuovo Dacia Arena quest’anno i cui risultati, perciò sono ancora da valutare.

Servirebbe un’equa ripartizione dei diritti televisivi, ma anche qui: niente! Si è alle prese con un sistema che dà alle squadre con più seguito la più grossa fetta dei ricavi, e se queste squadre hanno anche lo stadio di proprietà è difficile avere concorrenza a livello societario ed economico. Servirebbero le seconde squadre che giochino in campionati professionistici per far “svezzare” i giovani del vivaio, possibilmente italiani; e invece i campionati di Lega Pro e Serie B sono dominate da un campanilismo che coinvolge i comuni del nostro Paese e che spesso porta i nostri giovani ad arenarsi nelle serie minori piuttosto che spiccare il volo.

Servirebbero regole certe e meno scandali e invece ogni due per tre c’è un caso che coinvolge i nostri campionati. Nell’ultimo addirittura si profilano coinvolgimenti della camorra. Servirebbe far giocare di più i giovani italiani; nemmeno qui abbiamo dato una risposta soddisfacente. Il 70% delle rose della serie A è composto da calciatori stranieri ad eccezione del Sassuolo, l’unica in grado di poter schierare 11 italiani su 11 e l’unica che per politica societaria, punta a far crescere i ragazzi italiani. Certo che se poi questi non vengono neanche presi in considerazione per le convocazioni agli europei tutto diventa più difficile. Ieri il CT Antonio Conte ha diramato i 30 convocati da cui entro il 31 Maggio dovrà sceglierne 23 da portare all’Europeo di Francia. Il risultato è una Nazionale che manca di qualità, dove si vede che la Federazione tenta di puntare su un discorso di Nazionali giovanili. Non c’è più un fenomeno, non abbiamo nomi altisonanti e in grado di cambiare le partite da soli. La bravura di Conte dovrà necessariamente cementare una squadra in grado di arrivare più in alto possibile, ma con il materiale a disposizione se dovesse disputare un campionato “regolare” non arriverebbe neanche tra le prime 8. Speriamo che gli Azzurri, comunque, diano filo da torcere a tutti.

Insomma, questa breve disamina dello stato di forma del nostro calcio, getta ogni appassionato nel più totale sconforto. La Spagna capace di essere prima nel ranking UEFA per Club anche senza i punteggi di Real Madrid e Barcellona, è lontanissima. A livello europeo, oggi il calcio spagnolo la fa da padrone. Quest’anno 3 squadre su 4 che hanno disputato le finali di coppa sono spagnole e anche la prossima SuperCoppa europea vedrà fronteggiarsi due compagini iberiche visto che il Siviglia ha conquistato la sua terza Europa League consecutiva a spese del Liverpool. La finale di Champions che andrà in scena sabato a S. Siro vedrà il terzo derby spagnolo degli ultimi 16 anni. Dopo il primo del 2000 di Real Madrid – Valencia, è proprio la città di Madrid a regalare nuovamente, dopo Lisbona 2014 una finale thrilling. Insomma gli anni 2000 dell’Europa calcistica e del mondo con i successi del Barcellona e della nazionale delle furie rosse, parlano spagnolo. Certo, noi non siamo stati da meno con i successi del mondiale 2006 e le coppe dalle grandi orecchie alzate da Milan (2) e Inter (1). Ma sono frutto di un’eredità passata e forse il punto di arrivo di una parabola che inizia inevitabilmente a scendere. In Spagna sono nati due modi di intendere il calcio, due filosofie che addirittura sono oggetto di studio universitario per applicarle all’economia come Il “cholismo” e il “Tiki Taka”. Da noi siamo ancora con impianti vecchi, campionati con più scandali che gesti tecnici e squadre che risparmiano i giocatori migliori nelle coppe europee per concentrarsi su un campionato, che poi neanche vincono, visto che la Juve ha deciso di farla da padrone ancora per tanto tempo.

Siamo in ritardo. Quand’è che lo capiremo?

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