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Russia 2018, azzurri fuori: cala la notte sul calcio italiano

L’eliminazione dell’Italia contro la Svezia ha aperto una ferita che faticava a rimarginarsi. Il movimento calcistico italiano, quattro volte campione del mondo, non si qualifica per la competizione iridata per la seconda volta nella sua storia. La sconfitta è di tutti, ma a ragionarci bene, era annunciata da tempo

Il fischio finale dell’arbitro Lahoz, ci ha catapultati in un incubo che mai avremmo voluto vivere. “E mo a giugno che famo?”. Questa più o meno è la domanda che tutti gli italiani si sono posti alla fine della partita. Niente più barbecue con gli amici, niente più toto-convocazioni, niente più lamentele sulla formazione da schierare e soprattutto niente più spirito patriottico. La soluzione, però, l’ha annunciata Spinoza.it: “Forse adesso faremo davvero la rivoluzione”.

 

Per quel che ci riguarda, l’augurio serio è che il calcio italiano si rinnovi davvero e torni ad osare. Iniziando dalle dimissioni del presidente federale Carlo Tavecchio e di Giampiero Ventura, commissario tecnico che, suo malgrado, è entrato nella storia del movimento calcistico italiano. Il pesce puzza sempre dalla testa: il precedente di Abete e Prandelli, neanche un’ora dopo la sconfitta in Brasile contro l’Uruguay, deve essere da esempio. Quantomeno per ridare un briciolo di credibilità alle cariche che ricoprono attualmente i due attuali condottieri del calcio italiano.

 

Ma non basta. La notte del calcio italiano è calata tempo fa e l’alba fatica ancora ad arrivare. Volendo individuare un momento storico si può dire che, salvo la gestione Conte e la finale di Euro 2012 strapersa contro la Spagna, da Berlino in poi i risultati della nazionale italiana sono stati davvero scadenti. Due eliminazioni consecutive ai gironi del mondiale, la prima da detentori del titolo dovevano far riflettere e dar spazio ad un profondo processo di rinnovamento. Si parlava di centri federali, di formazione dei tecnici delle giovanili, di percorso integrato delle nazionali; si vedeva come modello ispiratore quello tedesco, e invece ci si è riempiti la bocca di slogan da campagna elettorale. E si sa: quando c’è di mezzo la politica i problemi non si risolvono, almeno nel nostro Paese. C’è da dire che i vari dirigenti dei club hanno fatto ben poco per contribuire alla causa “patriottica”. I numerosi giocatori stranieri presenti in Serie A e soprattutto nei vivai, non ha fatto altro che far lievitare il prezzo del cartellino dei giocatori italiani a dispetto del loro reale talento.

 

La verità, infatti, è che i giocatori italiani bravi, sono pochi e rari. Ed è proprio questo l’altro punto del problema: il mancato ricambio generazionale del parco giocatori. Dal 2006 tiriamo avanti la carretta con Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini e De Rossi, quattro dei quali hanno indossato per l’ultima volta ieri sera la maglia azzurra. I vari Rugani, Donnarumma, Romagnoli, De Sciglio, Gagliardini, tanto esaltati dalla stampa e dai loro procuratori, sono in grado, dalla prossima partita di prenderne in posto? Probabilmente no. Nessuno si fida ancora pienamente di loro, e a rincarare la dose non serve neanche la solita scusa che spesso si è pronunciata: “Non sono titolari nelle loro squadre quindi hanno difficoltà”, perché poco veritiera.

 

I cosiddetti giovani, mancano ancora di personalità. Si è visto la scorsa estate, quando la stampa ha esaltato il dream team dell’under 21 etichettandola come “la più forte di sempre”, salvo poi ricredersi quando è stata sonoramente bastonata dalla Spagna. Le intemperanze di Berardi, la poca incisività di Bernardeschi, il povero score realizzativo di Petagna non fanno ben sperare per il futuro. Insomma, speriamo che la cosiddetta “generazione Sacchi” venga fuori mostrando attributi e cultura del lavoro come insegna il loro maestro. Meno post su instagram e più fatti.

 

La delegittimazione tecnica del rinnovamento passa anche per la forte personalità dei senatori e la totale confusione del tecnico. Il doppio confronto contro la Svezia ha praticamente sconfessato tutto il biennio di gestione Ventura, aumentando la frattura tra chi tiene alla nazionale e chi ancora recita un ruolo da comparsa. Il tecnico ligure, fortemente criticato anche dai suoi stessi giocatori dopo il risultato in Svezia, sembra sia stato sul punto di dimettersi già prima della gara di San Siro, quando nell’ultima riunione tecnica sarebbero volate parole grosse per le scelte sulla formazione. La reazione di De Rossi, invitato a scaldarsi nel secondo tempo dello spareggio avvalorerebbe questa tesi, ma le stesse scelte del tecnico nel corso della gara basterebbero da sole ad evidenziare la totale assenza di una guida carismatica e degna della nazionale italiana.

 

L’unico giocatore di talento prodotto dal calcio italiano, Lorenzo Insigne, è stato barbaramente relegato in panchina per 90 minuti. Il giocatore più in forma del campionato, Stephan El Sharaawy, è entrato solo a 20 minuti dalla fine. Un’ostinazione ridicola del proprio modulo di gioco che ha fatto affondare Ventura nelle sue stesse idee e lo ha portato a schierare Jorginho e Gabbiadini titolari (e autori di una grande prestazione) soltanto nella gara decisiva. Confusione nei cambi, come Bernardeschi che si è fatto apprezzare solo per una stoccata ad un centrocampista svedese, e Belotti, intrappolato come il suo collega Immobile, nella fitta ragnatela difensiva svedese.

 

L’ora più buia della notte del calcio italiano è ufficialmente cominciata e coincide con il ritiro del capitano Gigi Buffon. Come al solito si attende un altro salvatore della patria che rinasconda la polvere sotto il tappeto. Ogni possibile scenario è aperto anche perché il calcio è una voce molto importante del PIL nazionale. Forse sarebbe il caso di seguire il pensiero social di Spinoza: adesso non abbiamo davvero più scuse per fare la rivoluzione. Ridateci il mondiale, ma prima ridateci una nazionale degna di questo nome.

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