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“PiaceLe, mi chiamo Hu BLambilla e tifo InteL”

Il cognome più diffuso a Milano, secondo l’ultimo censimento, è Rossi, ma è incalzato dagli Hu. Sarà per questo che i cinesi del gruppo Suning hanno acquistato l’Inter e altri cinesi stanno per proporre un’offerta al Milan? La città dei Baüscia si sta trasformando in una “Pechino da bere”, anzi, da Bele!

Signore e signori diamo il benvenuto al nuovo proprietario dell’Inter: il patron del gruppo Suning, Zhang Jindong, il re degli elettrodomestici asiatico e non solo. Gruppi di comunicazione, mass media e tanto altro, ora anche proprietario del 68,55% di una delle nostre squadre più storiche e gloriose. L’Fc. Internazionale Milano, meglio conosciuta come l’Inter. Ogni attività che Jindong ha toccato nella sua carriera ha avuto un ampio successo, tanto da portare il suo patrimonio personale a 4  miliardi di dollari. Ora il suo gruppo è voluto prepotentemente entrare nell’industria del calcio che, lo ricordiamo, è un quarto del PIL del nostro paese (tanto per chi dice che il calcio debba essere fermato), e riportare l’Inter nel gotha del calcio mondiale. Insomma, per farla breve, soldi freschi dalla Cina e possibilità di un mercato abbastanza corposo con un unico ostacolo però: il rispetto delle norme UEFA sul fairlplay finanziario. L’obiettivo del nuovo proprietario infatti è quello di andare a trattare a Nyon direttamente con la UEFA per ridiscutere i termini di un accordo che penalizza di molto la società meneghina. I tre punti sui quali si potrebbero aprire trattative sono: il bilancio di esercizio che si chiude il 30 giugno prossimo non dovrà avere un rosso superiore a 30 milioni; quello del 2016/2017 dovrà chiudere a 0 e per finire  il saldo a 0 tra acquisti e cessioni sul mercato, pena l’esclusione dalla lista per l’Europa League dei giocatori che fanno eccedere questo dato.

Una missione non facile per i nuovi proprietari. Il dato di fatto è che il presidente indonesiano Thohir ha finalmente trovato un socio forte con cui iniettare capitali salvavita per l’Inter. C’è un contraccolpo, però, che romanticamente i tifosi della Beneamata non possono trascurare: ad uscire di scena, e stavolta in maniera definitiva, è il presidente Moratti, artefice delle ultime vittorie nerazzurre – triplete su tutti – al timone dell’Inter per 20 anni e protagonista di un calcio in cui i patron italiani con la passione vera e autentica per la loro squadra del cuore, andavano oltre gli affari e spesso perdevano soldi più di quanto non ne guadagnassero (vedi Sensi a Roma per esempio, o Cragnotti alla Lazio).

È un calcio diverso, oggi bisogna stare al passo con l’industria e più volte si è detto che c’è la necessità di capitali stranieri per far ripartire ciò che resta del nostro campionato. La società del resto cambia, il modo di produzione anche, e forse non è un caso che la Cina sia sbarcata a Milano. Dall’ultimo censimento gli Hu tengono testa ai Rossi mentre i famosi Fumagalli Brambilla sono retrocessi di parecchio nelle classifiche. E se poi anche l’altro grande protagonista del calcio anni ’80-’90 dall’altra sponda del Naviglio decidesse di vendere anch’egli ai Cinesi, come sembra, il calcio a Milano parlerebbe soltanto il Mandarino. Gli affari sono affari, certo, i tifosi hanno diritto di sognare con più investimenti, e finalmente il calcio italiano potrà dire anche la sua a livello internazionale. Ma il tempo di quando il nostro paese era a capo del G4 calcistico, il sapore romantico dei grandi giocatori e dei grandi presidenti italiani, ricchi ma buoni, attenti più al sentimento che al portafogli, pronti anche a prendersi in giro tra di loro e ad arrabbiarsi come veri tifosi per un torto subito, sono sicuro che ci mancherà. Per ora resiste Agnelli. Gli altri piano piano lasciano il posto al nuovo vento del Sol Levante. Tocca ai tifosi, agli addetti ai lavori non far perdere quello spirito di identificazione tutto italiano che i presidenti delle squadre incarnavano. Si passa dall’Inter di Moratti, al Milan di Berlusconi alla Roma di Sensi ad un calcio meno sentimentale, proiettato verso un futuro che deve, però necessariamente fare i conti col passato. Speriamo che i nuovi management delle squadre si documentino sui propri inni. Sarebbe pessimo se a San Siro prima del derby, al posto di “C’è solo l’Inter” venisse sparato un pezzo di Pitbull come è tristemente avvenuto le scorse notti in coppa America. O peggio, la Hit Mania Cina estate 2016.

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