Articolo

Lo sport è la pace del mondo

Il giorno dopo gli attentati di Bruxelles, mentre nel mondo continuano ad imperversare guerre e disastri è ora che ci si interroghi seriamente sulla capacità di unione dello Sport quale mezzo di supporto a politiche di pace e di interessi politici, religiosi, economici che fino ad oggi non hanno portato i risultati sperati

IMG_1401Le immagini di Bruxelles, del cuore dell’Europa nuovamente colpito da attentati terroristici sciocchi e vigliacchi a pochi mesi dagli orrori di Parigi, ci inducono a riflettere nuovamente. Le politiche perseguite più di pancia che con la logica, le soluzioni di bombardare chiunque, di aprire o chiudere le frontiere, di emarginare o includere, di proteggere o reagire ai danni subiti, fanno seguito alle tragedie cui siamo purtroppo testimoni diretti ed interessati in quanto cittadini europei. La tematica è più complessa di quello che pensiamo e le soluzioni politiche ed etiche le lascio volentieri ai “Soloni” che affollano i nostri salotti televisivi e li riempiono di parole spesso poco costruttive, ma sempre più banali. Che le nostre vite siano cambiate, nessuno può metterlo in dubbio; che la nostra quotidianità sia costantemente minacciata neppure; ma le soluzioni politiche che il mondo occidentale propone molto spesso si sono limitate ad aumentare i danni rispetto a risolverli del tutto.

È lo sport che può cambiare il mondo. Non mi aggiungo né ho la presunzione di vincere il festival degli slogan e delle frasi fatte. Mi rifaccio saldamente a quello che la storia ha consegnato agli atti, molto spesso taciuti e censurati per perseguire questa o quella ideologia. In epoca in cui l’umanità sconvolta da interessi troppo grandi, troppo radicati, si rifiuta di credere che un percorso di pace sia possibile, in un’epoca in cui la dottrina religiosa di una delle tre grandi religioni monoteiste è cavalcata e piegata da assassini senza scrupolo, lo sport è l’unico strumento che offre le soluzioni per una convivenza universale di valori condivisi. Nessuna carta o dichiarazione ONU in cui si proclamano diritti di questo o quel soggetto può sostituire le regole del rispetto dell’avversario entro cui lo sport si muove. Non voglio minimamente asserire che le politiche perseguite dagli Stati siano inutili, o che nel mondo non ci sia più il bisogno di una sana diplomazia , anche se non mi vergogno di ammettere che lo penso, ma credo fermamente che nella complessità politica e ideologica del mondo di oggi solo la centralità dello sport possa far recuperare all’umanità quel barlume di visione comune, di identificarsi con l’obiettivo di un minimo comune denominatore di valori che fanno parte di qualsiasi individuo e che nel mondo “reale” nessuno si ostina a rispettare, come le atrocità del terrorismo ampiamente dimostrano.

La fratellanza dello sport non è un concetto di oggi; come dicevo poc’anzi nel corso del ‘900 numerose divergenze politiche sono state temporaneamente attenuate e superate dallo sport. Il calcio è riuscito ad unire addirittura Inglesi e Tedeschi durante la grande guerra. Due anni fa infatti, proprio in Belgio, è stato celebrato il centenario della “Tregua di Natale” del 1914. Per un giorno, i soldati dei due opposti schieramenti non si sono presi a colpi di fucile, ma hanno festeggiato insieme il Natale nella cosiddetta “terra di nessuno”. Intonando canti di Natale, scambiandosi perfino dei doni e concludendo il tutto con una partita di calcio terminata secondo le cronache dell’epoca 3-2 per i tedeschi. Fu una giornata storica e commovente che rischiò di essere messa nel dimenticatoio. Poche testimonianze furono raccolte di quell’evento nonostante le numerose foto e le lettere che partirono quel giorno per avvertire i parenti dell’accaduto. I vertici dei due eserciti non la presero bene. I soldati furono minacciati di corte marziale perché “in guerra non bisogna mai interrompere l’uccisione del nemico”. I soldati di entrambi i fronti furono spostati in altre trincee e sparpagliati per tutta Europa. La censura in vigore a quei tempi impedì che la solidarietà umana venisse a galla. Ma nulla può essere celato per tanto tempo. Il calcio è stato ad Ypres, quel Natale del 1914, il linguaggio di pace, seppur provvisoria non tra inglesi e tedeschi, ma tra Uomini. Gli stessi valori che nel mondiale 1998 hanno portato i giocatori di Usa e Iran, rivali sul campo di battaglia da decenni, a posare prima della gara per una foto storica scambiandosi fiori e gagliardetti. Il calcio come strumento di pace vede coinvolto al giorno d’oggi anche il Barcellona, la squadra di club più forte di questo decennio, impegnata recentemente in tour della pace soprattutto in medio Oriente. Ma non è solo il calcio a far riscoprire la bellezza della fratellanza umana. Di solito, sono state le olimpiadi il palcoscenico ideale per messaggi di pace, anzi di tregue portate dagli atleti e dalle delegazioni. Lo storico abbraccio durante le olimpiadi di Pechino del 2008 tra l’atleta russa vincitrice della medaglia d’argento al tiro a segno e la sua rivale georgiana (sul podio con la medaglia di bronzo) nonostante la guerra in Ossezia ha fatto il giro del mondo. Così come la sfilata delle delegazioni coreane sotto un’unica bandiera nelle olimpiadi di Sydney del 2000. Ma l’episodio emblematico dello sport che porta pace avvenne nel 1971 quando “il Ping pong ruppe il muro della diffidenza tra Cina e Stati Uniti”. Gli atleti americani mentre erano in Giappone accolsero l’invito della federazione cinese per una partita amichevole. Furono i primi americani ad entrare a Pechino dopo che Mao aveva preso il controllo del Paese. Quell’evento fu ribattezzato dai media come la diplomazia del Ping-Pong.

Del resto, laddove le regole del comune vivere civile attraverso la tolleranza e l’accettazione dell’identità culturale, sociale, religiosa dell’altro senza volerne il suo annientamento sono ben lontane dal realizzarsi a livello politico, dove il dialogo tra le religioni nonostante gli sforzi stia stentando a decollare, occorre necessariamente ricorrere a potenziare l’unico vero strumento di integrazione che coinvolge l’uomo: lo sport. Solo attraverso una sana propaganda della cultura dello sport che è universale per eccellenza, si potrà ripartire verso la consapevolezza che l’altro non è un nemico, ma un avversario, da rispettare. Perché nel campo non importa che tu sia bianco, nero, ebreo, musulmano, ricco o povero, nel campo si rispettano le regole perché tutti sono giocatori, atleti, uomini e donne. Non c’è prevaricazione ma sana competizione. Che è diverso.

blog comments powered by Disqus