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Football democracy

IMG_1888Questo inizio di settimana ha rovesciato alcune gerarchie del calcio. La nostra nazionale dopo 22 anni ha battuto la Spagna in gare ufficiali, esultano anche Cile e Islanda che sovvertono ogni pronostico e fanno piangere i “reali” del calcio

Finalmente ce l’abbiamo fatta! Dopo lunghissimi ventidue anni, la nostra nazionale è riuscita a superare la Spagna. Ne abbiamo prese tante in questi anni, nell’ultimo europeo abbiamo anche subito una pesante umiliazione in finale, ma stavolta no, stavolta ce l’abbiamo fatta! L’organizzazione, l’intelligenza tattica, il muoversi da squadra, hanno sopperito alla qualità e all’eleganza del gioco spagnolo, ieri mai pienamente efficace. Avevamo immaginato una partita in cui ci toccava soffrire per almeno 70 minuti; ci eravamo immaginati un possesso di palla e delle imbucate improvvise degne degli attacchi di un boa constrictor. Insomma, c’eravamo immaginati la solita Italia – Spagna e invece è accaduto tutto il contrario. Sì, c’è stata la sofferenza, è inevitabile quando ti trovi di fronte una squadra “reale” come i campioni d’Europa in carica. Una generazione che abbiamo proprio contribuito noi a far salire nell’Olimpo dei vincenti: non dimentichiamoci infatti che ad Euro 2008 (il primo titolo del ciclo spagnolo) siamo stati eliminati ai rigori e senza subire gol.

Dall’Italia all’Italia insomma, il ciclo reale del calcio spagnolo può dirsi davvero concluso? Oggi in Spagna i giornali non fanno altro che parlare di questo e come si può biasimarli. Eliminati dall’ultimo mondiale ai gironi e agli europei negli ottavi di finale. Purtroppo le troppe divisioni tra Barcelonisti e Madridisti, non hanno aiutato. La regale Spagna è stata abbattuta da un’Italia mai così “popolare”. Nessun nome di spicco, lo abbiamo evidenziato già da tempo, solo fame, cuore, e voglia di migliorare insieme. Un popolo azzurro alla riscossa con un condottiero che mai come ora può davvero essere considerato il miglior allenatore dell’Europeo. Non ha trascurato nessun dettaglio mister Conte; ha preso spunto dall’amichevole giocata questo inverno e ha analizzato video dopo video le incertezze e le criticità di una squadra spagnola troppo impegnata a specchiarsi. Il risultato di 2-0 ci va stretto. Potevamo chiudere la partita molto prima se solo avessimo avuto una lucidità sotto-porta maggiore. Ma non saremmo l’Italia del popolo se non sapessimo soffrire come si deve. Quel popolo rivoluzionario, quell’orda azzurra di 22 soldati pronti a scattare alle indicazioni del proprio comandante.

L’aristocrazia calcistica spagnola è caduta, ora sabato c’è la prova del nove: ci sono quei tedeschi campioni del mondo; quelli che sembrano tutto fuorché tedeschi nel modo di giocare. Semplicemente i più forti. Loro sì, sono la squadra Reale per eccellenza: siedono sul trono del mondo calcistico da 2 anni e non hanno minimamente intenzione di abbandonare la corsa per ambire a quello europeo. Nessuna paura trapela, però dalla nostra orda popolare. È una lotta di classe, e loro ne hanno di più. Ma lo spirito di questi ragazzi può fare la differenza come è stato nel caso dell’Islanda. Una nazione piccola, ricordata recentemente solo per le eruzioni vulcaniche che hanno bloccato i voli di mezza Europa. Loro sì, piccoli, pochi, ma non inadeguati, hanno schiantato la monarchia boriosa del calcio inglese. Non era neanche troppo difficile pronosticarlo. Sono anni che di aristocratico la nazionale ha solo i 3 leoni sul petto. Né il gioco, né soprattutto i risultati recenti, con il potenziale a disposizione che è florido in termini di età e qualità, danno adito a qualche alibi. Il tecnico avrebbe salvato la panchina solo in caso di accesso alla semi-finale. Ma se lasci un potenziale da 50 gol a stagione in panchina come Vardy e Kane (titolare spaesato solo ieri sera) è chiaro che fai fatica a segnare. È l’anno del pueblo e gli islandesi lo hanno capito subito. Basta essere un po’ disciplinati tatticamente e capitalizzare le poche occasioni che capitano.

Il sud America è la patria delle rivoluzioni romantiche, delle storie incredibili. E come sempre le accade ultimamente, è il continente che vede in anticipo come va il mondo rispetto agli altri. Almeno nel calcio è cosi. Già l’anno scorso, il Cile operaio ha battuto l’Argentina ai calci di rigore, mandando in delirio il popolo cileno e vincendo la coppa America in Patria. Quest’anno in occasione del centenario del trofeo, la finale e l’epilogo non sono cambiati. La scanzonata compagnia popolare cilena ha battuto e trafitto nell’orgoglio sua maestà del Football, Lionel Messi. Quarta finale giocata in carriera con la nazionale e quarta sconfitta. Una specie di talismano al contrario; forse troppo pesante la Dies dell’albiceleste. Troppo grandi i panni del “Leader Maximo” che solo Maradona è riuscito ad indossare. Troppo scomodo paragonarsi al più carismatico di tutti. Anche se sei Leo Messi e a 29 anni hai segnato più di 500 gol. E allora ecco che il monarca del calcio abdica dopo un’altra grande delusione: al termine della finale ha dichiarato di voler lasciare la seleccion “a quanto pare non fa per me”. Ho letto della solitudine dei grandi divi. Spesso ha portato anche a delle conseguenze tragiche. C’è chi per indole riesce a sopportarle; c’è chi per carattere spesso si ritrova a vestire panni che non gli appartengono. Lionel Messi è sicuramente il più grande giocatore dell’era contemporanea, lascio agli esperti il giudizio se sia il più forte di sempre o no. Quel che mi stupisce è che spesso, in questo mondo sportivo bislacco, paga di più non avere un fenomeno che avere in squadra con sé il più grande di tutti. Lo so, è un paradosso, ma l’inizio di questa settimana ci sta dicendo questo. A che giova avere un Rooney, un Kane, se poi un collettivo che si muove bene e tira 3 volte in porta fa 2 gol? A che giova la genialità di Iniesta e di Silva se poi in un contropiede perfetto un Pellè qualsiasi ti manda a casa? A che giova avere il più grande di tutti se lo si lascia sempre da solo a cantare e portare la croce? Il campo, fino ad ora, ha dato il suo verdetto. Provvisorio, ma chiaro.

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