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Conte, l’addio prima degli Europei. Il Chelsea nel suo futuro

ConteIl Commissario tecnico della nazionale italiana annuncia attraverso il proprio profilo Facebook di lasciare l’incarico al termine degli Europei di Francia del prossimo giugno

La voce era nell’aria da molto tempo. Quei chiari segnali inviati nelle conferenze stampa e nelle interviste durante il cammino dell’ultimo anno alla guida della nazionale, lasciavano presagire un epilogo simile: il cittì Antonio Conte è un animale da campo. Non è sufficiente per uno della sua personalità, che si nutre di stimoli quotidiani e che ha fatto del lavoro “martellante” (a detta di alcuni dei suoi giocatori), il proprio marchio di fabbrica per ottenere successi, allenare solamente una settimana ogni due mesi. Andare a vedere le partite, girare per tutti gli stadi d’Italia (anche se sarebbero indicati più dei Santuari per cercare quel talento che permetta di far brillare la sua nazionale) non lo diverte così tanto. Nelle lunghe invernate di campionato non ci sono squadre da rincorrere, avversari da battere, record da infrangere o coppe da vincere. Ci sono ogni tanto delle partite, poche, ma le coppe se le giocano gli altri. Per uno come Conte è insopportabile. Non è l’unico commissario tecnico che ha mostrato questa insofferenza. Anche il suo predecessore Cesare Prandelli dopo 4 anni intensi alla guida della Nazionale, nonostante un tristissimo epilogo, ha dovuto inseguire la sua voglia di campo. Mister Ranieri, durato poco più di 6 mesi sulla panchina della Grecia, con sole 4 partite disputate, aveva espresso la stessa mancanza. Ed eccolo lì, infatti, un anno dopo, che si gioca la Premier con il suo Leicester, autore (speriamo fortunato) di una delle favole romantiche più belle della storia del calcio moderno. Sarà un’abitudine tutta italiana, fatto sta che i nostri allenatori reclamano la quotidianità del campo come fossero dei tossicodipendenti.

Un post chiaro, tre frasi brevi, concise che vanno analizzate una per una. La prima: “In questo momento la nostra concentrazione massima è rivolta totalmente all’Europeo dove con il lavoro e il sacrificio cercheremo di sfruttare al meglio le nostre potenzialità. Chi mi conosce sa che il mio impegno sarà totale.” È il classico incipit di chi vuole mettere in guardia prima se stesso e poi i critici (che in Italia sono tanti) da ogni tipo di strumentalizzazione di un possibile fallimento della nazionale nella competizione europea. È una forma molto comunicativa ed educata per dire è vero, me ne vado, ma non vi preoccupate che faremo bene, l’impegno sarà massimo lo stesso; se dovessimo far male non provate a dire che è colpa del mio addio anticipato; ho premesso e ho scritto prima di ogni altra cosa che l’impegno sarà massimo! Se finisce male è perché siamo scarsi o qualcuno è più forte di noi. Che è un po’ come dicono a Roma “getto il sasso e nascondo la mano”.

Seconda frase: “Sento di dover tornare a far l’allenatore in un club avendo così la possibilità di allenare tutti i giorni“. Eccola esplicitata la missione intrinseca degli allenatori italiani di cui abbiamo parlato prima. Sente il Dovere di tornare ad allenare tutti i giorni. Non gli basta più selezionare i giocatori per poche partite all’anno. C’è l’esigenza del contatto quotidiano con una squadra, di sposarne gli obiettivi, le ambizioni, di condurre un gruppo dal ritiro di luglio fino alla cena di fine stagione di maggio.

E poi il ringraziamento al proprio datore di lavoro, il Presidente Tavecchio, per chiudere in bellezza e per dire: siamo amici lo stesso, so che mi vuoi qui a tutti i costi, andiamo a provare a fare qualcosa di buono all’Europeo e poi lasciami inseguire la mia Vocazione, perché di questo si parla.

La parafrasi del post di Conte ci serve a far capire quanto possano essere pericolose e dannose le scelte avventate di un mister nei confronti di una squadra, in questo caso della squadra di tutti gli italiani. Non c’è dubbio che il percorso di vita professionale e umana ognuno debba gestirselo come vuole, per chi ne abbia la possibilità ovviamente come coloro che orbitano nel mondo del calcio, ma di ogni scelta bisogna pagarne le conseguenze ed assumersi le responsabilità. Non credo che Conte non sapesse che in nazionale non avrebbe allenato tutti i giorni, prima di accettare l’incarico. E se ripercorriamo come l’allenatore pugliese è arrivato ad allenare l’Italia, dopo le dimissioni con la Juventus e l’attesa di una chiamata da una big europea che non è arrivata, non stupisce la scelta di rinunciare a quella che comunque rimane la panchina più prestigiosa e più difficile del nostro calcio. Le ripetute frecciatine sul corso di inglese che sta frequentando, le non tanto celate nostalgie per le partite di Champions, le proposte di rinnovo rifiutate dopo aver ottenuto la matematica qualificazione agli europei hanno contribuito a preparare il terreno a questo annuncio. Ma siccome sono sciagurato, e non maligno, non credo che tutto fosse premeditato nell’attesa della famosa chiamata dalla Premier, che pare ci sia stata, da Londra sponda Chelsea. I risultati raggiunti dalla Nazionale sotto la guida di Conte sono ottimi fino a questo momento considerando che il capitale umano a disposizione è veramente poco e non si fa fatica a credere che l’impegno sarà massimo anche nell’Europeo. Ma l’Italia si sa è il paese in cui su 56 milioni di abitanti, 52 allenano la nazionale. Sono tutti pronti a far giocare questo o quell’altro, a criticare quando perdi e ad esaltarsi quando vinci. La scelta azzardata di aver dato un annuncio di fine rapporto prima che tutto ciò accada, può essere un’arma a doppio taglio. Non abbiamo un’opinione pubblica formata sul tema “addii prima che finisca la stagione”, non abbiamo neanche dei giocatori formati per mancanza di esperienze precedenti. È un meccanismo tutto estero quello di annunciare la fine di un rapporto con una società prima che termini la stagione. È accaduto già con Guardiola attuale allenatore del Bayern Monaco che da luglio andrà al Manchester City mentre Carlo Ancelotti prenderà il suo posto. Il Bayern non ebbe contraccolpi in termini di risultati quando fece lo stesso annuncio nel 2013 a scapito di Jupp Heynckes che riuscì lo stesso ad ottenere il triplete in quella stagione.

In Italia, l’unico annuncio di un addio fu nella stagione 2007-2008 nell’Inter quando Roberto Mancini al termine di un ottavo di finale di Champions che vide i nerazzurri soccombere contro il Liverpool, si presentò in conferenza stampa e annunciò di voler lasciare l’incarico portando comunque la stagione al termine. Bene, quell’annuncio stava per costare lo scudetto all’Inter che subì sino all’ultima giornata la rimonta di una Roma affamata fino a quando Ibra non decise che lo scudetto doveva rimanere sotto la Madonnina. Un precedente pericoloso quindi che non lascia ben sperare. Certo è che il mondo va avanti anche se la mentalità calcistica italiana tarda ad avvicinarsi a quella europea. C’è un sentimento di tifo molto diverso, molto meno distaccato, facilmente urticante e per questo la scelta di Conte può rivelarsi controproducente per gli stessi giocatori che sceglierà di portare in Francia. Che credibilità può avere agli occhi di un gruppo un allenatore che comunque vada non pagherà con l’esonero i risultati negativi perché ha già scelto di andarsene? Certo, c’è la professionalità e il contratto da onorare, ma i meccanismi psicologici di una squadra seguono un andamento diverso. Lippi sapeva che sarebbe andato via dopo il mondiale. Mal digeriva i fiumi di inchiostro versati contro suo figlio e contro di lui per il possibile coinvolgimento nella vicenda di Calciopoli. Aspettò però il 9 Luglio 2006 dopo che capitan Cannavaro alzò la coppa, per dire addio alla nazionale. Questione di scelte, di sentimenti e di vocazione. Mister Conte non è riuscito ad aspettare. Speriamo che capitan Buffon a Saint Denis il 10 Luglio la coppa la alzi lo stesso. L’impegno sarà massimo, no?

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