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Stress lavoro-correlato, technostress e smart working: la parola all’esperta

di Francesco Lioi*

 

È ormai trascorso un anno dall’emanazione del decreto “#iorestoacasa” e dall’utilizzo dello “Smart Working” per limitare i contagi in piena emergenza da coronavirus. Ma cosa sappiamo e cosa abbiamo imparato a proposito? L’Italia è pronta ad attuare questa riorganizzazione lavorativa?

Per affrontare il tema ho interpellato Isabella Corradini, psicologa sociale e del lavoro, esperta di rischi psicosociali e benessere sul lavoro, oltre che di tecnologie digitali, e direttrice scientifica del Centro Ricerche Themis.

 

Smart Working

 

Come definirebbe l’esperienza di Smart Working degli italiani durante il lockdown?

«La modalità lavorativa utilizzata durante il lockdown è stata definita come smart working, ma nella pratica non lo è stata affatto in molti casi, poiché il fatto di “lavorare da casa” non definisce per sé il concetto di smart working. Per molti si è trattato di telelavoro, di home working, ma l’espressione smart working è entrata ormai nell’uso comune; pertanto chiunque si trovi a lavorare da casa e utilizzi tecnologie digitali si riconosce in questa modalità di lavoro».

Quindi, nella realtà, cos’è lo Smart Working?

«Lo smart working (o lavoro agile) è un approccio organizzativo che trova il suo elemento distintivo nella flessibilità – sia temporale che spaziale – grazie all’impiego di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Ma non solo: i termini che meglio definiscono il lavoro agile sono autonomia, responsabilizzazione, conciliazione vita privata-lavoro, produttività, organizzazione per obiettivi. Sicuramente un’opportunità da sfruttare per molte imprese e lavoratori che però, per essere efficace, richiede un’adeguata progettazione a monte, pena il rischio di avere effetti negativi, in particolare per per la salute del lavoratore».

Quali ritiene siano gli aspetti positivi e quali negativi di questo approccio organizzativo?

«Tra gli aspetti positivi ci sono sicuramente la flessibilità, la personalizzazione del lavoro, la riduzione degli spostamenti che portano ad una conseguente ottimizzazione del tempo. L’autonomia nella gestione dei tempi di lavoro può avere risvolti positivi su altre situazioni, per chi deve prendersi cura di genitori anziani e può così meglio organizzare il proprio tempo.

C’è però un punto sul quale occorre fare chiarezza. Lo smart working, in teoria, proprio per il concetto di flessibilità, dovrebbe favorire un maggior equilibrio lavoro-vita privata (il cosiddetto work life-balance), ma purtroppo nella realtà le cose sono ben diverse. Per le donne che lavorano da casa, ad esempio, se non sussistono le giuste condizioni, il rischio è di essere perfino penalizzate e vivere in una gabbia isolante dove impegni familiari e lavorativi si fondono con effetti stressanti. Purtroppo conviviamo ancora con lo stereotipo che vede la donna ancorata alla sola gestione domestica.

Tra gli aspetti negativi non sottovaluterei dal punto di vista psicologico l’isolamento sociale. È vero che attraverso le varie piattaforme possiamo collegarci con amici e colleghi, ma stiamo sempre più perdendo sane e piacevoli abitudini umane, come la pausa caffè condivisa con gli altri, che sono momenti di svago ma anche di relazione, aspetti importantissimi sotto il profilo psicologico.

C’è inoltre il rischio di sovraccarico di lavoro con conseguente stress. Spesso, infatti, i lavoratori restano collegati al network aziendale oltre l’orario previsto senza le necessarie pause. Aggiungiamo anche le frequenti interruzioni al processo lavorativo prodotte dall’uso di altri strumenti tecnologici e applicazioni (come messaggi e-mail, whatsapp, ecc.). La ricerca chiarirà molti degli aspetti discussi».

Visto l’uso costante di tecnologie sul lavoro, si può parlare di technostress?

«Lo stare continuamente connessi al mondo ci porta a non separare nettamente il tempo di lavoro da quello privato, mescolando i due ambiti. La dilatazione dei tempi di lavoro, il sovraccarico cognitivo determinato da una quantità sempre più ampia di informazioni da gestire tramite le tecnologie ICT, la necessità di aggiornarsi per usare tecnologie sempre nuove: questi sono solo alcuni elementi che ben inquadrano il fenomeno del technostress. In tempi non sospetti – nel 2008 – pubblicai un testo sul technostress nel quale anticipavo queste problematiche. Ora il testo non è più disponibile, ma ho aggiornato le mie attività di ricerca in altri elaborati (es. Corradini, Lambertucci: Lo stress nei luoghi di lavoro. Profili psicologici, metodologici e di misurazione, 2018) evidenziando come il concetto di technostress si è evoluto. Si è passati dal considerarlo in termini di incapacità di coabitare con le nuove tecnologie, negli anni Ottanta, ad un concetto più ampio che si concentra più sugli effetti derivanti dall’interazione tra individuo e le diverse tecnologie, considerando non solo i computer ma anche gli smartphone, i tablet e via dicendo».

 

smart working

Quindi oggi il concetto di stress da lavoro-correlato è cambiato?

«Oggi stiamo vivendo un periodo di profondi cambiamenti, non solo dal punto di vista lavorativo. Per questo l’attenzione al tema del benessere deve essere prioritario. Considerato che ormai la componente tecnologica è parte integrante di qualsiasi organizzazione, bisogna approfondire il tema dello stress e del benessere alla luce di questi cambiamenti. In tal senso, il coinvolgimento di figure in grado di leggere le organizzazioni e tenere conto delle varie dinamiche organizzative è essenziale. Così, ad esempio, per lo stress lavoro-correlato, ai fini di un’adeguata valutazione del rischio (richiamato dal D.Lgs. 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, art. 28), ritengo sia necessario il coinvolgimento di uno psicologo (preferibilmente del lavoro o comunque esperto in materia di rischi psicosociali).

Proprio in relazione allo smart working, dal mio punto di vista è opportuno approfondire e rivedere i fattori di rischio stress, così come le metodologie impiegate per la loro valutazione. Modelli e check list fino ad oggi impiegati non rispondono più alle attuali esigenze. Prima di tutto perché è proprio il concetto di luogo di lavoro ad essere cambiato, non essendo più un ambiente fisico delimitato: prima ci si recava al lavoro in un modo o nell’altro, oggi si accende il pc e siamo “al lavoro”».

Alla luce di questi cambiamenti come inquadrerebbe la figura dello psicologo?

«Come dicevo prima, oggi più che mai tale figura è necessaria per rileggere i contesti di lavoro. Partendo dalla valutazione del rischio di stress da lavoro-correlato, fino all’individuazione di misure di intervento, lo psicologo è in grado di dare un notevole contributo nel campo della prevenzione, aiutando sia aziende che lavoratori. Per quanto poi riguarda lo smart working, un intervento importante è quello formativo, perché non tutti sono consapevoli dei profondi cambiamenti in atto e delle strategie necessarie ad affrontarli. Senza contare che lo psicologo può impiegare pratiche efficaci alla gestione dello stress, come ad esempio la Mindfulness che, favorendo lo sviluppo di una maggiore consapevolezza dello stress, ne favorisce la gestione».

In conclusione, crede che l’Italia sia pronta ad attuare lo Smart Working?

«È sulla buona strada, ma c’è ancora molto da fare. Prima di tutto occorre un cambiamento culturale. Ad esempio, per l’efficacia dello smart working, management e lavoratori devono sviluppare un rapporto di fiducia, superando logiche del controllo, e puntare al raggiungimento degli obiettivi facendo leva sulla flessibilità e sulla responsabilizzazione. Necessitiamo ancora di una regolamentazione chiara su diversi aspetti, nonostante la normativa 81/2017 sul lavoro agile, ma il punto chiave resta l’adeguata progettazione dello smart working per una sua efficace adozione. Ritengo infine che sempre più ci sarà bisogno di una visione multidisciplinare su questi temi nel prossimo futuro».

 

*Laureando in Scienze e tecniche Psicologiche presso l’Universitas Mercatorum

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