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Discorrendo su quella «fragile ninfa» che è la poesia: intervista a Franco Piol

Una chiave e una matita.

Scivola la matita

a disegnar la chiave

della mia presenza.

Dalla mano ha preso il volo

la colomba bianca.

Eserciti avanzano in righe

sempre più copiose,

smarrendosi in una remota ebbrezza.

 

10841171_10204447390337933_2109253099_nA darci l’esatta idea del nostro essere, il giusto punto di vista sulla società contemporanea, a farci rivivere le riflessioni più acute che la letteratura passata ha saputo donarci, spesso, non è la misura lunga della narrazione romanzesca, bensì la brachilogica icasticità dei versi di una poesia. Tutto questo e molto altro possono la sapienza e la freschezza poetica di Franco Piol, aedo lirico fin dalla più tenera età, ma che ha deciso di dare in visione le proprie creature poetiche solamente di recente, raggruppandole nel volume Poetesie in concerto, pubblicato nel corso del 2013.

In Poetesie in concerto l’efficacia iconografica e immaginativa si abbina ad una profondità meditativa che costringe il lettore ad interrogare il mondo ed interrogare sé stesso. Se in taluni componimenti predomina il fascino panico della natura – misticamente inviolabile eppure troppe volte profanato dall’uomo, antropomorficamente comunicante con la vera essenza dell’io, che ne viene quindi invaso –, in talaltri lo scandaglio del sé – implacabilmente sincero, ben lontano dalle mistificazione della persona a cui oggi siamo abituati – prende il sopravvento, sollevando questioni tanto universali quanto intimamente sentite da ognuno di noi. Il periodo fanciullesco fa da cornice alla raccolta, portando alla ribalta luoghi, persone e sensazioni legate all’infanzia del poeta, dotando i suoi versi di una quasi impercettibile levità, ottimo antidoto per analizzare la realtà evitando di rimanerne bruciati.

In definitiva, potremmo affermare – senza tema di essere smentiti – che leggendo i versi di Franco Piol la nostra anima subisce il medesimo, fascinatorio incantesimo che l’autore raffigura nella lirica Quei boschi…, dove la sua poesia può essere accostata a «Una lontana voce [che] scuote col suo canto / i teneri arbusti mossi / come piccoli lobi in ascolto». E in suo ascolto siamo stati per quasi un’ora, ospiti nella sua accogliente dimora, dopo avergli posto alcune delle innumerevoli domande che quel limpido labirinto di Poetesie in concerto è in grado di sollevare.

 

Lo scorso anno hai dato alle stampe una silloge lirica dal titolo Poetesie in concerto, immettendo nel panorama della letteratura italiana questo particolare neologismo. Ci racconti la genesi del titolo?

Frequentavo dei corsi di Elio Pagliarani e  si era stabilità anche una rispettosa amicizia tra di noi; nel frattempo scrivevo poesie e le andavo raccogliendo in una cartella dal titolo Le cento poesie. Quando mi presentai da lui, portandone con me quattro o cinque, gli dissi: «Ti do in lettura alcune mie poetesie», un’invenzione linguistica che voleva rappresentare una mistione tra prose poetiche, pretese di poesia ecc. Pagliarani ne fu entusiasta e mi fece promettere che, se mai le avessi pubblicate, avrei dovuto conservare la dicitura Poetesie. In omaggio a lui – che nel frattempo è deceduto – ho mantenuto la promessa.

 

Il volume unisce insieme cinque raccolte poetiche, da te composte tra il ’58 e il ’67. Perché hai deciso di pubblicarle a così tanti anni di distanza? Hai scritto altre poesie in seguito?

La mia attività culturale non si è soffermata mai principalmente sulla poesia, anche se in effetti le prime cose che ho iniziato a comporre erano proprio poesie: a cinque anni mia zia Maria mi aveva già insegnato a leggere e scrivere, e io scrivevo poesie (mi ricordo vagamente un mio poema dal titolo Per la rosa). Questa mia caratteristica si è protratta anche negli anni di collegio, ma la mia più grande passione era il teatro, e proprio in collegio mi era stato affidato – quando avevo otto anni – il teatro delle suore, le quali mi davano carta bianca sugli spettacoli da portare in scena a fine anno scolastico. Il secondo anno ho voluto rivoluzionare la consuetudine vigente, scrivendo una pièce tutta mia, La pietra rossa: una storia scandalistica in cui un prete rubava una pietra rossa dal tabernacolo, affibbiando il furto ad un ladruncolo di zona. Parlar di un prete mascalzone in un collegio di suore era da dissidente: lo sono sempre stato. Poi, nel ’68, ho scritto addirittura uno spettacolo in versi, Resistenza: ieri e oggi, dove, per contrastare un po’ il rigurgito fascista di quegli anni, raccontavo la storia di un mio zio, partigiano più per paura di essere ucciso che per convinzione. Poco dopo ho intrapreso un’esperienza di venticinque anni nel teatro per bambini, fondando il “Gruppo del sole”. Il materiale poetico, quindi, si accumulava negli anni, ma l’attività principale era quella teatrale.

 

copUna caratteristica importante della tua opera è l’unione tra parola scritta e disegno, tanto che la raccolta accoglie tuoi carboncini ed inchiostri. Disegno e poesie sono nati insieme? C’è un collegamento tra quanto tratteggi e quanto esprimi in versi?

Io sono un grande amante del cinema, a tre anni mia madre già mi ci portava: sono stato molto condizionato dalle immagini. Inoltre ho una spiccata capacità di costruire storie attraverso le immagini, immagini che sono mie e che poi ritornano per essere unite, colorate, per farle volare. La parola scritta è musica nell’immagine. Non a caso hanno detto di me che sono un poeta visivo. Quindi la parola poeta non è riferibile, nel mio caso, solo alla produzione scritta su carta: ad esempio nel mio teatro c’è sempre un’aura poetica, fiabesca. Non c’è un confine alla poesia.

 

In diverse poesie mi è sembrato di riconoscere tratti baudelairiani. In Cercando amore, ad esempio, troviamo un gabbiano con l’ala spezzata che ricorda molto l’albatros della poesia omonima del francese, mentre in Neri pensieri gli stessi vengono rappresentati come un esercito in battaglia, così come nel quarto Spleen Baudelaire aveva rappresentato l’Angoscia in veste di conquistatore che issa la sua bandiera sul cranio dell’io.

Hai letto bene, Baudelaire c’è, perché la poesia francese è stata una delle prime alla quale mi sono accostato. Ci andavo pazzo, per Baudelaire in particolare. Ma le mie sono citazioni metabolizzate, che io non riesco neanche a riconoscere. Nelle mie poesie alcuni vi hanno trovato tracce di Pascoli. Pascoli l’ho amato, anche se poi mi sono sentito un po’ tradito da lui. Amavo anche Leopardi. Loro ci sono senz’altro nelle mie poesie.

 

Parlando di riferimenti a Leopardi, mi ha colpito soprattutto la lirica Passando per Conegliano, in cui la riflessione sul tempo che scorre mi ha ricordato Il sabato del villaggio del recanatese. Descrivi un paese contadino piagato dalla miseria e immerso in un tempo circolare, in un eterno ritorno dell’uguale dove i giovani sono costretti ad emigrare per sopravvivere.

A Conegliano ho visto il passaggio da una civiltà contadina ad una condizione primordialmente industriale, senza che vi fossero stadi intermedi: una trasformazione traumatica. I figli – miei coetanei – dei contadini, per sfuggire alla povertà, andavano a fare gli operai nelle fabbriche che stavano sorgendo. C’è stata una frattura generazionale forte. In Passando per Conegliano ho voluto raccontare tutto questo, la trasformazione sociale e antropologica profonda avvenuta nel giro di quindici anni.

 

Una protagonista dei tuoi versi è senz’altro la natura. In alcuni componimenti si scorge quasi una polemica ecologica (penso ad esempio alla lirica Il vecchio ponte) che ricorda l’attività poetica di Zanzotto.

Ho conosciuto Zanzotto e confermo l’intento contrastivo: il ponte di cui parlo nella lirica era stato costruito sul fiume Monticano, che attraversa Conegliano. Poi c’è stata un’esondazione ed il ponte è stato abbattuto, anche perché la città si stava espandendo e serviva altro per collegare le varie periferie. Ho scritto quei versi poiché, da un giorno a l’altro, il ponte era sparito, e la cosa mi aveva colpito molto. La poesia comunque prefigura anche altre cose, ad esempio la comunicazione, il collegamento tra persone, la solidarietà: tutte cose che sono sparite insieme a quel ponte.

Mi sembra di notare un tratto allucinatorio, metamorfico ed espressionistico nei tuoi disegni, e del resto le tue poesie sono tutt’altro che autoevidenti, sfidano anzi il lettore a carpirne il senso profondo. Mentre componevi i tuoi versi avevi un intento poetico preciso?

No, non lo avevo. Quello che mi premeva veniva perché era stato sollecitato da una formazione che si stava sempre di più affermando. Ovviamente le motivazioni contingenti per scrivere dei versi c’erano sempre, però poi dopo non subentrava uno studio preciso. Avvertivo un’effervescenza spontanea a scrivere, una specie di gettito. Prendendo gli originali delle poesie, si vede che non sono quasi mai ritornato sopra la prima stesura; del resto non avevo l’obiettivo di pubblicare i miei versi, si trattava più che altro di un mio diario personale, un diario della mia anima. Dopo, quando a distanza di anni li ho ripresi in mano, è iniziato lo studio.

 

Ho interpretato la poesia Giù per le campagne come una lirica metadiscorsiva, che vuole fare un discorso proprio sulla poesia e sulla sua funzione. In particolare dici: «Scivola la matita / a disegnar la chiave / della mia presenza». A cosa ti serve la poesia?

La funzione è quella di trovare un linguaggio che possa comprendere tutti. Se la poesia è fruibile da tutti, a prescindere dal censo di ognuno, allora questo linguaggio diventa universale, avvicinandosi alla musica – che è per sua natura intraducibile. L’intraducibilità lascia libertà di emozioni: quando qualcuno legge una mia poesia, non sono più io il poeta, divento semplicemente il tramite, perché la poesia è dentro di chi la legge e si emoziona leggendo. E se io chiedessi al lettore quale emozione abbia provato, sarebbe sicuramente diversa da quella che ho provato io nel comporre. La poesia dà una libertà enorme, che è in grado di riscattarci, che ci fa volare.

 

Quali saranno i tuoi prossimi lavori? Sono legati alla poesia?

Per me la poesia non è un mestiere, non la programmo, cosa che forse invece posso fare con la scrittura in prosa – ovviamente senza forzarmi mai. Compongo ogni tanto qualche poesia, ma senza avere una finalità precisa. Ultimamente ho lavorato a dei racconti per Fabio Croce Editore, l’ultimo – dal titolo N. N. Ninna Nanna – uscirà a breve, inserito nell’antologia AAA Cercasi Babbo Natale disperatamente, che sarà presentata il 14 dicembre a Roma.

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