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«Bellezza è ogni cosa»: la fototerapia di EmmE

Marinella Ciancia: un’artista che ha fatto della fototerapia la sua missione. In questa intervista ci racconta le donne, e anche un po’ sé stessa

«Io non sono una fotografa, i fotografi fanno foto.
Semplice.
Io racconto, un po’ di quello che mi dite, un po’di quello che mi nascondete.
Scavo, affronto barriere invisibili di diffidenza, insicurezza e imbarazzo, e vi vengo a cercare.
Senza colpo ferire, ogni volta, tutte le volte, vi trovo.
Io non sono una fotografa.
Io sono Emme. Tutto qui».

EmmE è  una giovane donna con un dono senza tempo. È l’Eva primordiale che ha sfidato la datità, le convenzioni, la perfezione. È lo sguardo mai stanco di chi sa indagare gli strati delle cose, l’esperienza, il dolore della realtà. È la curiosità e l’esigenza di scoprire, è la grazia di chi ama la bellezza sopra ogni cosa, è il culto dell’eleganza al di là di ogni canone. È una moderna Saffo che insegna alle donne il rispetto per sé stesse e per i racconti che custodiscono dentro.

fototerapia

EmmE è il nome d’arte di Marinella Ciancia e Marinella è il volume de Il maestro e Margherita che si porta dietro, la continua sveglia sul suo cellulare che, col suono delle onde del mare, le ricorda di bere e l’inaspettata gentilezza di una quasi sconosciuta che in un luglio torrido, preoccupata, ti tartassa di chiamate finché non ti vede arrivare in stazione.

Ci siamo conosciute un anno e mezzo fa, lei aveva i capelli arruffati e tutto il sorriso del sud, la fretta lasciatale addosso da un treno arrivato in ritardo e la scompostezza composta di uno degli sguardi più intensi e profondi che io abbia mai visto. Io ero seduta su una panca, in un angusto corridoio di università, con un paio di occhiaie scure indossate come il più particolare degli accessori. «Ti insegno un trucco: per ogni autore memorizza tre particolari, tre soltanto. Bastano quelli». Ha esordito così, Marinella, e mi ha offerto la sua gioia senza risparmiarsi. Io le ho detto che non so ripetere, che non lo faccio mai, e che ero troppo stanca – avevo viaggiato anche io la notte precedente –  per ricordare. E lei mi ha risposto che invece ero bellissima e che se avesse avuto dietro la sua macchina fotografica me l’avrebbe dimostrato.

 «Io non sono fotogenica»

 «Certo, dite tutte così»

E poi mi ha raccontato la sua storia, riassunto di tutte le storie che scrive insieme alle donne bellissime che non si vedono tali. Poco trucco, zero ritocchi e tanto, tanto cuore. E noi, insieme, oggi quella storia la raccontiamo a voi.

 

 

Partiamo dal principio: come nasce in te la passione per la fotografia? Ci racconti il tuo primo incontro con l’obbiettivo?

A dirla tutta, la mia non è veramente una passione per la fotografia, è più una passione per i volti, e quella l’ho da sempre; ma la prima volta che ho avuto una reflex in mano la ricordo: mi ricordo che fotografai degli orecchini e poi pensai «che brutti, come diavolo sono venuti brutti».

 

Oggi la passione è diventata una missione: mostrare agli altri ciò che non riescono a vedere (mi viene in mente Renato Zero quando canta Nei giardini che nessuno sa: «ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi»). Ci spieghi meglio in cosa consiste la tua fototerapia? Come la metti in atto?

Hai citato uno dei miei testi preferiti, posso continuare a cantare? No, eh…lo sospettavo.
La mia fototerapia è un’interazione; non so se riesco a spiegarla chiaramente, però ci provo. 
All’inizio sono solo due donne che s’incontrano (io e il soggetto fotografato), e quest’incontro è sempre diverso perché la variante caratteriale ha un raggio vastissimo: c’è chi mi sfida (più o meno apertamente), chi è terrorizzata, chi sa già che andrà male (e si sbaglia modestamente ogni volta), chi la prende come un gioco e cerca di attribuirgli poca importanza. La lettura caratteriale è il momento più complicato: per spogliare una donna dal suo volto più rigido, e quindi dal suo aspetto meno fotogenico, devo conquistare la sua fiducia. Di solito ho poche mosse, pochissime. Perché la ragazza che viene da me per farsi “trovare” sta cercando di nascondere un problema con sé stessa, prima ai suoi occhi e poi ai miei. Trovare quel punto debole per dire «guarda che non è realmente un ostacolo come credi tu», è la porta. Farle capire che non la giudichi, che la comprendi, che puoi mostrare un’altra donna oltre all’antipatica versione di sé stessa che si maltratta costantemente, è il resto del lavoro.

 

Oltre l’hobby, oltre il lavoro – tanto che ti definisci «una specie di fotografa» – hai sempre parlato dell’arte dell’immortalare le emozioni come di una tua cura personale. Vuol dire, forse, che in ogni scatto metti a nudo prima te stessa?

Certo, io sono la peggiore di tutte le mie modelle. La prima persona che sto cercando di convincere affinché creda che esistano altri occhi, altre opinioni non crudeli come le proprie, sono io. La più testarda di tutte.

 

Qual è, invece, il segreto per svelare l’essenza profonda delle persone che ti si pongono di fronte?

Non te lo dico. 

 

I soggetti delle tue fotografie sono principalmente le donne; come mai? È solo una scelta stilistica o c’è anche una motivazione più profonda?

Riesci ad immaginare cosa possa succedere a una donna eterosessuale che dice ad un uomo «guarda che sei più bello di quanto credi»? Le possibilità non sono poi molte, fai un po’ tu.

 

Sei una donna che ama visceralmente le donne. Non è una cosa scontata, e neppure semplice da fare: per nutrire questo sentimento sincero è necessario accettare, una volta per tutte, che le donne sono esseri diversi. E bisogna saper vedere, in questa complessa diversità, tutta la ricchezza che ci è stata data in dono, tutta la bellezza che vive nelle differenze. Perché se è vero che non si può prescindere dalla parità – sociale, politica, economica, culturale – dei sessi, certo non si può negare che quello delle donne è un universo pulsante di sensibilità sconosciute agli uomini. È un mondo fatto di storie di madri e figlie, di cicli mestruali e ormoni impazziti, di lacrime inspiegabili, di insicurezze mai capite. Come riesci a scavare dentro queste storie senza farti sopraffare da tanta intensità?

È questa l’arte, sono tutte queste varianti che creano la magia. Ogni donna è incredibilmente uguale all’altra e contemporaneamente completamente diversa. In questo caos di ossa e cuori infranti, di sfumature che a volte sembrano venire da un altro universo, ci sono le mille storie dai mille volti che io cerco per collezionare. Io mi lascio sopraffare, diversamente non incontrerei nessuno, non potrei né guardare, né vedere.

 

«La bellezza salverà il mondo», scriveva Dostoevskij, e tu sembri aver fondato la tua vita, il tuo mestiere, su questa citazione. Rendi la bellezza palpabile, visibile, la scovi quando si nasconde, la proteggi quando è indifesa e ricordi a tutti di come faccia rima con la verità. Ci spieghi, dipingendola a parole, che cos’è per te la bellezza?

Ogni cosa.

 

Cosa diresti, tu che hai il potere magico di infondere autostima, a chi crede di non essere mai abbastanza?  Che scatto gli ruberesti per dimostrargli tutta la sua unicità?

Non posso rispondere a questa domanda, ma posso dire una banalità. Ricordate quando completamente rabbuiate vi ripetete «non sono come le altre»? Esatto. E meno male.

 

“I volti” sono il tema della tua prossima esposizione, che si terrà a Roma, presso il Dopotutto, a partire dal 15 settembre. Quanto lavoro c’è dietro questa mostra? Come si è sviluppata l’idea?

Dietro una mostra c’è un mostro, mia cara, un mostro di stress, e non ti tedio con il resto della vicenda; ma ti rispondo alla seconda domanda più volentieri. Sto raccogliendo fotoricordi delle opere d’arte che incontro sulla mia strada: la cosa fa bene a me, perché mi arricchisco del racconto di altre donne con le mie stesse fragilità e mi sento così meno sola,  e a loro, che hanno la possibilità, per la prima volta, di vedersi con altri occhi. Alla fine la fotografia non è il momento più alto della mia passione, è solo il souvenir.

 

Qual è, solitamente, il particolare che più ti colpisce in un volto? Dove emerge, a tuo giudizio, la più pura espressività?

Il particolare che mi colpisce di più? Il naso. Un donna con un naso importante ha un fascino diverso, complicato, una cuccagna di espressioni possibili.

Lo sappiamo tutti che abbiamo l’anima negli occhi.

 

E gli occhi di Marinella, l’ho detto, sono tra i più belli che io abbia mai visto.

11952680_947124658684994_2770974836621459623_o“I volti”

Mostra fotografica di Emme

dal 15 settembre al 15 ottobre 2015

Dopotutto, Via Dei Castani 284, Roma

Qui il portfolio Vogue di Marinella Ciancia

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