Fotoreportage

Al Northside Festival, senza spendere nulla

Foto di Edoardo Federici

Musica, giovani dentro o fuori, molta birra. È una ricetta semplice, sempre efficace, che torna d’attualità ogniqualvolta le calde temperature estive rendono godibili vaste zone verdi o boscose, o stadi che sostituiscono scomodi palazzetti claustrofobici

festival

di Edoardo Federici

È il tempo dei concerti, dei grandi festival sparsi per l’Europa, meta e premio per moltissimi affezionati, dopo la stagione dello studio e del lavoro.

Dall’Italia, a quelli a cui più siamo abituati o spesso frequentatori (il Rock in Roma nella capitale – o di minori a Villa Ada, Parco Sempione -, lo Sherwood Festival a Padova, il Pistoia Blues, Ferrara sotto le Stelle, e molti altri), ai famosi Primavera Sound a Barcellona, Glanstonbury Festival in Inghilterra, fino al Rock am Ring in Germania, lo Sziget Festival nel bel mezzo del Danubio a Budapest, solo per citarne alcuni.

Ma caso e virtù han voluto, per noi quest’anno, di trovarsi nella ridente cittadina di Aarhus, in Danimarca. Esatto, non così vicini a Copenaghen, dove nelle vicinanze a poche settimane di distanza si è svolto il Roskilde Festival, tra i più antichi e grandi d’Europa. Ma al Northside Festival, precisamente il 17-18-19 giugno. Un festival giovane, attivo dal 2010, che quest’anno ha visto solcare i tre palchi dell’area da artisti del calibro dei Sigur Ros, Iggy Pop, The Chemical Brothers, Damien Rice, Deftones, Duran Duran, WIlco, Caribou, Beck, e molti altri.
Un festival, per noi quest’anno, quasi completamente a costo zero. Ora vi diciamo come.

Vivere in Danimarca, seppur per poco tempo, ha i suoi pregi e i suoi difetti. Se tra gli ultimi un meridionale d’Europa può annoverare la cucina e il meteo, è doveroso dare ampio spazio ai pregi: cordialità, fiducia, valorizzazione delle personali abilità, e non ultima, funzionalità ed efficacia organizzativa. Prima ancora di elogiare o perpetuare luoghi comuni classici della vita all’estero, ricordiamoci che parliamo di una nazione ai limiti nordici dell’Europa, con poco più di 5 milioni di cittadini, senza condividere una comune moneta come l’euro – solo per dirne poche. Ogni comparazione col Belpaese non renderebbe merito ad una benché minima base di logica, ancor meno a rapidi calcoli di politica pubblica o economica, che lasciamo volentieri (dico davvero sul serio) alla competenza dei nostri bar e dei loro abili frequentatori.

Superata dunque questa tentazione, sorge una curiosità: come può comportarsi un fuorisede italico, talvolta intraprendente, in un tale regime legale? Soprattutto, senza eccedere o abusare di quella che a tutti gli effetti può essere gentilezza, ma volgendo a propria utilità questi strumenti a disposizione? Ancora, come poter vedere una tre-giorni di festival dalla line-up succulenta senza pagare un equivalente di quasi 200 euro in corone danesi? Semplice: entrare come volontari, lavorare durante o dopo i giorni del festival, e godere ugualmente dei benefici. Alternativa: un apprendista giornalista con un complice fotografo, o sedicenti tali, possono senza troppe remore fare richiesta per un accredito stampa. Entrambe soluzioni gratuite: la prima praticamente certa, la seconda con un margine di incertezza di realizzabilità.

La smisurata ambizione, o l’idea sorta da disparate serate a base di luppolo danese, ha portato i suddetti colleghi alla sfida del destino. Abbiamo fatto richiesta per accrediti stampa. Senza essere riconosciuti professionisti, senza mostrare vari curriculum, senza pagare nessuna quota, con una buona dose di sfacciataggine. Ma quello che stupisce è che proprio il modulo da compilare non richiedeva niente di tutto ciò, ma solo se si scriveva per un giornale (questo) e quale documento su quale tema si voleva scrivere (questo).

Detto ciò, caso e virtù han voluto che, in modi e tempistiche assai insperate, l’accredito è arrivato. Perché credere di avere in mano qualcosa che non si merita (o che non si sarebbe meritato nella nostra amata casa)? Perché non credere che magari forse è vero, che sì, siamo giornalisti e fotografi, e che hanno ragione loro, questi ospitali danesi? Domande che restano, insieme al sano opportunismo.

Detto, fatto. Dal venerdì 17 giugno, dopo il gol di Eder che esalta l’Italia dell’Europeo contro la Svezia, l’unica direzione possibile è nella zona Adalen di Aarhus, ovviamente in bici, ovviamente con birra giù in corpo e nello zaino. Ricevuti pass e braccialetti vip, esibiti con alterigia ai nostri compagni volontari meno fortunati, entriamo nel complesso, solo dopo aver consumato fuori tutto ciò che di liquido e alimentare avevamo negli zaini. Quant’è vero che dall’esperienza si impara, i seguenti passaggi all’entrata non ci hanno trovati impreparati (non dico come, cari i nostri volontari…).

Ma la vera svolta si è consumata all’interno. Il festival, come la maggior parte delle attività danesi, punta sull’eco-sostenibilità e lo sviluppo e l’educazione dello stesso consumatore: una volta bevuto il tuo drink (in fiale, bicchieri o brocche di plastica), puoi riportare al banco il contenitore, e ottenere indietro sulla tua carta di credito (pagare in contanti in Danimarca accade raramente) tante corone danesi quanto il corrispettivo della plastica da riciclare. Ben si può immaginare, che tra i molti consumatori attivi, ve n’erano molti altri non curanti dei loro rifiuti, e che alla fine di ogni set musicale, lì sotto al palco una miniera di plastica riciclabile attendeva i volenterosi ecologisti, o improvvisati tali. Ben si può indovinare, sempre a scanso di luoghi comuni, quali nazionalità si contendevano il bottino: sudamericani (veri affaristi e organizzatissimi con sacchi e guanti) e noi, giovani italici (menzione speciale per un gruppo di veneti), per caso e virtù.

Bene, da lì, da qui, non abbiamo più speso un soldo per i nostri consumi, quasi sfiorando diverse plusvalenze, evitate soltanto per spirito generoso (anch’esso meridionale) onde condividere con il più alto numero di compagni (volontari e non) la vincita in luppolo, e adeguarsi finalmente al livello etilico degli autoctoni, felici e danzanti.

Dato l’antefatto, poco è più notabile nel succedersi del festival. Grandi nomi, grandi show, il freddo pubblico che si scalda, nonostante le temperature della sera (che hanno costretto il solito arrembante Iggy Pop a richiedere un giubbotto sul suo petto nudo). Organizzazione impeccabile, pochissime file, moltissime persone, non solo giovani ma anche famiglie. Qualcosa da cui imparare che rimane, senz’altro, rimpiangendo però, seppur in minima parte, la passionalità e il sudore che solo sanno dare i supporter più caldi, quelli del nostro sud. Se maggiori informazioni non sono in questa sede possibili, sappiate scusare due giovani apprendisti professionisti e le loro genuine nefandezze, quanto più volte all’integrazione culturale (si dice così…?).
Questo è solo un reportage parziale e soggettivo, quanto più sincero, un po’ per caso, un po’ per virtù.