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“AD AUSCHWITZ C’ERA LA NEVE”

«Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. »

Primo Levi, Se questo è un uomo.

Già due settimane fa, di ritorno dalla mia visita ad Auschwitz, avrei voluto trasformare in parole scritte quelle ore gelide e calde trascorse, ma non l’ho fatto, ho temporeggiato, quasi come mi servisse del tempo per metabolizzare un’emozione così forte, tragicamente forte.

Cos’è stato Auschwitz, purtroppo, lo sappiamo tutti, e non ho intenzione di parlare del più grande campo di concentramento e di sterminio mai esistito tramite date e cifre; per queste ci sono i libri, i documentari, le ricostruzioni. Voglio solo raccontare tutto ciò che ho provato nel sentire, sotto i miei passi, la storia di altri milioni di passi, nel vedere, con i miei occhi, immagini di luoghi che altri occhi hanno visto per poi non vedere nulla più, nel respirare, con la vergogna di chi non può né capire né provare a immaginare, un’aria pesante ancora intrisa di odio e indicibile crudeltà.

Ho pregato, su quel trenino regionale lento ma puntuale che stava portandomi ad Oświęcim (Auschwitz è il nome tedesco), che quel posto non esistesse. Ho pregato in un crescendo di tristezza man mano che le stazioni in cui fermarsi diminuivano, ho pregato con ira, perché pregavo ma non sapevo chi. In fondo, forse è vero, «C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio». Ma pregavo comunque, e nel farlo dicevo a qualcuno: «Fai che Auschwitz non esista!». Non come i negazionisti e i revisionisti che definiscono l’olocausto una montatura perché credono ancora nella superiorità (non importa di chi o di cosa, il concetto è che possa esistere qualcuno più in alto di qualcuno più in basso), ma come chi spera inutilmente che il protagonista del proprio film preferito possa non morire e che il finale conosciuto a memoria possa cambiare, perché non si può sopportare un’ingiustizia simile (e mi si perdoni qui l’improprio paragone ma non so descrivere la speranza che si vuole viva mentre invece è già sepolta). Sapevo che nessuno mi avrebbe ascoltata, perciò camminavo piano, con la calma di chi già è preparato ad essere colpito. Neve tutta intorno, neve che cadeva a fiocchi, neve che imbiancava. In quei momenti mi è sembrata un’offesa vederla così bianca e candida: lì è sporco ovunque anche se è pulito. Ho guardato quella scritta all’entrata del campo “Arbeit macht frei” ovvero “Il lavoro rende liberi” e in quell’attimo ho capito che ormai non avrei più potuto pregare. Tutto esisteva, e non solo sui manuali di Vidotto studiati all’università, non solo nell’ironia tragica di Benigni, non solo nelle parole di Primo Levi e di Anna Frank. Tutto esisteva e mi si presentava davanti con freddezza, arroganza e prepotenza. Residenza delle bassezze, testimonianza della piccolezza dell’umanità, luogo in cui gli uomini non erano uomini: questo è un campo di concentramento. Un non luogo in cui la dignità venne calpestata, derisa, violentata. Io ero lì in tutto quel niente. Ma non ero annichilita, ero, e lo sono ancora adesso mentre scrivo, arrabbiata. Provo rabbia verso quella che sono, una rappresentante del genere umano. Una categoria irrimediabilmente macchiata dal peccato originale, e non parlo della mela, mi riferisco al suo continuo esercizio dell’odio, alla ricerca del potere e della grandezza, alla sete implacabile di vittorie. Le bestie hanno più umanità dell’uomo, lo dicono il filo spinato, le baracche di legno, il paradosso della prigione in quella che è già una prigione, le rovine delle camere a gas, la torre di controllo di Birkenau, i binari della morte. La follia, la cattiveria e l’onta si percepiscono e non svaniranno purtroppo mai. A svanire, invece, sono state le vittime di tutto questo inspiegabile degrado; è rimasta solo la cenere in una sorta di urna-monumento. Uomini in polvere. Tutta la sostanza materiale la si avverte scontrandosi con quintali di capelli, distese di scarpe spaiate, valigie di cartone svuotate di sogni, scodelle, pennelli da barba, vestiti, protesi e perfino le bambole decapitate delle bambine. Poi, poi ci sono i muri, taglienti bacheche di volti. I prigionieri guardano dalle foto e mentre conosci i nomi e la facce di chi davvero ha patito il freddo, la fame, la stanchezza e la paura, tu quasi puoi sentirli mentre gridano: «VERGOGNA!». E a me non è bastato dire loro «Perdonatemi», ecco che allora, di nuovo, come lì sul treno, ho cominciato a pregare, e, di nuovo, senza sapere con chi parlassi.

Le fotografie sono state scattate durante la mia visita ad Auschwitz il 19 marzo 2013.

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