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Valerio Massimo Manfredi racconta l’Ulisse dell’Iliade e dell’Odissea

Valerio Massimo Manfredi, sabato 13 ottobre presso l’Aula Magna del Bo di Padova, ha raccontato, in occasione della “Fiera delle parole”, la figura di Ulisse all’interno dei due poemi omerici. Lo scrittore-archeologo ha iniziato il suo discorso con la descrizione della città di Troia, della sua collocazione geografica e degli scavi archeologici svoltisi in seguito all’intuizione di Schliemann. Ha, poi, messo in evidenza la relazione di Troia (Ilio) con il mondo ittita, facendo presente che il nome della città ittita che dovrebbe corrispondergli, a quel tempo era chiamata (W)ilusa (Troia VI: 1740-1300 a.C.); senza il digamma, che nel greco è andato perduto, il toponimo ha la radice comune ad Ilio, città greca (Troia VII 1300-1180 a.C.) sviluppatasi immediatamente dopo. La guerra di Troia dovrebbe essere ambientata proprio tra Troia VI e Troia VII.

Parlare di Troia e dei poemi ad essa legati implica sempre, secondo Manfredi, non solo una grande responsabilità, ma soprattutto lo sviluppo di un clamore così forte da finire sulle prime pagine di tutti i quotidiani ed affini; tale importanza è dovuta da un lato al fatto che la questione omerica è da secoli oggetto di numerose ipotesi e rivisitazioni, dall’altro al fatto che l’Iliade e l’Odissea sono, indubbiamente, considerati i pilastri portanti della letteratura occidentale.

Ha prosegueguito Manfredi: «I poemi omerici sono considerati di origine orale; sono stati messi per iscritto solo dopo una lunghissima tradizione orale-aurale. Il “poeta orale” è uno che conosce bene la materia e che ogni volta compone dal vivo (quindi non sa tutto il poema a memoria)». Egli, a tal proposito, ha ricordato le formule fisse, come “Atena, dea dagli occhi cerulei”, e così via, che servivano per dare al cantore il tempo di “inventare” il verso successivo. «Il rapsodo e l’aedo», ha affermato, «erano una risorsa da avere sempre al proprio fianco». Per spiegare meglio tale dichiarazione ha fatto un paragone con il libro “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, dove, in una società dove il diktat era far sparire ogni traccia di cultura, e quindi di libri, l’unico modo per possederla era imparare quanto più contenuti possibili.

Si dice che sia stato Pisistrato (VI sec. a.C.), in seguito, ad aver ordinato la stesura definitiva dei poemi omerici, anche se la tesi di Manfredi e di altri studiosi è che siano stati messi per iscritto, invece, già intorno all’VIII sec. a.C. e «perché proprio nell’VIII secolo? Perché le armi descritte nei poemi sembrano proprio quelle dell’epoca e, inoltre, perché era recentemente nata la scrittura greca (che, ricordiamo, aveva ripreso i caratteri dall’alfabeto fenicio, ndr)».

Dopo aver riassunto l’intreccio dell’Iliade e dell’Odissea Manfredi ha raccontato che alcuni studiosi hanno asserito che l’Ulisse dell’Iliade non sia lo stesso dell’Odissea, poiché nel primo egli combatte come un oplita, mentre nel secondo come un arciere. Lui non è d’accordo con tale affermazione e più avanti ne spiegherà la motivazione.

Ha poi introdotto il personaggio di Odisseo, protagonista assoluto del secondo poema e non del primo, ricordando una delle prime vicende dove già si nota quella che è una sua peculiarità caratteriale: la furbizia. «Egli non voleva andare a combattere a Troia e per questo motivo nel momento in cui Agamennone e Menelao lo vanno a chiamare, Ulisse si fa trovare intento in un’attività inutile: arare la sabbia.

Questa furbizia-intelligenza Ulisse la mostra già quando Elena, donna di una bellezza sconvolgente, doveva prendere un pretendente come sposo; fu in quella occasione che Odisseo propose un’idea, geniale e rivoluzionaria per il tempo, a Tindaro per far sì che i pretendenti non si massacrassero vicendevolmente: far scegliere ad Elena stessa il suo futuro sposo.

Manfredi ha ancora detto che l’Eroe mediterraneo è stato definito da molti studiosi “ingannatore” e quindi si associa a lui anche l’atteggiamento dei popoli mediterranei in genere. «Se lo si collega a personaggi come Ulisse questo probabilmente potrebbe solo essere un vanto e non un demerito perché è proprio il popolo mediterraneo che ha prodotto opere grandiose con protagonisti tali eroi e non di certo i popoli nordici».

«Dopo il rapimento di Elena, la guerra non scoppia subito. Al momento dello sbarco ella si trova vicino alle mura. Un gruppo di vecchietti la guarda e dice: “Accidenti, per una donna così va bene fare una guerra”. Lei, poi, chiede al suocero di descrivergli tutti gli achei e, infine, gli domanda: “Chi è quello più basso?” E lui risponde: “Odisseo”». Durante la guerra Ulisse ha la responsabilità sulle questioni più delicate. Restituisce Criseide a suo padre in seguito alla peste mandata da Apollo, perché come suo sacerdote avrebbe potuto intercedere. È sempre Ulisse ad introdursi, sotto mentite spoglie, dentro le mura di Troia dove Elena lo riconosce, ma non lo denuncia. Il capolavoro di Odisseo nell’Iliade, infine, è l’insidia: la costruzione del cavallo. C’è lui dentro a comandare ogni mossa».

Manfredi ha affermato, inoltre, che anche l’Ulisse dell’Odissea è astuto, intelligente e ha grande valore militare. Queste caratteristiche sono, rispetto all’Iliade, ivi più evidenti perché è lui il protagonista assoluto. Tutte le avventure del poema, che ben conosciamo, tra cui quella di Polifemo, hanno visto l’astuzia di Odisseo protagonista. Grazie a questa lui e alcuni suoi compagni ne escono incolumi durante il viaggio di ritorno ad Itaca. Non è solo l’astuzia, però, a rendere così grande l’eroe, ma anche la sua forza, come ad esempio nella vicenda della prova dell’arco insieme agli altri pretendenti di Penelope; lui tende l’arco, che non è l’atto di tensione dell’incocco della freccia, ma vuol dire mettere l’occhiello della corda sul corno dello stesso. Nessuno degli altri, tranne lui, riesce nell’intento e per questo, ancora una volta, Ulisse ne esce vittorioso.

Riguardo alle tesi che vogliono vedere l’Ulisse dell’Iliade diverso da quello dell’Odissea Valerio Massimo Manfredi non è d’accordo. Ulisse caratterialmente e fisicamente è il medesimo uomo in entrambi i poemi e gli esempi sopra esposti ne danno prova.

Ha concluso, infine, l’incontro sopprimendo con un’ironica risata la bizzarra tesi ripropostagli dal pubblico astante che considera celtica la nascita dei poemi omerici: «sono mediterranei al 100%: ci sono elementi come i pesci tipici dell’area, il vino e l’olio che sono esclusivi della zona e che quindi non lasciano nessun dubbio a riguardo».

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