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Una leggenda tutta calabrese: Donna Canfora

imageLa leggenda di Donna Canfora è una leggenda calabrese molto suggestiva. Ci troviamo a Taureana di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, dove da un paio d’anni è stato istituito un parco archeologico dei taureani, appunto. Taureana, città di origine brettia, (lo dimostrano le case scavate al suo interno), in seguito ripianificata dai romani nel I sec. a.C. con la costruzione di un decumanus maximus, un teatro (che all’occorrenza diventava un anfiteatro) e un alto podio, legato alla leggenda, definito appunto “la casa di Donna Canfora”. La credenza popolare voleva che in esso fosse nascosto il tesoro della protagonista, infatti nel corso dei secoli sono stati effettuati diversi interventi, anche con l’uso di piccole bombe, per ricercare l’ambita ricchezza.
Donna Canfora, secondo la leggenda locale, era una gentildonna ricchissima, adorna delle più rare virtù e di suprema bellezza. Rimasta vedova ancora giovane, e respingendo ogni nuova offerta d’amore, volle consacrare la sua vita alla memoria dell’infelice consorte perduto.
Un giorno però la sua cameriera giunse a casa con una bella notizia: sulla spiaggia  era giunta dal lontano oriente una nave carica di stoffe di seta, di grosse gemme, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti gli abitanti accorsero per ammirare tutti i tesori esposti sulla nave.
“ Sono meraviglie” – diceva la cameriera a Donna Canfora, la quale aveva abbandonato l’arcolaio per ascoltarla – “meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, Signora; troverete laggiù le vostre amiche. Su, voglio vestirvi subito subito, venite, andiamo”.
Ma Donna Canfora si sentiva assai triste quel giorno e funesti presentimenti le attraversarono la mente.
Ella disse: – “Stamane l’arcolaio cigolava troppo. Che ne dici, non è questo forse un avviso del Signore?”
E la cameriera: – “Ma che dite, Signora! L’arcolaio è unto da pochi giorni. È mai possibile che cigoli?”
Rispose Donna Canfora: “Mi batte il cuore fortemente. Tristi sogni ho fatto questa notte e più volte mi è parso di vedere qui dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che succederà mai?”
Prima di uscire Donna Canfora volle visitare tutta la casa, poi finalmente, triste e pensosa, si avviò verso il mare.
Sulla riva c’era una gran folla, mentre una leggera brezza, gonfiando le vele di vario colore della nave le faceva scintillare al sole.
Appena Donna Canfora comparve, la folla si divise in due ali facendola passare in mezzo, come se fosse una regina. Il Capitano della nave le andò incontro con viso sorridente e le disse: – “La fama delle vostre virtù è giunta fino ai lidi più lontani dell’Arabia e della Persia”. Donna Canfora ringraziò e si lasciò guidare fin sulla nave. Ad un tratto, però, la ciurma, ad un cenno del comandante, cominciò a tirare l’ancora e ad issare le vele. La folla, accortasi del pericolo, lanciò grida furibonde ed imprecazioni disperate, ma già la nave, libera dagli ormeggi, scivolava leggera sull’acqua calmissima ed il comandante trascinava verso la sua cabina la bella Donna Canfora. Allora, vedendosi sola tra quei barbari, ella chiese di essere lasciata libera un istante per dare l’ultimo saluto alla sua casa e alla sua terra natale.
Dritta sulla poppa guardò a lungo la grande distesa marina, gli amici che agitavano le braccia in un gesto disperato, la riva che si allontanava veloce e poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono a tutti, si lanciò in mare gridando: “Impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore!”.
imageLe vesti di broccato azzurro, appesantite dall’acqua, non le diedero la possibilità di guadagnare la riva e così scomparve fra le onde senza mai più risalire.
In quel posto, in memoria di Donna Canfora, le acque diventarono d’un azzurro cangiante, a volte verde smeraldo, a volte turchese striato d’oro e d’argento e il fondo si coprì di alghe.
Un’ulteriore versione della leggenda vuole che essa risiedesse a Torre Ruffa, vicino Tropea, provincia di Vibo Valentia. La storia è simile, ha solo la variante finale del velo azzurro che le avvolgeva i capelli, invece dell’abito, che rimase a lungo a galleggiare sull’acqua, dove ancora oggi si notano delle tonalità varianti sul turchese. Entrambe le leggende sono accomunate su un punto: il sentire, durante le notti di tempesta, l’eco dei saluti e dei pianti che Donna Canfora fece alla sua terra tanto amata.
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