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Marcello Amici porta la Pirandelliana alla periferia di Roma

Pirandelliana nel Teatro di Tor Bella Monaca, perché la periferia romana, quella oltre il Grande Raccordo Anulare, non sia esclusa dai grandi progetti culturali della Città e possa riascoltare fischiare il treno, quando con la luna tutto incomincia a farsi di sogno sulla terra. Si ride e si sorride, si riflette con Pirandelliana. È un progetto non abusato, non comune, non scontato, nuovo, originale e raro. È un contenitore d’eccezione capace di superare gli echi di certe inattuali sperimentazioni teatrali.

È una rassegna teatrale costruita con una delle commedie più famose di Pirandello e con il suo celebre romanzo adattato per la scena.

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IL GIUOCO DELLE PARTI – il 14 ottobre

Silia vive separata da Leone Gala che le ha lasciato tutte le libertà, anche quella di avere un amante, ma le ha imposto ogni giorno mezz’ora della sua metodica presenza. La donna profitta della prima occasione che capita per chiedere al marito di sfidare un noto spadaccino, uno dei quattro nottambuli ubriachi che una sera, entrati in casa per sbaglio, l’hanno offesa. Leone Gala accetta, permette, addirittura, che Guido Venanzi, l’amante di Silia, fissi le condizioni peggiori per il duello, però, nel momento di scendere in campo, rifiuta. […].”

“Tempi, luci, musiche, scenografia mostrano senza forzature prospettiche il luogo metafisico che si apre all’inizio con un raggio di luna, per dilatarsi poi nella stanza, assunta come metaforica spirale dalle pareti alte e levigate, impenetrabile, luogo rappresentativo e focale di tutto il teatro pirandelliano. Bianco e nero! Silia è una creatura incapace di consistere, disancorata, che sembra avere le malinconie di certe donne di Klimt e una sgomenta sensualità. Un marchesino e tre signori ubriachi che entrano appena in scena sono voci di dentro, ansie oniriche. Bianco e freddo, elegante e luciferino, logico e viola il mondo di Leone Gala che risolve di testa tutti i problemi e frantuma l’involucro del realismo per giungere al pernio della realtà.”

“La regia ha percorso la stessa strada e vi ha trovato un piccolo borghese tutto murato dentro la propria maschera che non ha potuto affrancarsi dalla sofferenza di vedersi escluso. Il contrasto tra Silia e Leone ha la dimensione di un’inconciliabile contrapposizione tra la vita e la rappresentazione analitica di essa. È un’algebra per conoscitori del teatro nel teatro. Nel dipanare la vicenda, la regia non ha mai dimenticato che Pirandello è l’autore del più acuto saggio sull’umorismo! L’ingranaggio della commedia viene esposto in tutta la sua evidenza metaforica, l’asciutto contenitore mentale è reso visibile con effetti di magico realismo che oscilla tra Kafka e Buñuel.”

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IL FU MATTIA PASCAL – il 15 ottobre

Mattia Pascal è un modesto impiegato. È diventato un guardiano di libri nella biblioteca comunale, vive una vita grama e soffocata, rattristata dai continui litigi con la suocera e la moglie. Avvilito e sfiduciato, un giorno, Mattia Pascal abbandona la famiglia con l’intenzione di imbarcarsi per l’America, così, alla ventura. È la ribellione di un vinto. Capita per caso a Montecarlo, gioca al casinò e vince una grossa somma: ottantaduemilalire! Leggendo un giornale apprende che al suo paese è stato trovato il cadavere di un uomo annegato in un fosso e si è creduto di riconoscere in quel povero corpo proprio lui, Mattia Pascal. Se gli altri lo hanno creduto morto, nulla gli vieta di considerarsi tale. Cambia il proprio nome in quello di Adriano Meis, si nasconde dietro un paio di occhiali azzurrini, viaggia, si trasferisce a Roma, si innamora di un’umile ragazza. […]”

“Mattia Pascal si racconta in un serrato, incalzante, inesausto narrare di sé, ora ironico, ora cinico, ora amaro e ora disarmato, doloroso, senza slittamenti patetici; sempre controllato nel suo vedersi vivere, nel suo confessarsi. Solo con sé stesso, come tanti altri deserti personaggi che popolano il mondo pirandelliano. Tutto avviene col ritmo rapido della farsa provinciale pirandelliana, popolata di personaggi e di avvenimenti singolari. Il loro stare sulla scena è concentrato, ristretto e intenso. Nella seconda parte Pascal inforca un paio di occhiali e prende il nome di Adriano Meis. È allora che l’esistenza di Mattia Pascal prende ad assomigliare ai personaggi di Kafka, Moravia, Svevo (uno per tutti: Emilio Brentani di Senilità), i quali, di fronte alla totale solitudine e incomunicabilità, sentono angoscia e noia esistenziale.”

Mattia Pascal è l’uomo dalle decisioni improvvise e cieche, non è l’uomo dalle grandi qualità o dai difetti enormi in cui riconoscere i grandi valori o la negazione di essi, ma un narratore di sé stesso, della sua coscienza dissociata divisa tra il sogno di una seconda identità e il peso inevitabile di una vita determinata dalle convenzioni sociali e dalla condanna a portare una maschera per recitare sempre la stessa parte. A Roma, la libertà dell’uomo proveniente da Montecarlo si esaurisce nelle intenzioni. Solo la messa in scena del finto suicidio è degna in tutto di Mattia Pascal, sempre pronto alle decisioni improvvise e cieche, a quel desiderio di vita che tortura tutti i personaggi dell’uomo del Kaos. Mattia Pascal è un escluso, è stato condannato a una terribile pena: quella della compagnia di sé stesso. La regia ha miscelato tragedia arcaica e comicità farsesca per ottenere un risultato d’insieme che è magma teatralmente stimolante.”

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