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I “Controcanti” di Lucarelli: uno spettacolo contro la censura

Non solo un monologo che attraversa la storia dei misteri musicali censurati, ma anche la cornice artificiosa di tre perseguitati nascosti in uno scantinato, dove un microfono li collega al resto del mondo

di Valentina De Luca

Si chiama “Controcanti: l’opera buffa della censura” lo spettacolo teatrale che Carlo Lucarelli ha portato in giro per l’Italia negli ultimi mesi. Controcanti, come la musica che fa da sottofondo al motivo principale di un brano. Come la melodia che c’è, ma non si sente, se non facendo particolare attenzione. Come tutte quelle canzoni che sono passate in secondo piano, attaccate, sconvolte, stravolte, censurate.

Ma la censura non è cosa d’altri tempi. Lo spiega bene Lucarelli che questo spettacolo lo ha forgiato in modo che arrivasse dritto dritto all’animo del suo pubblico. Non solo un monologo che attraversa la storia dei misteri musicali censurati, ma anche la cornice artificiosa di tre perseguitati nascosti in uno scantinato. Qui, un microfono li collega al resto del mondo, ed una radio, una vecchia radio, li aiuta a ripercorrere la storia che vogliono raccontare.

Si comincia partendo dal Fascismo con “Faccetta nera” e “Faccetta bianca”, fino ad arrivare all’America Latina con Chico Buarque ed al nostro Pasolini. Ma c’è anche Lucio Dalla, perché sì, anche “4 marzo 1943” è stata vittima di censura per via di quel Gesù Bambino. Ma non mancano neppure De Gregori e Morandi.

Non ci si sente al sicuro lì sotto, in quello scantinato. Un telefono continua a squillare. Qualcuno sa che quei tre sono nascosti in quel posto. Ma con l’aiuto di un pianoforte, Alessandro Nidi e Marco Coronna, che hanno ideato lo spettacolo assieme a Lucarelli, riescono a far rivivere la musica, contro ogni censura.

“Controcanti: l’opera buffa della censura” illumina gli angoli oscuri della libertà d’espressione. Racconta dei fallimenti, ma anche dei successi. Degli eroi, di quelli che per difendere la propria libertà non c’hanno pensato due volte a farsi massacrare, nel senso letterale della parola. Racconta di cosa vuol dire lottare per la propria autonomia. Cosa significa avere nelle proprie mani un potere così immenso da spaventare un regime, una società, il mondo intero. Racconta di quanto sia potente la parola. Le parole, che, pronunciate, non tornano indietro. Che sono lame affilate, anche nella nostra quotidianità.

E qui il pensiero parte. Corre veloce alla scrittura. L’immagine di Roberto Saviano in primis compare nitida davanti ai nostri occhi. Simbolo per eccellenza di che arma sia la parola. E poi due film. Da una parte “La casa sul lago del tempo”, che ci ricorda che le parole e la scrittura non conoscono limiti temporali. Ed ancora l’immenso capolavoro di Giuseppe Tornatore, “La corrispondenza”, che tatua addosso ai suoi spettatori la potenza dello scrivere. E come non ricordare Bulgakov, che ne “Il maestro e Margherita” ammonisce: i libri non bruciano mai. “Fahrenheit 451” neppure si può dimenticare: la censura che raggiunge limiti estremi.

In conclusione, torna alla mente la famosa vicenda di Šalamov. Varlam Tichonovič Šalamov che non smette mai di ricordarci quanto ognuno di noi valga, inconsapevolmente, all’interno della società in cui vive, contro ogni violenza nei confronti della libertà. Šalamov, scrittore trentenne confinato in un gulag dalla polizia sovietica per “attività sovversiva” (a voi libera interpretazione), un giorno scopre di avere un’anima.

Lo scopre quando, in fila con gli altri detenuti, le guardie gli chiedono di consegnare i suoi oggetti personali. Lui non ha nulla. I soldati insistono fino ad una richiesta inaspettata: l’anima, consegnaci l’anima. No, Šalamov l’anima non la vuole consegnare. E via di botte, sangue, lacrime, violenze di ogni tipo. Ma niente, l’anima non la vuole consegnare. Quattro mesi d’isolamento. E Šalamov confessa: io non pensavo nemmeno di averla, un’anima.

 

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