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“Chiarimenti allo sportello”: sul palco la commedia della vita

Dopo dieci anni di assenza, Chiarimenti allo sportello, spettacolo  andato in scena al teatro di Tor Bella Monaca il 17, 18 e 19 aprile, segna il ritorno di Franco Piol sul palcoscenico

 

Ragionando, riesci a percepire un po’ quale è il quadro che si cela dietro le rughe di questo sofferto volto, riesci a leggere la verità, dura e cruda e a renderti conto di come questa penosamente possa attraversare simile ad una lama affilata tutta una vita intera, squassandola, segnandone ferocemente con oscene cicatrici la ingiusta condanna, con piaghe che stentano a rimarginare l’iniqua straziante sorte…

Un uomo di una certa età, un ufficio comunale, una cartellina piena di documenti, un vecchio foulard rosso e una vita scivolata via in fretta: sono questi gli ingredienti della pièce teatrale Chiarimenti allo sportello, ideata e realizzata dall’attore professionista Franco Piol per il pubblico romano. Alvise – questo il nome del signore col panama – si reca in comune per accertare il lecito possesso di un negozio di stoffe e di una casa messi in piedi dalla defunta moglie, ma il suo noioso appuntamento si trasformerà in un giudizio universale, in una resa dei conti fra sé e sé che anticiperà la sua dipartita da questa terra, dopo che finalmente avrà avuto un barlume di coraggio nel riconoscere i suoi sbagli e le sue fragilità.

Chiarimenti allo sportello

Dopo dieci anni di assenza dal palcoscenico, Franco Piol – già fondatore del Gruppo teatrale Del Sole – torna a stupire ed emozionare il pubblico, rimaneggiando un racconto contenuto in Storie del tempo che verrà. La realizzazione del dramma, ospitato al teatro di Tor Bella Monaca, è stata resa possibile anche dalla sapiente regia di Paola Rotella e dall’indiscutibile maestria di Sacha Piol nel curare la preparazione degli audiovisivi, suggestivamente intercalati alla recitazione “dal vivo”. A coadiuvare Franco Piol, attore protagonista nonché drammaturgo, ci sono i decisamente convincenti Gabriele Lepera – nei panni dell’impiegato comunale – e Rara Piol – la sfuggente Maria che perseguiterà Alvise almeno per metà spettacolo.

A Franco Piol piace trasportare il suo pubblico in un vorticare di stati d’animo, di impressioni, di riflessioni e di stili scrittori che rendono impossibile qualsivoglia disattenzione da parte degli spettatori. Se all’alzarsi del sipario si crede di essere in una non speciale città italiana, alle prese con la burocrazia che troppo spesso rallenta il nostro Paese, man mano che i minuti passano ci si rende conto che il drammaturgo ci ha tirato un brutto scherzo, ci ha fatto vivere in un universo inesistente, metamorfico, atemporale e atopico qual è quello dell’anima umana. Un luogo oscuro, un limbo tra vita e morte in cui ci si trova a fare i conti con l’intera esistenza che si è vissuta, in cui ogni maschera cade e si è costretti a dire la verità, per la prima volta anche a sé stessi. E Alvise, come fosse un novello Dante senza un Virgilio che lo guidi, entra nell’interregno in cui non c’è più posto per le menzogne, in cui il velo dell’ipocrisia viene squarciato.

Due moglie, due vedovanze e un unico grande amore hanno costellato la vita Alvise, segnata pesantemente da alcuni errori di gioventù e dal dolore per la scomparsa delle persone amate. La prima moglie, Andreina – ragazza sposata solamente perché rimasta incinta –, gli ha regalato una figlia malaticcia, ma anche il più grande dolore della sua esistenza, con la morte della piccola a cui ha fatto seguito quella della madre. Dopo un lungo periodo di sbandamento e di ristrettezze economiche, l’uomo conosce Luisella, la proprietaria di un negozio di stoffe che lo accoglie in casa e al lavoro, condividendo per il resto dei suoi giorni le (poche) gioie e le (molte) amarezze di una vita di sacrifici. Nonostante l’affetto che univa i due coniugi, l’assenza della nascita di un figlio ha pesato come un macigno sul cuore di entrambi, insterilendo il loro rapporto e indurendo il loro cuore.

Questo è quello che Alvise racconta all’impiegato che sta esaminando le sue carte – le carte della sua esistenza, più che quelle delle sue proprietà –, un impiegato da cui si sente giudicato, minacciosamente inquisito, tanto da appellarsi ad un immaginario pubblico per giustificare le proprie scelte e azioni. Va quasi in scena, allora, la rappresentazione di un processo giudiziario, in cui l’impiegato giudicante mette sul banco degli imputati lo stanco Alvise, cercando di decretarne la colpevolezza o l’innocenza. Ma il sinistro impiegato, l’oscuro Caronte che ascolta e commenta il monologo di Alvise altri non è, in fin dei conti, che Alvise stesso, o meglio la sua coscienza, che finalmente vuole fare i conti con sé stessa senza più scappare. Grazie alla metateatralità di questo passaggio, la maschera di Alvise, il trucco che ha consapevolmente indossato per tutta la vita si scioglie – letteralmente: si tratta di una citazione dal film Morte a Venezia di Visconti – per lasciare posto al vero volto dell’uomo.

Pirandellianamente, Franco Piol ci fa capire che l’io è soltanto una giustapposizione delle varie maschere che ci si costruisce nel corso degli anni, e che la maschera più crudele è quella che non riusciamo a togliere neanche davanti a noi stessi, se non in situazioni liminari come quella della propria morte, come quella in cui si trova Alvise. Per certi aspetti similare, del resto, è il cammino di vita di Mattia Pascal – celebre protagonista dell’omonimo romanzo di Pirandello – e Alvise (cammino di vita che scopriamo solo quando quest’ultimo ci ha finalmente rivelato cosa ne è veramente stato di lui): messa incinta una ragazza quasi per gioco, i due sono stati costretti a prenderla in moglie, battezzando così il loro ingresso nel mondo della sofferenza e rinunciando a trascorrere i propri giorni con la donna che amavano veramente.

Chiarimenti allo sportello 2

Chi è, allora, colei che ha rubato il cuore ad Alvise, condannandolo ad una costipazione emotiva? Ci pensa il misterioso impiegato a far tornare alla memoria il nome di Maria, la donna di cuori che Alvise aveva accantonato in un angolo non più raggiungibile della propria memoria. Abbandonata a causa della gravidanza di Andreina, Alvise non cercherà mai più Maria, precludendosi per sempre la felicità. Ma ora, in punto di morte, capisce che solo quella donna dal nome celestiale – alla maniera della donna-angelo tanto decantata dai poeti stilnovisti del Medioevo – può portarlo alla redenzione, può rigenerare il suo spirito, può dare il via a quella palingenesi di una vita che altrimenti sarebbe solamente miseranda.

«Ecco, così, vieni Maria, sono tutto tuo. Dammi la mano, così… e portami dove vuoi tu, anche tra le nuvole… […] Liberi dal pesante fardello carico di difficoltà e di preoccupazioni adulte. Liberi da tutte quelle angosce che ci hanno attanagliato l’anima fino a farci perdere! […] Andiamo là fin dove finisce il giorno, fin dove tramonta la luce per ritrovare la notte, promessa di amore infinita!… Maria, insegnami ad amare!».

Eppure, un barlume di consapevolezza attraversa per un attimo la mente del protagonista: è troppo tardi ormai per rimediare ad un’intera esistenza di falsità e di inganni, non resta che assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Sarebbe ingiusto – sembra dirci Franco Piol – dare la colpa al fato, al «destino avverso e traditore», quando alla base del proprio agire c’è soltanto il libero arbitrio: non possiamo assolverci, allora, dal nostro eventuale fallimento. Alvise stesso si dichiara colpevole, meritevole della sofferenza che ha patito; nondimeno, alla fine, il drammaturgo decide si assolvere il suo personaggio, guardandolo con un sguardo intenerito: è solo un misero uomo, in fondo, fragile e vigliacco come tutti gli esseri umani, che di fronte alle grandi scelte della vita non sanno prendere una decisione risoluta, abbandonandosi agli eventi. E, proprio in quanto umano – quindi irrimediabilmente imperfetto –, Alvise non può che essere assolto.

Chiarimenti allo sportello 3

Assolto in quanto umano, sì, ma assolto anche in quanto padre mai presente per il proprio figlio? Dietro l’impiegato comunale, difatti, si potrebbe celare la figura di un figlio respinto dal proprio genitore nell’atto in cui ha abbandonato la donna che lo ha messo al mondo. Un motivo autobiografico presente in diversi scritti di Franco Piol – si vedano soprattutto i suoi racconti brevi – e che resta un nodo irrisolto del dramma: lo spettatore rimane nel dubbio, ed è quasi costretto a dare egli stesso una risposta, a scrivere egli stesso il proseguimento della pièce.

Una pièce, lo si sarà capito leggendo quanto affermato prima, profondamente intimista, stagliatasi sullo scenario dell’anima del protagonista. Tuttavia, si può cogliere un retrogusto sociale, un retrogusto impegnato e storicamente valido dietro le parole pronunciate da Alvise. Narrando la propria vita, il pensionato tratteggia i contorni di un’Italia dapprima contadina e poi invischiata nella resina del boom economico, periodo molto meno esaltante di quanto si possa leggere nei libri di storia. Se progresso esplosivo c’è stato, lo si deve a quei tanti operai e lavoratori che – sottopagati – erano disposti a fare più di un lavoro per poter mantenere la propria famiglia, mentre lo Stato era impegnato a rinchiuderli in periferie-ghetto che hanno deturpato il volto naturale della nostra bella penisola:

«I mitici anni Sessanta, dicono oggi, ma non certo per me, sempre alla ricerca di una sistemazione fissa a garanzia di un futuro che non si riusciva nemmeno ad intravvedere e tra un lavoro saltuario e un altro si tirava alla giornata e la gioventù mia si sfaldava dileguandosi veloce con quella musica fracassona, i “capelloni”, “l’immaginazione al potere”… Ma fatemi il piacere, roba per studenti, figli di papà: dura tirar avanti la carretta per un operaio in nero, con una famiglia sulle spalle, in cerca perenne di un lavoro stabile, l’affitto e le bollette da pagare».

Pasolini sottoscriverebbe immediatamente.

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