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Applausi per Moïse et Pharaon

Per la prima volta in assoluto “Moïse et Pharaon”  di Gioacchino Rossini è stato rappresentato, nella sua versione francese, sull’autorevole palco dell’Opera di Roma. Che sarebbe stato uno spettacolo destinato al successo era già chiaro dalla locandina e dal nome che più spiccava, ovvero quello del direttore d’orchestra Riccardo Muti. Tuttavia l’eccellente direzione di Muti, apprezzata dal pubblico in sala, non è che uno solo dei tasselli che rendono questa rappresentazione pressoché unica e straordinaria. La grandiosità di questo spettacolo sta, infatti, proprio nello sforzo di riunire arti diverse per perseguire una messa in scena quanto più possibile completa. Così oltre ai magistrali solisti e al coro, diretto dal maestro Roberto Gabbiani, uno spazio importante è lasciato nel terzo atto al balletto, mentre nella scenografia diventa centrale l’utilizzo del video. L’occhio del regista Pier’Alli ha saputo fare del palcoscenico il trampolino di lancio per una musica già carica di emozioni, che in questo modo ha potuto davvero lanciarsi in alto.

Rossini prende spunto dall’Esodo e ci racconta le trattative tra Mosè e il Faraone per liberare gli ebrei dalla schiavitù egiziana. Il figlio del Faraone, però, innamorato di Anaï, un’ebrea, cerca di trattenere la sua amata, la quale alla fine sceglie la fedeltà al suo popolo e al suo Dio, scatenando così la furia dell’amante. Infine il popolo ebraico riesce a salvarsi attraversando il Mar Rosso, le cui acque si sono scenograficamente divise, mentre gli egiziani sono destinati ad affogare.

La particolarità di questa rappresentazione sta nel fatto di aver creato un antico Egitto diverso da quello storico in cui è ambientata l’opera. Si tratta di un mondo fantascientifico, che riprende i toni di “Metropolis” di Friz Lang. Con questa intuizione, sradicando quindi il tempo e lo spazio dell’opera, Pier’Alli e Muti hanno potuto raccontare una storia trasversale senza soffermarsi sul singolo episodio dell’esodo dall’Egitto, ma descrivendo l’eterno esodo del popolo ebraico e allo stesso tempo sottolineando la modernità del tema della schiavitù.

L’intera opera è emozione pura, la musica di Rossini è descrittiva, oserei dire cinematografica, nelle sue parti corali, da levare letteralmente il fiato per la loro potenza, e in quelle strumentali. L’orchestra e i cantanti si abbandonano spesso a virtuosismi artistici che hanno più di una volta fatto esplodere il pubblico in applausi a scena aperta, ed è stato impossibile non chiedere il bis della bellissima preghiera degli ebrei in riva al Mar Rosso.

Né le quattro ore di tempo, né il fatto che i testi, sovra titolati in italiano, fossero in francese, niente è stato in grado di rendere pesante o noioso uno spettacolo simile.

Si è contato molto su quest’opera, le nuove direzioni dell’Opera di Roma volevano dare con questo inizio stagione un segno forte di svolta, allo scopo di riuscire a rinnovare e ad accrescere l’autorevolezza del teatro capitolino. Tuttavia opere “faraoniche” di questo genere non sono economiche ed è stato sconfortante essere accolti in teatro da fogli che spiegavano che questo probabilmente era uno degli ultimi grandi sforzi economici di un teatro già agonizzante, al quale lo stato ha deciso di tagliare ulteriormente i fondi. I biglietti, già costosissimi, saranno destinati probabilmente ad aumentare di prezzo per forse accontentarsi di opere meno “impegnative economicamente”. Questo è un grande peccato perché l’Opera è giovane e piace ai giovani, ma spesso è un lusso che non si possono permettere.

Si dovrebbe investire di più su questo genere di spettacoli che appassionano e raccontano storie, che sono cibo per gli occhi, per le orecchie e per la testa. Un modo intelligente di passare il tempo libero che permette alle persone di uscire dal teatro culturalmente più ricche, emotivamente scosse, ma nel complesso felici.


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