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Scurcola ed il suo Borgo dei Sapori

A Scurcola fa freddo e si sente. D’altra parte sono passate anche le nove di questo sabato di dicembre e mi dico che ci siamo già persi buona parte della serata. Quella che rimane ha in mezzo piccoli, indispensabili fuochi a scaldare le mani di quelli raccolti intorno, quasi in religiosa richiesta ma verso il basso. Intorno si aprono alcune porte, davanti pochi tavoli e dentro chiacchiere e bocconi, bicchieri tinti di rosso, facce in attesa e gente curiosa. Saliamo per le viuzze piene di case vuote, ogni tanto una freccia ci dice che avevamo sbagliato strada e c’è ancora da salire. Sarebbe stato troppo facile chiedere una cartina… A tratti il borgo si fa rivedere, dei sapori ancora non ho prova ma leggo e aspetto il mio momento. Eccolo, cicoria e pancetta, adesso sì.

A Scurcola non fa più freddo, la salita ha fatto la sua parte e la pancetta il resto. Scendendo ritrovo alcuni scorci, le lettere dell’asilo Ansini e dell’Arco de Scoccetta, qualche cantiniere ballerino, qualche voce. Ma non riesco e togliermi di dosso l’idea di piccoli quadri scollati, tenuti insieme da un vago desiderio più che da un’identità. Sarà che il percorso a tratti si disperde, sarà che ognuno cura il proprio spazio come meglio crede, sarà che in fondo fa ancora freddo e di gente in giro non ce n’è poi molta.

Ma a Scurcola fa caldo adesso, merito del vin brulé e di qualche preghiera non detta al fuoco. Il giro è finito e un pensiero vince su tutti. Possibile che con così tanto, con un borgo così bello e suggestivo e tanti gruppi a lavorare con impegno… possibile che sia tutto qui? Mi sarò perso tutto il resto, tutto il prima, e dunque la mia impressione è fortemente limitata, ma non ho trovato molta festa tra i vicoli del borgo, e non mi convincerò che non si potesse fare di più. Almeno nel contorno, nella scoperta della ricchezza mai banale delle vecchie mura, dei portali, delle piccole case troppo spesso chiuse. Il paese vecchio è di una bellezza non comune, racconta ancora di quando questo era il fulcro dell’affannarsi, del quotidiano; eppure non ha quasi rumore, poche note riempiono piccoli spazi d’aria e si perdono inesorabilmente prima che questi vicoli possano dirsi pienamente, e nuovamente, vivi.

Al di là del mio giudizio, però, rimane il coraggio e l’incoscienza delle cose fatte per gusto, per il valore della memoria e della riscoperta, dell’affetto ai propri luoghi che passa sottovoce dentro una sera di dicembre. È un affetto che conosco e so riconoscere, per questo lo vedo raramente, ma qui c’è. “Valorizzazione”, termine trito e abusato, eppure ancora bellissimo. Eppure questo è. Mi rimane la voglia di capire se questa condivisione di intenti sia totale come la dedizione delle persone, ma bisognerebbe starci dentro, dietro, per dirla tutta e bene. Quel che importa è che ci sia ancora gente pronta a mettersi in gioco per il proprio paese, nonostante tutto, che ci sia ancora voglia di scoprire anche quando è tutto già sul piatto, pronto ad essere sbranato senza sapere né chiedersi cosa sia.

Il bello è che c’è ancora tempo per fermarsi, dirsi che c’è molto da fare ma la strada è quella buona, e poco importa se il mondo va verso una grandezza che di umano ha molto poco. Non tutto è misurabile, non tutto ha senso solo finché è economico, o vantaggioso. C’è una dimensione che sfugge a queste regole – viva il Cielo! – tutto sta nel mantenere viva la voglia di riscoprirne il gusto.

A Scurcola fa freddo ma non importa, se il borgo si è acceso può dirsi ancora vivo, e tanto basta.


A Scurcola fa freddo e si sente. D’altra parte sono passate anche le nove di questo sabato di dicembre e mi dico che ci siamo già persi buona parte della serata. Quella che rimane ha in mezzo piccoli, indispensabili fuochi a scaldare le mani di quelli raccolti intorno, quasi in religiosa richiesta ma verso il basso. Intorno si aprono alcune porte, davanti pochi tavoli e dentro chiacchiere e bocconi, bicchieri tinti di rosso, facce in attesa e gente curiosa. Saliamo per le viuzze piene di case vuote, ogni tanto una freccia ci dice che avevamo sbagliato strada e c’è ancora da salire. Sarebbe stato troppo facile chiedere una cartina… A tratti il borgo si fa rivedere, dei sapori ancora non ho prova ma leggo e aspetto il mio momento. Eccolo, cicoria e pancetta, adesso sì.

A Scurcola non fa più freddo, la salita ha fatto la sua parte e la pancetta il resto. Scendendo ritrovo alcuni scorci, le lettere dell’asilo Ansini e dell’Arco de Scoccetta, qualche cantiniere ballerino, qualche voce. Ma non riesco e togliermi di dosso l’idea di piccoli quadri scollati, tenuti insieme da un vago desiderio più che da un’identità. Sarà che il percorso a tratti si disperde, sarà che ognuno cura il proprio spazio come meglio crede, sarà che in fondo fa ancora freddo e di gente in giro non ce n’è poi molta.

Ma a Scurcola fa caldo adesso, merito del vin brulé e di qualche preghiera non detta al fuoco. Il giro è finito e un pensiero vince su tutti. Possibile che con così tanto, con un borgo così bello e suggestivo e tanti gruppi a lavorare con impegno… possibile che sia tutto qui? Mi sarò perso tutto il resto, tutto il prima, e dunque la mia impressione è fortemente limitata, ma non ho trovato molta festa tra i vicoli del borgo, e non mi convincerò che non si potesse fare di più. Almeno nel contorno, nella scoperta della ricchezza mai banale delle vecchie mura, dei portali, delle piccole case troppo spesso chiuse. Il paese vecchio è di una bellezza non comune, racconta ancora di quando questo era il fulcro dell’affannarsi, del quotidiano; eppure non ha quasi rumore, poche note riempiono piccoli spazi d’aria e si perdono inesorabilmente prima che questi vicoli possano dirsi pienamente, e nuovamente, vivi.

Al di là del mio giudizio, però, rimane il coraggio e l’incoscienza delle cose fatte per gusto, per il valore della memoria e della riscoperta, dell’affetto ai proprio luoghi che passa sottovoce dentro una sera di dicembre. È un affetto che conosco e so riconoscere, per questo lo vedo raramente, ma qui c’è. “Valorizzazione”, termine trito e abusato, eppure ancora bellissimo. Eppure questo è. Mi rimane la voglia di capire se questa condivisione di intenti sia totale come la dedizione delle persone, ma bisognerebbe starci dentro, dietro, per dirla tutta e bene. Quel che importa è che ci sia ancora gente pronta a mettersi in gioco per il proprio paese, nonostante tutto, che ci sia ancora voglia di scoprire anche quando è tutto già sul piatto, pronto ad essere sbranato senza sapere né chiedersi cosa sia.

Il bello è che c’è ancora tempo per fermarsi, dirsi che c’è molto da fare ma la strada è quella buona, e poco importa se il mondo va verso una grandezza che di umano ha molto poco. Non tutto è misurabile, non tutto ha senso solo finché è economico, o vantaggioso. C’è una dimensione che sfugge a queste regole – viva il Cielo! – tutto sta nel mantenere viva la voglia di riscoprirne il gusto.

A Scurcola fa freddo ma non importa, se il borgo si è acceso può dirsi ancora vivo, e tanto basta.

Roberto Cipollone

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