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Pasolini: l’insegnamento morale oltre i moralismi

Quarant’anni fa l’assassinio di Pier Paolo Pasolini: scrittore, poeta, giornalista, saggista, regista, sceneggiatore, pittore, drammaturgo ed editorialista, ma – prima di ogni cosa –  un uomo, in tutte le sue contraddizioni

PASOLINI «Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l’erba, la giovinezza: è un vizio molto più tremendo di quello della cocaina, non mi costa nulla e ce n’è un’abbondanza sconfinata, senza limiti: e io divoro, divoro… Come andrà a finire, non lo so».

Lo sappiamo noi, che anche a distanza di quarant’anni ci stiamo ancora interrogando su quel violento e drammatico epilogo, come andò a finire per Pier Paolo Pasolini: la morte se lo portò via in maniera brutale, lasciandolo faccia in giù tra spiaggia e fango, senza nemmeno la possibilità di guardare in alto verso il cielo per scorgere un’ultima volta la stella cometa di Epifanio, privando i suoi occhi anche dell’ultimo brandello di poesia rimasto: il mare. Ma se il Re Magio Epifanio, protagonista dell’opera cinematografica incompiuta Porno-Teo-Kolossal, scoprirà solo alla fine del suo viaggio che il paradiso non esiste, il nostro scrittore corsaro fu sempre consapevole del pericolo, della tragedia dell’assenza – «la tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra» – e, conseguentemente, della presenza di un inferno sulla terra:

«Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato la “vita violenta”. Non vi illudete».

(Tratto dall’ultima intervista di Pasolini, rilasciata a Furio Colombo il giorno prima della morte e pubblicata su “Tuttolibri” l’8 novembre del 1975)

Questo è un ritratto senza pretesa alcuna; non un’apologia, non un omaggio, non un elogio: Pier Paolo Pasolini, tanto osteggiato e perseguitato in vita quanto idolatrato dopo morto – in particolar modo adesso – non li merita. Pier Paolo Pasolini non ne ha bisogno: lui che si è mostrato in tutte le sue brucianti e vitali contraddizioni merita rispetto, non ossequiosa e timorosa riverenza. Gratitudine, non accondiscendenza a posteriori rivolta alla sua indescrivibile versatilità artistica e culturale. Non comprendere questo atteggiamento critico implicherebbe un tradimento non solo nei confronti del Pasolini intellettuale, ma prima ancora del Pasolini uomo. Un uomo inquieto, e per questo vero, totalmente reale. Cittadino onorario di un mondo sentito inevitabilmente e instancabilmente estraneo, affetto da un anticonformismo scomodo che solo chi non smette mai di interrogare la società, pretendendone ogni volta qualcosa in più, può provare davvero fino in fondo. Pasolini è una sfida, ora come allora. Parlare di lui vuol dire parlare di noi, di quell’Italietta che, in una lettera a Moravia, lui stesso definì «piccolo-borghese, fascista, democristiana», un’Italietta

«provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni».

Quell’Italietta è la somma delle cose che abbiamo dimenticato, delle nostre vergogne, del coraggio che a volte ci manca. È traccia mai sopita di tutti i moralismi, vecchi, nuovi e ancora da venire, che condiscono il finto perbenismo. È l’arroganza dell’uniformità, l’odio del diverso, la paura della libertà. In questo luogo, geografico ed esistenziale al contempo, Pier Paolo Pasolini visse senza risparmiarsi mai e sempre da bastian contrario. Lo fece sì aprioristicamente, ma sorreggendo la sua presa di posizione sulla forza di un pensiero, trasformandola, quindi, quasi in un’ideologia personale basata sul rifiuto:

«Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche. Ma non ha mai inceppato la macchina».

Pasolini con la madre Susanna

Pasolini con la madre Susanna

In contrasto perenne con le istituzioni, la religione, la società di massa, la borghesia e, in generale, con tutti i meccanismi invischiati nel potere, Pasolini era però lontano dagli scontri personali, come ricorda Dacia Maraini in uno speciale dedicato all’amico corsaro. Una vita segnata dal rapporto difficile col padre e dalla scomparsa del fratello, una vita fatta di scandali, denunce, polemiche, contestazioni e persecuzioni, confortata dall’affetto sincero dei cugini, Graziella Chiarcossi e Nico Naldini, e di personalità del calibro di Sandro Penna, Elsa Morante, Federico Fellini, Laura Betti, Maria Callas. E poi i grandi amori della sua vita: la madre Susanna, con la quale ebbe un rapporto viscerale e di profonda simbiosi, e Ninetto Davoli, ragazzo di borgata, apprendista falegname, che gli resterà sempre accanto, nonostante tutto.

«Sono quasi pazzo di dolore. Ninetto è finito. Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso solo a morire o a cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei»

Scrittore, poeta, giornalista, saggista, regista, sceneggiatore, pittore, drammaturgo ed editorialista, Pasolini non perse mai la capacità di insegnare, di trasmettere il suo sapere, virtù certamente ereditata dal suo essere stato anche maestro di scuola. Nessuna saccenteria: Pasolini era una pedagogo per natura, un educatore, profondo conoscitore della vita e delle sue dicotomie, delle sue assurdità. Viveva soffocato da un livellamento che violentava la bellezza delle differenze, una bellezza atipica, sporcata dalla macchia del reale, una bellezza che spaventa. Ma non si sentiva vittima del sistema, lo combatteva. E lo faceva dal di dentro, con gli strumenti che pure contestava. Ecco perché Pasolini non necessita dei nostri elogi: è implicita la grandezza in chi non nasconde – e anzi affronta a muso duro – le proprie imperfezioni, le incoerenze, le ossessioni, i disagi, le pulsioni. È una presa di coscienza che non fa rima con narcisismo, seppur fortissimo fu il senso dell’estetica in quel Pasolini amante del proprio corpo, dello sport, del piacere carnale e delle disinibizioni sessuali. Pasolini fu semplicemente sé stesso: un’anima libera, divenuta tale dopo aver preso atto del contrasto interiore a cui non si può sfuggire. Il genio pasoliniano può essere compreso pienamente solo se si è disposti a scardinare continuamente le nostre convenzioni, le nostre convinzioni. Un suo accoglimento sereno, fatto proprio senza lotta, sofferenza, scandalo o disagio non sarebbe sincero, non sarebbe reale. Perché Pasolini, che ha raccontato senza filtri le storie degli ultimi, dei dimenticati, degli scarti della società, del sottoproletariato, ci spinge a muoverci: dalle nostre certezze, dalle nostre comodità, dalle nostre acquisizioni. Ci turba, ci inquieta, perché smuove il nostro orizzonte moderno privo di morale ma saturo di moralismi, un orizzonte che, con sguardo profetico, egli sembrò conoscere già quarant’anni fa. Un tempo e un luogo in cui lo sviluppo si allontana sempre di più dal progresso:

«Il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto nemmeno la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non ci metto della retorica in questa mia affermazione. Lo dico perché la cultura piccolo-borghese, almeno nella mia nazione, ma anche in Francia e in Spagna, porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari ha sempre una certa grazia, che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice…  Io credo nel progresso, non credo nello sviluppo e nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà semmai una svolta tremendamente triste, quasi tragica».

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