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New York, come non ne avete mai sentito parlare

Diario di viaggio di Alfonso e Francesca: nove giorni a New York senza parlare della Statua della Libertà, dell’Empire State Building e di cose simili

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Il nostro Alfonso Santagata a New York

Notte zero. New York ci ha accolti con un orgasmo. Quello proveniente dall’interno 3 D, due porte a sinistra rispetto l’appartamento che abbiamo affittato. Le urla si sono diffuse nello stretto corridoio, vagamente spettrale, con l’illuminazione al neon e il pavimento verde. Arrivare al nostro alloggio, a cinquanta metri da Central Park, quartiere Upper West Side, non è stato facile: il fuso orario, nove ore di volo con scalo a Reykjavík, la metro di New York che non è come quella di Anversa, col suo bailamme di barboni, ragazzi seduti sul pavimento unto a mangiar pizza, poliziotti che urlano, musicisti, pezzenti e umanità varia.

Giorno zero. «Io mi sono stancata dei viaggi “quattro giorni e tre notti con la Ryanair”». Il viaggio a New York è iniziato con questa frase. Pronunciata da Francesca. La Grande Mela ha vinto il ballottaggio con la Thailandia e la California.

Giorno uno. La prima sorpresa sono le macchine in doppia fila parcheggiate davanti casa. Non ne vedevo da un po’. La seconda è la scoperta che nella metro non sono indicati i capolinea. Nella maggior parte dei casi la direzione è “Uptown” o “Downtown”. Il che avrebbe anche senso se conosci la città ed hai ben presente se la tua meta si trova a “nord” o a “sud”. Poi le scale mobili. Bellissime, comode quando c’è molto da camminare e praticamente mai viste.

Giorno due. Avevo dieci anni e passeggiavo per Napoli con mio nonno l’ultima volta che ho visto un sciuscià. Li ho rivisti dopo venti anni vicino Wall Street. È il passato che resiste e mi piace pensare che non sia un caso se sono proprio in questa zona della città. A poche vie dai lustrascarpe si trova infatti la St. Paul’s Chapel, la più antica chiesa di Manhattan. L’ingresso sul retro è proprio di fronte al One World Trade Center, il quarto grattacielo più alto al mondo, e per arrivare alla porta d’entrata della chiesa bisogna attraversare un cimitero dove antiche lapidi spuntano dal prato verde.   (foto 1 – fonte)

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foto 1. Il cimitero di St. Paul’s Chapel

Giorno tre. La gente è lo spettacolo più bello e non si paga il biglietto per vederlo. Assistere al tentativo di fermare un taxi è uno di questi spettacoli. Soprattutto quando sono in due a volerlo fare, a un metro di distanza l’uno dall’altro. Si sporgono dal marciapiede, alzano il braccio e tu ti fermi e guardi, cercando di indovinare davanti a chi si fermerà l’autista. Oggi un taxista ha preferito una giovane ragazza con un abitino leggero a un uomo giacca-e-cravatta con figlio a seguito, per esempio. E ti domandi se in tutto questo c’è una logica, o se è tutto figlio del caos.

Il fiume. Il traghetto arancione che gratuitamente porta i pendolari a Staten Island è la cosa migliore che si può fare a New York gratis. Basta sporgersi da parapetto per vedere il porto, i grattacieli di Lower Manhattan, il ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà e tutte le imbarcazioni che affollano questo tratto dell’Hudson e dell’East River, compreso il gommone della Coast Guard che ci ha scortato sia all’andata che al ritorno. New York non è solo cemento, musei e parchi, c’è anche l’acqua, cosa che viene spesso dimenticata.

Giorno cinque. Nei musei dovrebbero vietare: 1) le foto, tutte, non solo i selfie che sono il minore dei mali, 2) l’abbigliamento da spiaggia, 3) il casino. Al Metropolitan, come al MoMA e al Museo di Storia Naturale è un delirio di urla, persone in posa davanti ai quadri e confusione varia. Sono una persona che nella maggior parte dei musei si annoia dopo venti minuti ma quei venti minuti me li voglio godere in un ambiente silenzioso e interessato a quello che si sta osservando. Poi, che senso ha fare una foto a un quadro quando la si può scaricare di qualità migliore? (foto 2 – fonte: fatta da Francesca)

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foto 2. Un turista un po’ grullo davanti una scultura Futurista

Williamsburg (Brooklyn). Un quartiere un po’ anonimo si riempie di artisti o presunti tali. Diventa una zona universitaria senza università, la birra diventa local, il cibo organic, la moda hipster e gli oggetti vintage, ovvero monnezza venduta a prezzi che lasciamo perdere. Ma è un bel posto. Con tanto di spiaggetta e parco che permette di vedere lo skyline di Manhattan.

Camerieri. In Belgio, ogni tanto, una nostra collega (Alfonso e Francesca vivono ad Anversa e lavorano insieme, ndr) viene con la sua cagna in ufficio. Ormai l’animale ha preso confidenza e la mattina gira tra gli impiegati elemosinando cibo. Non si accosta per essere accarezzata o per farti compagnia: quando si siede e ti guarda con gli occhi spalancati lo fa con un secondo fine. Stessa sensazione a New York quando un cameriere si avvicina tutto sorridente, riempiendoti di domande e attenzioni. Lo fa per la mancia? O perché è davvero curioso di sapere se tutto è occhei?

Hamburger. In nove giorni abbiamo mangiato pizza, tacos, begel e hamburger. Mi concentro su quest’ultimo aspetto. Il panino di Shake Shack è come quello di un comune fast food. Da New York Beer Company abbiamo mangiato un hamburger alto come la faccia di un bambino. Il panino di Burger Joint non è il migliore ma il posto è fighissimo: per raggiungerlo bisogna attraversare la hall di un albergo di lusso, superare lo sguardo diffidente del concierge e scansare una pesante tenda rossa. Un locale clandestino, insomma, spartano, buio e con graffiti lungo le quattro pareti. Il massimo è però P.J. Clarke’s. Hamburger sublimi, arredi in legno, musica e atmosfera anni ’20. (foto 3 – Fonte: fatta da me)

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foto 3. hamburger di P.J. Clarke’s

Giorno nove. Ultima sera a New York. A Times Square abbiamo visto, nell’ordine: uomo travestito da Statua della Libertà con gli occhiali da sole, ragazzo che offriva abbracci, uomo che leggeva la Bibbia attraverso un altoparlante, uomo di colore vestito come la Statua della Libertà nera con foglia di maria sul petto, gruppo di persone vestite da personaggi Disney, ragazze in topless e dipinte di rosso-bianco-blu, nano che pubblicizzava uno strip-club, replica della DeLorean (un dollaro per le foto), due tizi con altrettanti serpenti al collo.

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