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Storia d’amore, di musica e di parole

imageSenza la musica la vita sarebbe un errore: lo diceva Nietzsche che vedeva, in quest’ultima, un’espressione del dionisiaco, dell’irrazionale, dell’illogicità, e, sopra ogni cosa, della verità. Tale assunto è facilmente verificabile nella nostra quotidianità; accade spesso, e a tutti, di rifugiarsi nella musica, si sfugge dal mondo e ci si ritrova nelle note di canzoni che altri sembrano aver scritto, e cantato, per noi.

Ci sono canzoni che diventano “colonne sonore” di una vita intera e poi ci sono anche vite che prendono il ritmo calibrandolo su quello di parole nate per un pentagramma. Nel primo caso la musica aggiunge suono alla vita, nel secondo, la vita, senza quelle note parlanti, non avrebbe la forza del suono. Forse sembra un’iperbole, ma è un’iperbole più sensata che paradossale. Sono quasi certa, infatti, di non essere la sola ad adorare un “idolo” musicale, una figura esistente ma immateriale (viva ma non presente se non nei cd, nei concerti, in radio, nelle interviste) che influisce  su di noi quasi  fosse uno di famiglia, una divinità, come lo era la musica per il grande Friedrich, che diventa certezza nell’incertezza, consolazione costante, rivelazione assoluta.

imageSi chiama Francesco Guccini, ma mi piace chiamarlo Francesco, solo Francesco, perché non è semplicemente il mio cantautore preferito, è anche un po’ padre, nonno, fratello, zio, cugino; è tutto l’uomo della mia vita, anche se per metà compagno e per metà amante. Sa anche essere migliore amico, ex fidanzato, e quel ragazzo arrogante e per sempre sbagliato. Era ragazzo quando non ero ancora nata, uomo mentre ero bambina e poi adolescente, un gigante buono e un filo stanco, adesso che sono donna. L’ho cantato sul pavimento del salotto, con mio padre, al posto delle canzoni dello Zecchino d’Oro, chiusa in stanza quando non sapevo cosa fare, in auto quando avevo vergogna o paura. Sotto la doccia quando ero arrabbiata. Sempre nel mondo per sentirmi viva. Tutte le volte in cui non sapevo se andare o restare. Sotto i suoi palchi fino a farmi impazzire la giugulare e in posti lontani da casa che diventavano uguali solo con lui e con i suoi racconti speciali. La mia vita è tutta lì nei suoi 23 album. Mi ritrovo nella musicalità che è più nelle frasi in sé che non nelle note arrangiate, nei componimenti che hanno tutti il sapore di poesie, nelle canzoni che giocano con le parole, un giocare che rende loro giustizia e le dipinge come centro del mondo. Canzoni nate di notte, tra bicchieri di vino, sigarette mai spente, ansie consumate di sapere e non sapere. Racconti e storie degli altri, ma che diventano nostre. Ai Che Guevara, ai Cristoforo Colombo, agli Ulisse, ai Don Chisciotte, alterna i pensionati tristi ma sapienti, gli amori mai scordati, le cose quotidiane. Si toccano, ancora prima di sentirsi, la noia, la forza, il coraggio, le inquietudini, il peso dei ricordi e la leggerezza degli sbagli imprescindibili. Guccini insegna la grandezza insuperabile dell’uomo che sa di essere piccolo e “coglione”. Lo amo davvero, come si ama un eroe: brinda col vino rosso, non con lo champagne, perché sa che per vincere non bisogna prendersi mai troppo sul serio. E insegna la vita, così :

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