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Peter Kernel: «Suonare dal vivo è un’esperienza vitale»

Peter Kernel sono Aris Bassetti (voce, chitarra e graphic designer) e Barbara Lenhoff (voce, basso e film-maker), band svizzero-canadese “art punk” nata circa dieci anni fa. Li seguo da circa due anni, ma ho il piacere di vederli e ascoltarli dal vivo per la prima volta l’11 aprile di quest’anno al Ligera di Milano. Sono rimasta letteralmente estasiata dal loro live. Ho ballato, cantato e sudato tutto il tempo. Uno di quei concerti che risveglia e coinvolge tutti i sensi e che vorresti non finisse mai…

Emozioni personali a parte, ora cerchiamo però di ricostruire la loro storia e di conoscerli meglio, mediante questa intervista rilasciata in esclusiva per Pauranka WebZine.

Peter Kernel

Foto di Giacomo Marchetti

Ciao Aris, ciao Barbara, dopo aver letto la vostra biografia, definirvi musicisti è davvero riduttivo. Iniziamo per gradi: prima di parlare di voi come Peter Kernel, ci raccontate chi eravate e come vi siete conosciuti?

«Sia io che Barbara ci siamo diplomati come Designers in Visual Communication, ma in anni diversi. Quando Barbara era studentessa, io ero già assistente in questa stessa scuola. Dal punto di vista musicale io ero già da tempo attivo con altri progetti, mentre Barbara nel tempo libero faceva istallazioni video interattive molto sperimentali. Abbiamo iniziato a collaborare proprio per scrivere la musica del lavoro di diploma di Barbara e lì è iniziato tutto».

 

Agli albori, i Peter Kernel erano quattro. Ora siete in due fissi più il batterista intercambiabile. Quando e perché nasce questo progetto?

«Nel 2005, dopo aver lavorato alla musica del diploma di Barbara ci siamo resi conto che sarebbe stato divertente suonarla live, quindi abbiamo chiamato Däwis, un amico batterista, e dopo qualche concerto abbiamo coinvolto anche una chitarrista: Anita. Ad un certo punto eravamo due coppie; e fin lì tutto bene. Ci si incontrava almeno 4 volte la settimana per fare le prove, e quando capitava si facevano anche concerti. Poi, però, Däwis e Anita si sono lasciati e tutto si è complicato fino ad arrivare al 2010, quando di fronte alla proposta di Spencer Krug dei Wolf Parade di aprire il loro tour europeo ci siamo ritrovati da soli io e Barbara. C’è stato un momento di crisi dove pensavamo di dover declinare l’invito e addirittura smettere con i Peter Kernel, ma per fortuna abbiamo conosciuto Ema, che in pochissimo tempo ha imparato il set e così siamo partiti in tour. Risale all’uscita del secondo disco “White Death Black Heart” (2011) che Ema ci ha comunicato di volersi dedicare ad attività che fossero solamente sue. A quel punto abbiamo deciso di rimanere in due e di preparare più batteristi, in modo da poter suonare sempre di più, anche perché a partire dalla fine del 2011 avevamo deciso di fare solo musica. Suonare dal vivo era diventato vitale».

 

La vostra formazione come graphic designer e film-maker sono un valore aggiunto per il vostro lavoro di musicisti…

«Decisamente. Ci riteniamo molto fortunati per questo. A dire il vero se possiamo vivere di musica è soprattutto perché facciamo tutto noi: grafiche, video, magliette…».

 

Chi ha scelto il nome della band? Ha un significato specifico?

«Inizialmente ci chiamavamo El Toco, ma siccome poi sui giornali storpiavano il nome con “El Loco” o addirittura ci definivano “trio salsa-latino”, abbiamo infine optato per Peter Kernel. “Peter” è stato scelto per connotare un qualcosa di molto comune (è un nome decisamente diffuso) e “Kernel” rappresenta il nucleo di qualcosa. Quasi due opposti, visto che abbiamo sempre amato giocare con i contrasti visivi e sonori».

 

Ci raccontate qualche aneddoto simpatico, o comunque degno di nota, sulla composizione dei vostri pezzi?

«Ce ne sono così tanti che non saprei da dove iniziare. Niente di eclatante, piccoli ricordi. Ad esempio, il giorno in cui dovevamo registrare la canzone “Keep It Slow” avevo un gran mal di testa e ho preso una pastiglia, solo che per sbaglio ho assunto un sonnifero. Sono stato completamente rimbambito per tutto il giorno e il brano quindi è uscito ancora più lento di come l’avevamo scritto. Oppure, ancora, ricordo che quando mettevamo mano al brano “They Stole The Sun” accadeva qualcosa di strano: pioveva sistematicamente. Giuro, ogni dannata volta! Anche se i giorni prima e quelli dopo spuntava il sole, quando andavamo in studio per provare quel pezzo iniziava a piovere. Ad un certo punto, poi, ha iniziato a farci visita anche un bellissimo gatto; Andrea (titolare dello studio “La Sauna”) ci ha detto che quel gatto spuntava solo quando c’eravamo noi; quando registravano altri gruppi, invece, non si faceva mai vedere. Poi, però, verso la fine della fase di missaggio abbiamo saputo che era stato investito, con la sua conseguente morte. Strane coincidenze».

 

Ci rivelate il vostro personalissimo podio di cantanti/gruppi preferiti?

«Molto difficile rispondere perché cambia di continuo. Però ci sono artisti che ci sono entrati sotto la pelle come Nina Simone, Ennio Morricone, Lucio Battisti, Fabrizio De André, ma soprattutto i Nirvana e i Morphine».

 

Barbara, ci racconti del progetto Camilla Sparksss?

«Durante un lungo tour di Peter Kernel, dopo l’ennesima volta che mi sono spezzata la schiena per scaricare il mio Ampex 8 coni dal furgone ho detto ad Aris che dovevamo fare un progetto più “leggero”. Inizialmente lui era contrariato, poi però ci siamo detti che sarebbe stata una buona occasione per sperimentare con l’elettronica (visto che piace a tutti e due) e così ci siamo buttati a capofitto in questa nuova idea. Abbiamo preso un synth, un sampler e abbiamo sperimentato con tutto ciò che produceva suoni. Il risultato è una versione elettronica di Peter Kernel. La medesima cosa, ma sul palco ci vado solo io con una ballerina. Se andassimo tutti e due sul palco forse apparirebbe un po’ strano agli occhi di chi segue anche i Peter Kernel. In futuro però chissà, magari cambieremo forma».

 

Da musicisti a produttori. Come e perché nasce On The Camper Records?

«Noi viviamo in una piccola regione della Svizzera dove si parla italiano e per anni è stato difficile uscire da qui per fare musica: per l’Italia non siamo italiani e per il resto della Svizzera avevamo l’impressione che non ci considerassero proprio. Abbiamo pensato allora di creare qualcosa che avesse più voce in capitolo, unendo le forze; quindi abbiamo contattato tutti i gruppi della zona che ci piacevano (e ci piacciono!) e li abbiamo coinvolti nella nostra idea di etichetta. Dal 2006 pubblichiamo solo gruppi della Svizzera Italiana e ne siamo molto fieri».

 

Coppia nella vita e a lavoro. Come fate ancora a sopportarvi e supportarvi?

«In modo molto naturale. Oramai siamo assieme da 10 anni, 24 ore su 24 e facciamo tutto assieme. Da qualche parte abbiamo trovato l’equilibrio giusto, anche se spesso è difficile perché non ci si consola a vicenda visto che bene o male viviamo esattamente le stesse cose, le stesse emozioni e gli stessi scazzi. I momenti difficili sono duri, ma li abbiamo sempre superati suonando in giro».

 

Barbara, ci sveli il pregio e il difetto più evidenti di Aris?

«Pregio: compensa il mio essere poco sociale. Difetto: è ipocondriaco».

 

Aris, ci sveli il pregio e il difetto più evidenti di Barbara?

«Pregio: è molto determinata. Difetto,  che non è un difetto, ma una cosa strana: Parla al maschile perché è lingua madre inglese. Non ha nessun accento, ma parla al maschile, quindi suona mooolto strano».

 

Siete impegnati in così tanti progetti che posso definirvi solo “artisti poliedrici”. Ma facciamo una ipotesi. Vi dovete presentare di fretta a chi non vi conosce. Come lo fate? 

«In genere diciamo solo “Ciao, siamo Aris e Barbara, suoniamo in due gruppi”. Poi se la persona di fronte ha interesse parliamo e vengono a galla anche tutte le altre cose, ma in generale non ci piace raccontare troppo, ci sembra di essere egocentrici e noiosi».

 

Torniamo a voi come Peter Kernel; a quale pubblico siete più affezionati e perché?

«Ogni pubblico è diverso. Ad esempio suonare nello stesso locale, ma distanza di mesi o di anni, implica l’incontro di un pubblico sempre diverso. A noi piace quello che si lascia andare; che entra nel concerto con la voglia di stare bene, di muovere i piedi e di dimenticare ciò che c’è fuori per un attimo. Il pubblico per noi è terapeutico: se riusciamo ad entrare in connessione con lui stiamo da dio, se questa connessione viene a mancare ci sentiamo fiacchi. Per noi il live è la cosa più bella e importante del nostro lavoro».

 

A gennaio è uscito “Thrill Addict”, dopo quasi quattro anni di attesa, che in poco tempo ha riscontrato un gran successo di vendite. Potete già anticiparci qualche progetto futuro?

«Al momento stiamo ancora promuovendo il disco in giro per l’Europa. Ma stiamo anche già buttando giù piccole idee per nuovi brani Peter Kernel e Camilla Sparksss, solo che siamo lentissimi perché abbiamo poco tempo. Possiamo sicuramente dire che vorremmo pubblicare un nuovo disco Camilla Sparksss entro la fine del 2016 o l’inizio del 2017».

 

Come vi immaginate fra dieci anni?

«Spero ancora su un palco. Vecchi e grassi, ma soddisfatti».

 
Discografia Peter Kernel:
How to Perform Music for a Funeral (2008)
White Death & Black Heart (2011)
Thrill Addict (2015)
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