Articolo

NOEL GALLAGHER, UN INCONTRO INASPETTATO

9 luglio 2013

A volte il mondo sembra andare al rovescio.  Sarà in onore della vittoria a Wimbledon di Murray o dell’ormai prossima venuta al mondo del figlio della principessa Kate, ma il sole splende imperterrito su Londra, mentre Roma è stranamente ricoperta di pioggia. Sono nella capitale britannica da quasi una settimana con gli altri membri della mia band, i Charly Moon. Fa proprio caldo, in metro c’è da sudare, e giriamo in tarda mattinata con i nostri cd freschi di stampa alla ricerca di case discografiche a cui fare ascoltare il nostro lavoro. Dopo essere andati dalle majors principali ci dirigiamo verso l’ “Ignition records”, quando ormai è quasi ora di pranzo.  Giunti sul posto, mi apre la porta una donna bionda piuttosto giovane, a cui spiego il motivo della nostra visita. Dopo averle consegnato due copie dei nostri cd, la conversazione sta per volgere al termine, ma pochi secondi prima che la porta davanti a me si chiuda intravedo passare nella stanza davanti a me Noel Gallagher. Faccio in tempo a chiamarlo, facendogli un gesto per salutarlo: lui risponde al mio saluto, mentre la porta davanti a me viene chiusa. Incredibile. A pochi passi davanti a me c’era il cantautore inglese, ora solista, in passato mente degli Oasis, uno 1044216_538614749519346_1716769287_ndei gruppi pop-rock più importanti almeno degli anni novanta. E, se ci sono persone (poche) che nemmeno sanno chi sia Noel Gallagher, per me, Luca Cicinelli, questo nome assume una grande importanza, perché le sue canzoni hanno sempre significato molto nella mia vita. Quando penso agli Oasis non posso fare a meno di pensare ai loro concerti, a quando praticamente obbligai mia sorella ad accompagnarmi a quello del primo maggio 2002, a quello che ho visto in prima fila l’estate di quello stesso anno con il mio amico Gabriele dopo un’attesa estenuante fuori dai cancelli per entrare tra i primi, a quello al Palalottomatica visto con il mio amico Emanuele dopo avere fatto ore e ore di fila per avere i biglietti. File, attese interminabili, ore spese a tradurre i testi di Noel dall’inglese con il vocabolario: quel pizzico di sofferenza necessario per ogni  vera soddisfazione. Penso a me, che suono e canto a vent’anni le canzoni degli Oasis insieme ai turisti in Piazza di Spagna perché sì,  è vero, con il tempo ho amato anche altri gruppi, altri autori, altri generi: sono cresciuto, ma non ho mai dimenticato gli Oasis, non ho mai smesso di amarli. Ed ora che Noel, l’autore di quei testi e di quelle melodie sta lì, dietro quella porta, dovrei andarmene? Non esiste. Per gli altri della band quell’uomo non ha certo avuto l’importanza che ha avuto per me, ma le sue canzoni piacciono anche a loro. Non ho quindi neanche bisogno di convincerli ad “appollaiarci” nei pressi dell’ “Ignition records”, aspettando che il cantautore esca per incontrarlo. Neanche cinque minuti ed arriva un taxi. “Noel non sa guidare” penso “mi sa che è per lui”. Il taxi, infatti, si ferma davanti al portone della casa discografica, da cui il musicista esce dopo pochi secondi. Gli corriamo incontro, io per primo, col cuore in gola: gli dico che sono un suo grande fan e gli chiedo se possiamo farci una foto insieme. Noel è più basso di come me lo immaginavo, è molto magro, visibilmente accaldato dalla temperatura, altissima per quelle latitudini. Veste una camicia a maniche corte e la sua espressione è piuttosto indecifrabile, nascosta dietro a un paio di occhiali da sole, mentre quello che stringe sotto al braccio destro è probabilmente un Moog (un sintetizzatore analogico). Per la foto non c’è nessun problema, mi dice con gentilezza. Di foto, in realtà, ne scattiamo due: in una sono solo io vicino a lui, nell’altra tutta la band, con Giuliano (uno dei chitarristi) che tiene in mano un nostro cd a pochi centimetri da Noel, quasi come se l’autore di “Don’t look back in anger” fosse parte del nostro gruppo o il nostro produttore. Non gli chiedo l’autografo, perché ho sempre pensato che sia una cosa piuttosto stupida chiedere a qualcuno una firma quando si può avere un ricordo molto più vivido come una fotografia.

1000775_538658762848278_573138511_nIn realtà, pur avendo avuto da anni il desiderio di incontrare Noel di persona, non immaginavo che quell’incontro potesse riempirmi così tanto di gioia. Forse la sorpresa per un avvenimento così improbabile e inatteso aveva contribuito a riempirmi di un’elettricità positiva, o forse ho sempre un po’ sottovalutato l’emozione derivante da certi incontri. Prima che Noel salga sul taxi, gli dico che siamo un gruppo e che abbiamo registrato un disco, gliene porgo una copia e gli dico che se ne ha voglia può ascoltarlo. Noel mi fa cenno di sì con la testa, prende il cd, mi dice “Ok, thanks”, con un tono molto cordiale. Poi siamo noi a ringraziarlo, prima che lo sportello del taxi si chiuda, lasciandomi con la sensazione di essere a metà tra il sogno e la realtà, senza che io dica nient’altro a uno dei miei idoli musicali. Perché c’era troppo poco tempo per spiegargli troppe cose. Come facevo a spiegargli  che quando ascoltai per la prima volta “Wonderwall”  degli Oasis  fui letteralmente sconvolto dalla sua bellezza ipnotica tanto da farmi iscrivere ad un corso di chitarra da mia madre? Avevo deciso che volevo imparare a suonare la chitarra e a scrivere canzoni. Come spiegargli, in pochi minuti, di un sedicenne che entra in camera, chiude la porta e le delusioni adolescenziali, accende lo stereo e fa esistere soltanto la speranza e la musica mentre canta a squarciagola gli Oasis rompendo le palle a vicini e familiari? E di un ragazzo che risparmia sulla paghetta settimanale per la gioia di comprare un cd su cui scoprire qualche nuova perla fino a costruire una collezione invidiabile di cd, rarità e bootleg? Come spiegargli tutto questo e molto altro ancora in pochi istanti, senza essere retorico e banale? “Sono cresciuto ascoltando le tue canzoni”. “Ho deciso di suonare dopo aver ascoltato le tue canzoni”. “Gli Oasis sono stati la colonna sonora della mia vita”. Sono frasi che avrei potuto dirgli benissimo, ma chissà quante altre persone lo hanno fatto. In pochi, però, hanno probabilmente avuto la fortuna che ho avuto io, di dare direttamente nelle sue mani un disco che mi vede come voce di una band, tra gli autori della parte musicale e autore dei testi (in inglese). Se davvero Noel ascolterà “Twenty Million Colors”, l’album auto-prodotto dei Charly Moon, o forse se semplicemente non lo getterà via, vorrà dire che sarò riuscito davvero a comunicargli qualcosa in maniera mia ed originale. Ma alla fine lo ascolterà davvero?  E se lo farà gli piacerà oppure no? Le domande, come fanno di solito le parole, vengono spazzate via da un’immagine che ne prende il posto. Prima che il taxi su cui siede si allontani, inghiottito da quel turbinio di vita e frenesia chiamato Londra, Noel ha in mano il mio disco, lo fissa. Ho la sensazione che la copertina, con il disegno di un bambino che arrampicato su una scala dipinge la luna, lo abbia incuriosito perché anche quando gli avevo dato il disco era rimasto a fissarla per un bel po’. E forse la mia sensazione è sbagliata, però mentre lui guarda la copertina del mio disco incellofanato ripenso a tutte le volte in cui sono stato io a fissare i suoi dischi prima di scartarli. Sì, dev’essere così, in questi giorni il mondo a Londra va un po’ al rovescio.

blog comments powered by Disqus