Articolo

“Into the wild”(2007) – Riflessioni sempre attuali

Un concept sui generis scritto per accompagnare il percorso del viaggiatore in cerca di sé stesso: è Into the wild, l’album di Eddie Vedder che fa da colonna sonora all’omonimo film ispirato alla storia on the road di Christopher McCandless

“Lasciarsi tutto alle spalle e andare via” attraversando sentieri incerti ed ostili, vagabondare senza mete né confini alla ricerca di tutto o forse niente, come se l’unica via d’uscita fosse legata alla partenza, abbandonando i precedenti errori per ricominciare in un posto migliore.

L’evasione è un sentimento primordiale che accomuna un po’ tutto il genere umano: chi nella vita non ha pensato, anche solo per un istante, di fuggire, di remare contro le logiche precostituite di un sistema imposto che sembra esser calato dall’alto?
Ne fa da esempio la vita di Christopher McCandless, un giovane natìo del West Virginia che, in seguito alla conclusione del college, abbandona la famiglia e la sua condizione di agiatezza per intraprendere un lungo viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti, fino a giungere nelle gelide terre dell’Alaska, luogo in cui troverà la morte.

Questa incredibile e tragica storia on the road, tesa all’incondizionata ricerca della felicità, ha ispirato in Jon Krakauer la scrittura del romanzo Into The Wild – Nelle terre estreme (1996), romanzo sul quale si baserà l’omonimo film scritto e diretto da Sean Penn (2007); ad Eddie Vedder (front man dei Pearl Jam) il regista affiderà la realizzazione della relativa colonna sonora in cui debutterà come solista.

Sembra quasi impossibile riuscire a descrivere le singole tracce del disco soundtrack evitando parallelismi con le suggestive scene del film: quasi come in un gioco a ruoli invertiti vien da pensare se siano le canzoni ad essere la colonna sonora del film o, viceversa, se sia il film stesso ad essere congetturato su quelle melodie ammalianti.

Into the Wild

Benché sia il primo lavoro discografico non accompagnato dalla sua storica band, Eddie Vedder riesce ad infondere la sua indiscussa personalità artistica, sbalordendo come sempre l’ascoltatore traccia dopo traccia, descrivendo minuziosamente i vari punti del lungo viaggio del giovane McCandless nelle “terre selvagge”.

Undici canzoni dal sound folk rock per poco più di trentatré minuti di ascolto: si parte da un agile ballad Setting Forth in pieno stile PJ ma depurata dalle classiche distorsioni, passando poi per No Ceiling in cui il bit cala e cede il posto alla riflessione («Me ne vado da qui credendo più di prima che c’è una ragione per cui tornerò»); il terzo brano è Far Behind e abbraccia appieno l’idea libertina di McCandless: «Le tasche vuote concederanno un più grande senso di ricchezza». Da questo momento in poi le canzoni mutano e l’iniziale sonorità lascia spazio all’introspezione e ad un’analisi più intima del personaggio: l’unico suono da camera dell’ukulele in Rise apre le strada a Long Nights in cui si avverte un senso di paura e di sconforto percepibile anche nel film: «Non ho paura quando sarò solo/ Le luci si spengono/ Mi lasciano sentire che sto cadendo»; un minuto di arpeggio per il sesto brano Toulumne per poi passare ad una straordinaria cover di Big Hard Sun di Gordon Peterson (1989). Si arriva al brano più emblematico del disco, Society, e qui la voce delicata si contrappone alla denuncia di una spregevole società della quale pure facciamo parte: «Abbiamo un’avidità con la quale abbiamo accettato di convivere/ pensi di dover volere più di quello di cui hai bisogno/finché non hai tutto non sarai libero/Società sei una razza folle e spero che non ti senta sola senza di me». Nona traccia da brividi, solo da vocalizzi ed evocazioni a scenari ghiacciati e desolati che lasciano intendere un senso di profonda disperazione; «Non sarò l’ultimo e non sarò il primo a trovare una strada dove il cielo incontri la Terra» è invece il raffinato inizio di End of the Road. Il disco si conclude toccando la vetta emozionale con Guaranteed: «il vento è tra i miei capelli, mi sento parte di ogni posto/ al di sotto del mio essere c’è una strada che è scomparsa/ a notte fonda sento gli alberi, stanno cantando con i morti lassù…».


Into the Wild è un disco unico, un concept sui generis scritto per accompagnare, in itinere, il lungo percorso del giovane viaggiatore in cerca di sé stesso. Per questo, forse, il suo ascolto necessita quasi inevitabilmente la preventiva visione del film.
Un’opera trina che fa risplendere la sua bellezza tramite il romanzo, il film e l’album destinato a sedere accanto ai grandi cult, lasciando al fruitore la possibilità di distaccarsi brevemente dalla realtà e immedesimarsi in quello spirito libero e anticonformista che in fondo è parte nascosta, ma sempre viva, in tutti noi.
Concludo citando le parole di Christopher Johnson McCandless (rinominato Alexander Supertramp) sulle quali vale la pena riflettere:

«Happiness only real when shared»

blog comments powered by Disqus