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Bruce Springsteen al “Rock in Roma” – Ippodromo Capannelle

Roma, 11 luglio 2013

Bruce-springsteenTenuta estiva: pantaloncini comodi, maglietta leggera. Occhiali e zaino da battaglia. Sono in ritardo, ma era compreso nella mia tabella di orari. Ma arrivo a Roma Termini stranamente in anticipo sul solito orario del treno. L’evento (di per sé straordinario) non mi scuote, il mio interesse è tutto per un altro treno, che altrettanto rapidamente mi porterà vicino Ciampino, all’ippodromo delle Capannelle, dove da anni ormai prende luogo la rassegna di concerti Rock in Roma. Da fedele frequentatore, anche quest’anno ci sono: oggi c’è Bruce Springsteen, di ritorno nella città eterna dopo quattro anni di assenza. Quel tipo di concerto che ogni fan del buon rock dovrebbe forse almeno una volta frequentare; una pietra miliare.
Aspettative alte, infatti. mii domando se il Boss, un uomo oggi di 63 anni, riesca ancora a far godere il pubblico di quello show che a me, giovane ventenne, solo i numerosi video su Youtube hanno fatto conoscere.
Incontro i miei abitudinari compagni da concerto, mi accolgono con zaini strapieni di panini e acqua fresca. Serviranno. Ci inseriamo, “all’italiana” ammetto, nella lunga fila che dalle 7 ci dicono attende alle porte dell’arena adibita; i braccialetti che permettono l’accesso al PIT – la zona recintata proprio sotto il palco – sono finiti in qualche minuto e giacciono già da ore attorno ai polsi dei fan più accaniti. Scopro che è un pubblico tra i più eterogenei che abbia mai frequentato nelle ore pre-adrenalina. Ci sono ragazzi e ragazze ovviamente, magliette con la faccia dell’idolo ben stampata e cappelli country d’occasione; ma anche famiglie, persone adulte che lo seguono da anni, anzi decenni. Lo seguono abitudinariamente, fedeli. Ricordano con scrupolo le scalette dei concerti precedenti, a Napoli, a Milano, come a Berlino o Parigi. Finalmente entriamo, l’acqua è già finita. Prendiamo posto subito dietro al PIT, siamo a neanche 30 metri dal palco, buona visibilità.
Il palco, appunto: gigantesco si staglia a centinaia di metri di distanza, un complesso enorme davanti al sole, che tutti accompagniamo al tramonto. E due bandiere in alto, a cui spesso penserò in queste ore: a destra quella statunitense, a sinistra quella italiana.
Nell’ilarità scatenata dall’adrenalina, chi ebbro di alcol e chi schiantato dal sole, aspettiamo tre ore, prendendo posto, lottando da sdraiati e sonnecchianti per centimetri di posizione.

Inizio, aprono i Cyborgs. Musica garage-blues, che si fa ben volere: chitarrista-cantante e batterista-pianista, entrambi con tenuta e casco da saldatore a coprire i connotati. Talento e mistero, da seguire.
Poi però eccoci. Luci, musica. Entrano i componenti della E Street Band, i fratelli e le sorelle di Bruce. Risuona la sua voce, attesa dal momento in cui ognuno dei 35mila fan ha comprato il costoso biglietto: “Can you feel the spirit?”. Tripudio, non lo vedo già più, si alzano cartelloni e mani, mai quanto le urla. Inizia la festa, finirà dopo ben tre ore e mezza.
Si salta, ci si abbraccia e si canta ai primi pezzi all’unisono, specie durante “Badlands”.
Non si spinge, non è danza sfrenata, non si ‘poga’ (dal gergo) ovviamente. Ma posso assicurare che si ‘sculetta’ abbastanza, è il rock’n’roll fratello! È contagioso, è un ballo facile, tutto al tempo di due schiocchi di dita.

Il Boss non si ferma, non stacca, è un continuo alternarsi di suoni: la fila dei fiati è primeggiata dal nipote del caro e troppo presto scomparso Clarence Clemons, Jake; poi c’è il pianoforte Roy Bittan, le chitarre che aiutano il capo negli assoli e ai ritornelli, Nils Lofgren e soprattutto Steven Van Zandt, e Max Weinberg all’energica batteria, ed altri meno noti ma essenziali nell’armonia che accompagna da trent’anni questi concerti di successo.
E lui, Bruce, che regge il palco come avesse vent’anni di meno: fisico roccioso, sudato come noi. Su e giù per le pedane, si inoltra nelle prime file, ne viene quasi risucchiato, cerca il contatto continuamente. Conosce il suo pubblico, lo corrisponde, ne prende la linfa vitale.
Lo stesso pubblico di cui dubitavo solo poche ore fa. E mi capita di riflettere a riguardo, in un momento di pausa dal ballo, riconoscendomi un po’ pedante. Le bandiere mi tornano agli occhi: gli Stati Uniti, giovane patria della libertà, esempio di democrazia nell’ultimo ventennio e oltre; l’Italia, criticamente in cerca della propria quadratura politica, pesante culturalmente quanto giovane nelle istituzioni. Il sogno del borghese self-made incontra tutta la passione per il carisma.
E due vie di rivogersi alle masse.
Mi sorprendo: questo show, uguale da trent’anni, simile a tutti quei video in cui potevo solo battere le mani sulla mia scrivania, continua ancora oggi: è fresco e di successo. Comunicazione del capo, empatia del pubblico, continuo scambio, assenza di barriere – fisiche come morali e sentimentali.
Tre momenti fondamentali, che lampanti mi chiariscono la sua figura.
Innanzitutto, a neanche metà concerto osserva i cartelloni con scritti i titoli delle canzoni richieste dai suoi primi fan (che appunto sono preparati a questo gioco), ne prende cinque: esegue quelle canzoni, in accordo con tutta la band. Poco importa se già erano nella sua scaletta: hanno scelto i fan.
matrimonio-bruce-springsteen-300x225Poi, altro momento atteso, in due canzoni. La prima è “Waitin’ on a sunny day”, un topos: sceglie un bambino sempre dalle prime file (dal PIT, come detto), silenzio e microfono tutto per lui e per il ritornello, a cappella. Sei contro la retorica dei bambini che cantano in prima serata e che fanno bella figura solo in quanto innocenti bambini? Anch’io, ma ho sentito i brividi, e ho invidiato l’infanzia del fanciullo (http://www.youtube.com/watch?v=HGz-KaObTUw). E verso la fine, con “Dancing in the dark”: sceglie stavolta una donzella, che sale sul palco e balla con lui. Destino ha voluto che la ragazza avesse un cartello con “Please, dance with me, so my boy marries me”. Inutile dire che il ragazzo è salito infine sul palco, con l’anello e un bacio per lei, sempre davanti a tutti noi, che proprio non siamo riusciti a dargli del magnaccia, nonostante lo spettacolo da reality. Anche qui, urla di emozioni, tutti invitati al matrimonio.
Ultimo momento, il bis. Che diventa tris. Batteria dei classiconi “Born in the USA” e “Born to run”, poi trombe e riff da balera con “Twist and shout” e “Shout” sempre in prestito dagli Isley Brothers. Un’altra mezzora. E non finisce ancora, la E Street Band se ne va, dopo aver preso i doverosi complimenti e celebrazioni, rimane sul palco lui: armonica e chitarra, parte “Thunder Road”, intima. E i saluti finali, ‘Roma ti amo’ ripetuto come un’eco, una buona notte.
Così la voce del pubblico, uniforme in tutti i concerti, oggi viene accontentata. Non puoi non volergli bene, non puoi non credergli, non riesci a pensare allo spettacolo deciso a tavolino: espressioni e azioni da uomo di strada ti convincono che è tutto reale, e così è, ogni volta. Ti ricordi perché lo chiamano Boss, alla faccia dell’uso che facciamo noi italiani di quel termine. Gli credi, ti ha conquistato, ha scardinato i tuoi giudizi prevenuti sulla comunicazione di massa, e sulle tecniche di manipolazione. Il tuo, il mio pregiudizio negativo sulla pubblicità di se stessi.
Mi ha risposto: si, quest’uomo del ’49 è più giovane di molti artisti oggi in voga, sedicenti rockstar. E la sua musica è quantità, stadi sempre pieni, e qualità, i continui spazi che lascia alla sua squadra, band fidata.
Sembra la faccia di una democrazia che funziona, che rispetta i suoi elettori, e che ne viene dall’inizio rispettata. Fosse anche solo un discorso di forma, appunto: per questa sera ammiro l’efficacia. Sarà il sudore che inesorabilmente mi ha fatto sentire simile a chi, giovane ventenne nel tardo ‘68, prese una chitarra in mano, cercando gli accordi delle canzoni di Woody Guthrie, o ‘sculettava’ come un certo Elvis Presley.
Intanto quelle due bandiere ancora sventolano, per fortuna o purtroppo a debita distanza.

Scaletta:

1. Spirit in the night
2. My Love will not let you down
3. Badlands
4. Death to my hometown
5. Roulette
6. Lucky town
7. Summertime blues
8. Stand on it
9. Working on a highway
10. Candy’s room
11. Not fade away/She’s the one
12. Brilliant disguise
13. Kitty’s back
14. Incident on 57th Street
15. Rosalita
16. New York City serenade
17. Shackled and drawn
18. Darlington county
19. Bobby jean
20. Waitin’ on a sunny day
21. The rising
22. Land of hope and dreams

Bis:

23. Born in the Usa
24. Born to run
25. Dancing in the dark
26. 10th Avenue freeze out
27. Twist and shout
28. Shout
29. Thunder road (acustica)

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