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Da fashion blogger a influencer: il marketing divinità dei tempi moderni

Spopola su Instagram il mestiere dell’influencer. Soldi e un buon fotografo per iniziare. Poi la passione per moda e lifestyle, ma i rischi – quando si lavora alla mercé del dio marketing – sono numerosi…

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di Redazione

Influencermania. Ragazze più o meno belle, più o meno ricche che, attraverso il social network Instagram – nato per la condivisione di foto (più pop di Flickr, destinato agli addetti ai lavori) – e un blog personale, hanno stravolto la loro vita. E anche quella degli altri. Un bombardamento sociale inaudito. C’è chi fa più soldi, chi meno. E non chiamatele fashion blogger. La maggior parte alza il sopracciglio e si indigna. Per iniziare bisogna avere un gruzzolo da parte da investire in prodotti di bellezza, abiti, cibo bio o gourmet, viaggi, telefono top gamma e un fotografo molto bravo. Un business quasi assicurato. Potremmo perderci nella lunga – lunghissima – lista delle Chiara Ferragni di turno, ma non è questo il punto della riflessione.

Marketing di influenza. Il dio moderno. Legame indissolubile tra brand e terzi. Le influencer consigliano di utilizzare, comprare un determinato prodotto a potenziali acquirenti che si fideranno ciecamente e che a loro volta saranno influenzatori inconsapevoli. In una catena interminabile. Colma di promesse e desideri incontrollabili.

Realtà. Virtualità. Lavoro. Like. I confini sono piuttosto labili. Per chi decide di intraprendere questa carriera la realtà e la virtualità si mescolano di frequente. E dal lavoro non si stacca mai. O quasi. Anche la vacanza in luoghi magici è funzionale alla produzione. Lo scatto perfetto del tuffo in mare cela i minuti trascorsi a cercare l’inquadratura e il momento perfetto. Quello in cui i colori del tramonto sono mozzafiato e la posizione del corpo è statuaria. La cena è fotografare un piatto impeccabile, diventato oramai troppo freddo per essere ingerito. La visione di un panorama suggestivo deve essere catturato e condiviso. E non semplicemente vissuto. E non finisce qui: editing della foto, pubblicazione attenta con le giuste menzioni e hashtag e, infine, spasmodico monitoraggio dell’aumento di like, follower e commenti.

L’accumulo di “roba”. Le influencer accumulano così tanti abiti, trucchi, profumi, creme che non sanno nemmeno loro ritrovare se non attraverso un’attenta catalogazione. Scherzi a parte, la sfiga maggiore è che – abiti esclusi – la maggior parte di quei prodotti ha la data di scadenza. Dopo 12 o 24 mesi. Le soluzioni sono 3: o hanno case grandissime, o si incremano e improfumano ogni 10 minuti circa oppure sono molto generose e regalano prodotti ad amiche, mamme, cugine, donne conosciute in metro o al bar.

Sprechi. Consumi. Utopie. Senza voler troppo scadere in moralismi (non è questo l’intento dell’articolo), collegandoci ai punti di cui sopra, lo spreco è molto alto, così come lo è l’ossessione del consumo. E poi c’è l’utopia della gente comune che segue instancabilmente queste divinità dell’apparenza sperando in miracoli o cercando nella crema rimpolpante o nei calamari fritti immortalati la felicità. Forse apparente. Degli altri.

Essenzialità. Il marketing è al contempo divinità e demone dei tempi moderni. Una trappola in cui è facile cadere anche se assennati. Una necessità inspiegabile quella di apparire e di nutrirsi di like. Io non sono contro tutto questo a priori, sia chiaro. Sono contro l’estremizzazione. Perché sono fermamente convinta che accumulare troppa roba non serva. Che non bisogna aver paura di invecchiare. E che sarebbe necessario ricordarsi che la vita ogni tanto ha bisogno di coccole e privacy autentiche. E che un caffè con un’amica o la lettura di un libro sono momenti piacevoli anche se non vengono condivisi sui social…

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