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“Storia di una ladra di libri”

“Ciao, sono la fine del mondo. Scusate il disturbo, non volevo venire, imbarazzato credevo nell’avvenire”.
Inizia così il curioso testo de La fine del mondo, 7 ͣ traccia di 3:46 minuti dell’album Secondo Rubino del 26enne cantautore tarantino Renzo Rubino. Ascoltato così, in maniera distratta, il testo sia strumentale che letterario appare come un brano simpatico e lieve. Lo fischietti per un po’, ti senti leggero e torni così alla solita vita con quella giusta dose di carica necessaria. E a quelle note sembra di non fare più caso…

Poi giunge la sera, una sera qualunque. Si ha voglia di vedere un film e andando in modalità random e senza leggere né recensioni né commenti sul web, si opta per la visione di Storia di una ladra di libri, perché il titolo e il poster ci hanno incuriositi.

Quando però l’opera si rivela essere la trasposizione cinematografica di un romanzo, sarebbe sempre meglio leggere prima il libro e poi vedere il film. In questo caso non è successo (pazienza…).

storia di una ladra di libriIl film in questione – adattamento del romanzo The Book Thief di Markus Zusak – realizzato per la regia di Brian Percival, è giunto nei cinema italiani il 27 marzo 2014. La realizzazione prodotta dalla 20th Century Fox e dallo Studio Babelsberg, distribuita poi dalla stessa 20th Century Fox, ha ricevuto svariate nomination tra cui Oscar, BAFTA e Golden Globes.

La pellicola – girata tra Berlino e gli studi cinematografici di Posdam – appare sin da subito molto particolare per via delle battute d’apertura che si odono dalla voce del narratore onniscente extradiegetico (ossia: vi è la presenza di un narratore che sin dall’inizio sa già tutto della storia che andremo a visionare, solo che va a porsi al di fuori e al di là dell’universo narrativo). Si ascoltano le parole di questo narratore che si dice rapito da Liesel Meninger (interpretata da una eccellente Sophie Nélisse) e non possono che non tornare in mente le parole del testo di Rubino, che a poco a poco riaffiorano dal ricordo.

Il film di Percival è ambientato cronologicamente in un periodo storico che abbraccia tutta la Seconda Guerra Mondiale, eppure non è un film di guerra; è sì un drammatico, con tutte le particolarità che questo tipo di narrazione porta con sé (leggi razziali, provvedimenti riguardo cultura e pubblicità, durezza della vita, crudeltà sconsiderata verso i propri simili, annientamento dell’individuo, ecc…) e vi sono scontri a fuoco e bombardamenti, ma per gran parte del film queste ultime appaiono come un’eco lontano.

Ciò che risalta sin da subito è la fotografia asettica e fredda, caratterizzata da una luce eburnea, di Florian Ballhaus. Subito dopo l’attenzione si sposta sui personaggi Hans e Rosa Hubermann (rispettivamente interpretati in maniera davvero sublime e intensa da Geoffrey Rush ed Emily Watson): due ruoli in apparenza opposti, che poi si riveleranno faccia della stessa medaglia. Hans è più riflessivo e solo in apparenza tranquillo rispetto ad ogni avvenimento e situazione da affrontare; Rosa invece è impulsiva, priva di tatto, dagli atteggiamenti glaciali. Con il procedere del film però, Rosa si mostra per quello che è veramente: in un primo momento è una maschera costruita ad hoc per non lasciarsi sopraffare dall’evolversi dei terribili eventi, per svelarsi soltanto dopo come personalità fragile ed intensa, che teme, soffre, ha paura, ma è anche capace di grandi slanci d’affetto (che la Watson avrebbe meritato anche qualche prestigioso riconoscimento, oltre alle sole nomination?).

Il motore della storia si innesca con l’arrivo nelle vite di Liesel Rosa ed Hans, di Max Vandenburg (interpretato sorprendentemente dal 24enne Ben Schnetzer). Con la presenza di Max, Liesel “dalla pelle bianca” accentua ancor più la sua curiosità, ponendo domande ed instaurando col ragazzo un legame profondo e intenso, che durerà per moltissimo tempo nonostante le evoluzioni storiche.

E sulla descrizione della ragazza, rispunta nuovamente fuori il brano del Secondo Rubino, che si fa più vivido e presente, riecheggiando sui personaggi di Liesel, Max e del Narratore in particolare, soprattutto per il secondo finale spiazzante agli occhi dello spettatore. Nonostante il brano del cantautore tarantino non faccia assolutamente parte del film e quindi risulta solo come  il frutto di un nostro bizzarro e bislacco accostamento, per descrivere alcuni passaggi storici ed alcuni comportamenti dell’animo umano, la musica – anche quella più contemporanea – è in grado, anche a sua insaputa, di spiegare meglio di qualsiasi altra parola ciò che vedono gli occhi e ciò che sente il cuore.

È un film questo di Percival da non perdere, così come da non farci scappare è la genialità musicale e teatrale di Renzo Rubino (La fine del mondo: http://www.youtube.com/watch?v=CNBjBk_E6dY)

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