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Il bagaglio a mano di Romagnoli: rinunciare al superfluo e accogliere il cambiamento

Il viaggio come metafora della vita e il bagaglio a mano la misura di ciò che di astratto e concreto vale la pena portare con sé. Per viaggiare leggeri. E realmente felici

bagaglio a mano

Solo bagaglio a mano, agile libro dello scrittore e giornalista Gabriele Romagnoli

«Da giornalista faccio una cosa che lascia interdetti molti. Durante le interviste non registro e non prendo appunti. Una volta tornato a casa o in albergo, solo allora apro un taccuino e scrivo parole, una per ogni concetto o frase che intendo riportare. Mi affido alla memoria come selezione: quello che non trattiene, evidentemente non valeva la pena di essere riportato»

 

Avete mai bevuto una birra con qualcuno che ha visitato quasi ottanta paesi e abitato in quattro continenti? Perché Solo bagaglio a mano è soprattutto questo: una chiacchierata al pub con il suo autore, Gabriele Romagnoli. Il volume – che si legge in un volo Bruxelles-Roma, se non soffrite di aviofobia- è stato definito un manuale, un self-help, una raccolta di lezioni. In realtà è più una conversazione essenziale – l’autore si rivolge al suo lettore usando la seconda persona – dopo un primo giro di birra alla spina. Un dialogo che comincia con le istruzioni per un bagalio a mano perfetto e che scorre veloce verso riflessioni che ti sollecitano a ripensare alla tua vita già dal tragitto che farai per tornare a casa.

Romagnoli illustra perché sarebbe meglio non riempire la valigia della nostra esistenza con oggetti voluminosi. Meglio portare con sè l’essenziale, lasciarsi alle spalle amicizie, ricordi, cose superflue. Argomenta perché la sconfitta e l’abbandono del sentiero più battuto possono evolversi in un’inaspettata possibilità («Il più delle volte ho trovato quel che cercavo quando mi sono perso», come racconta Tony Wheeler, ideatore delle Lonely Planet). E, sopratutto, invita a diventare “bersagli mobili”, come quelli che l’autore ha incontrato per la prima volta in Ruanda, durante la guerra civile: persone che camminavano a passo svelto per non essere abbattuti dai cecchini che infestavano la capitale Kigali. E bersaglio mobile è chi viaggia per imparare, si trasferisce, cambia lavoro, certezze, prospettive e obiettivi: «oggi sei questo, sei qui. Domani potresti voler provare a essere altro e altrove. Portando con te chi conta e quel che conta». Chi è flessibile – chi si sposta col solo bagaglio a mano- diventa un bersaglio difficile da colpire per il destino.

Il nucleo del volume può essere sintetizzato con un anglicismo usato da Gabriele Romagnoli nel settimo capitolo (titolo: zavorre, ça va sans dire): less is more e more is less. Zavorra è un invito che possiamo rifiutare, una promozione che rincorriamo solo per soddisfare il nostro ego e il nostro conto in banca, le decine di amici su Facebook e nella rubrica del cellulare che non contattiamo da anni. E zavorra è anche un ego troppo ingombrante, che eccede lo spazio che ci è stato dato nel mondo. Essere e non avere, abbandonare un luogo di lavoro dove ci si azzuffa per avere una gratifica, «abituarsi al meno e, addirittura, al senza». “Meno”, “Senza”, parole che spaventano ma che vogliono anche dire abbandonare gli ingombri ed essere pronti per nuove possibilità.

Un capitolo che come il resto del libro scorre con un linguaggio conversativo, tra citazioni (il poeta Kavafis e i saggisti Thomas Stewart e Francine Jay, ma anche Muhammad Ali) e argomentazioni eclettiche che spiegano ad esempio il danshari, termine giapponese che indica l’imparare a separarsi dal desiderio di possesso. Senza dimenticare incontri personali, come quello con Nicky Vreeland – promettente fotografo newyorkese, di ricchissima famiglia, che ha mollato tutto per diventare sacerdote buddista- o con Meghan Hanika che gestisce un negozio dell’usato a Soho.

 

(Gabriele Romagnoli, Solo bagaglio a mano, Feltrinelli, 2015, pp.87, 10€)

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