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“Nel Legno il tuo Nome” – Intervista a Gianluca Paolisso

Gianluca Paolisso, giovane scrittore e attore italiano, è già noto ai lettori di Pauranka (si vedano l’intervista e la recensione al suo primo romanzo, Saffo); in occasione dell’uscita di un nuovo libro, Nel Legno il tuo Nome (qui la recensione), abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con lui per saperne di più sull’avvincente storia dell’uomo dal vestito bianco…

GP

Come nasce l’idea di un romanzo in cui la storia dei singoli si inserisce nel più ampio intreccio della grande Storia? Quanto influiscono, dal tuo punto di vista, le azioni individuali sul corso degli eventi?

Nel legno il tuo Nome nasce nella mia mente e poi sulla carta come un romanzo corale: nelle sue trame agiscono e si dispiegano tanti personaggi, ben strutturati o fugaci al pari di sprazzi di colore su un fondo nero, e proprio per questo ancor più evidenti all’occhio del lettore. Una piccola frangia di umanità muove i propri passi sullo sfondo della Storia, e in qualche modo modifica la Storia semplicemente vivendola nelle sue bellezze e atrocità. Credo che le azioni individuali possano scalfire i contorni del reale, nel bene e nel male: si tratta in fondo di un processo inarrestabile, connaturato alla natura umana e già analizzato dai grandi filosofi dell’antichità. Tutto ciò che vediamo è in perenne movimento, il nostro mondo viaggia, gira su sé stesso: come potremmo noi restare immobili? Anche se in certi casi sarebbe giusto fermarsi e respirare, credo che il nostro destino sia correre come le stelle, da una parte all’altra del cielo, se possibile privi della paura di consumarci.

Il contesto storico che fa da cornice a Nel legno il tuo nome è quello in cui prendono piede il nazifascismo e la persecuzione nei campi di concentramento: la pagina più buia della storia dell’umanità; tu sei riuscito ad attraversarla con delicatezza estrema rievocando una tragedia che nasce dall’oblio della memoria, dall’aver dimenticato il primo principio sul quale dovrebbe fondarsi ogni vita. Quello dell’uguaglianza. Ma proprio sulla memoria si sorregge l’intera impalcatura del tuo romanzo. Quanto conta, quindi, la forza del ricordo?

Elizabeth, la protagonista femminile del romanzo, afferma che «fin quando sapremo pronunciare il nostro nome, anche l’Inferno apparirà una cosa buffa». L’umanità ha spesso dimenticato e dimentica tuttora il proprio nome, ma credo che nessuna negligenza in tal senso abbia mai portato una barbarie paragonabile all’Olocausto. Eppure bisogna stare in guardia: ricadere nell’orrore e nella cecità è più semplice di quanto si pensi, se lasciamo sfuggire la memoria dalle nostre menti. La  memoria non è solo ricordo, ma anche futuro. Vorrei che nel mio futuro non scorresse nemmeno una goccia di sangue, e che l’Inferno divenisse sul serio un qualcosa di cui ridere, burlarsi, un bambino indifeso del quale sarebbe assurdo avere paura. Chiamo tutto questo ” l’auspicabile utopia!”.

Quella che racconti è, prima di ogni cosa, la storia di un amore. Un amore messo a dura prova dalle circostanze ma che riesce a sopravvivere per anni e anni nella mente e nel cuore di un uomo. Quanto può essere reale un’illusione? E quanta verità può esserci nella follia?

Nella follia alberga una verità che supera ogni immaginazione. Dopo oltre un anno di studio per l’interpretazione del “mio/nostro” Quasimodo ne LA CATTEDRALE (Spettacolo teatrale liberamente tratto da Notre Dame de Paris di V. Hugo e da L’Opera da Tre Soldi di B.Brecht, per la Regia di Roberta Costantini), ho compreso fino in fondo quanto la vita sia densa di colori invisibili ai cosiddetti “normali”, in quanti modi si possa vedere e immaginare la realtà, come si possa modellarla e allo stesso tempo deriderla. Il mio Quasimodo è deforme nell’anima e non nel corpo, eppure questa condizione non altera la sua bellezza, anzi la esalta e la rende in qualche modo immortale.

In Nel legno il tuo Nome la follia è il motore, il combustibile, la linfa che scorre nelle vene dei personaggi ma anche nei luoghi, negli scorci, nelle strade ove essi camminano. Ogni più piccola parte di questo mondo assume contorni labili, indefinibili, e alla fine dell’ultima riga molto probabilmente il lettore si chiederà cosa sia stato reale e cosa no di tutto ciò che ha letto. Una domanda lecita, alla quale solo lui potrà dare una risposta … di certo sarà diversa da qualunque altra. 

In questa interpretazione delle cose ovviamente rientra a pieno titolo il sentimento d’amore, e qui porgo un paio di domande forse provocatorie a te, cara Francesca, e a tutti i lettori di Pauranka: davvero l’amore è scevro da ogni tipo di illusione? Può l’amore durare per sempre nel nostro cuore senza una buona dose di follia? Può l’amore vivere, se il nostro sguardo si ferma al solo viaggio del reale così come pensiamo di percepirlo? Non ho trovato una risposta degna a tutte queste domande, ed è forse la prima ragione per la quale continuerò a scrivere, per non smettere mai di cercare.

Sergio è un professore di letteratura, Elizabeth un’incantevole e talentuosa circense: un incontro fra due mondi diversi, ma entrambi affascinati dell’estrema bellezza dell’arte, un mondo in cui non esistono barriere o confini. L’arte, come l’amore, diviene collante universale?

Sergio ha solo due strumenti per rendere l’Arte concreta ai suoi occhi: i libri e una fervida immaginazione. Eppure non basta … ma ecco che arriva Elizabeth! Un miracolo, l’Arte che si fa corpo e sguardo, proprio ciò che il Professore di Lettere aveva cercato per tutta la vita. Eppure neanche questo basta … perché davanti a quella ragazza dal vestito bianco muore ogni parola o pensiero. Tutto muore di fronte all’azzurro dei suoi occhi, nessun Poeta potrà mai raccontarlo. Ecco allora che Arte e Amore si fondono in un abbraccio, e due mondi inizialmente così distanti si scoprono gemelli, destinati a divenire un’unica realtà. Credo che immaginare un simile amore sia parte fondante della mia ricerca di uomo e scrittore: mi piace pensare che possa esistere, nascosto chissà dove, e che descriverlo in una storia possa aiutarmi a scovarlo, un giorno o l’altro. Penso che scrivere, così come amare, sia in fondo una grande speranza.

 

All’interno del romanzo un tema essenziale risulta essere quello del tempo, il suo scorrere inesorabile ma anche la sua permanente fissità. Secondo te, la sua vera essenza è un compromesso tra i due estremi?

Credo che la risposta migliore a questa domanda la fornisca Mochè, uno dei personaggi principali del romanzo. Giunto all’età della vecchiaia, ha adottato una strana quanto simbolica abitudine: distruggere un orologio all’anno. Quando gli si chiederà il motivo di questo gesto risponderà: «Ti ho confessato l’illusione di un povero vecchio: il folle tentativo di fermare il tempo con un gesto,spezzare con un colpo di martello i suoi ingranaggi, e poi ridere dell’ennesimo fallimento. Ad ognuno la propria follia!». Credo che il tempo descritto in queste pagine sia un complesso intrico di ingranaggi, un meccanismo artificiale nel quale l’occhio umano può facilmente perdersi, un treno in corsa  su binari infiniti: si fermerà in un dato punto della storia, ma solo per pochi attimi. Credo che il tempo non ami decretare troppo spesso la sua assenza dalle cose.

 

Tra guerra e persecuzione, amore e dolori, bugie e verità, si staglia sullo sfondo il magico rapporto tra un nonno disilluso dalla vita e una nipote che a quest’ultima si affaccia con la curiosità tipica della giovinezza. Come rendi possibile una così forte alchimia tra due età così apparentemente distanti?

Anna torna nel suo paese natìo per cercare delle risposte che fino a quel momento le erano state negate: solo il nonno potrà assolvere questo compito. E lo fa con una storia “antica”, sospesa tra paesaggi incontaminati e i colori sgargianti di un tendone da Circo. Il loro rapporto mi porta indietro nel tempo, quando il padre di mio padre mi raccontava con voce flebile alcuni capitoli della sua vita: il salto notturno in una villa abbandonata ma colma di libri, la deportazione in Grecia, la salvezza che nasce dalla cultura … tutto questo ritorna nei tratti di Sergio,  il nostro famoso Professore di Lettere. Credo che i giovani debbano affacciarsi dalla finestra del passato, osservarlo con rispetto e comprendere quanto esso influenzi il nostro presente e forse anche il futuro. Alla base di ogni rapporto nonno/a  – nipote c’è, a mio parere, una frase emblematica del Vecchio Testamento: «Onora la faccia del Vecchio». Assodato questo l’età diviene una futile differenza.

            

Nel libro, l’amicizia, il rispetto, la premura verso gli atri e la condivisione del dolore sono lampi di luce che rischiarano un mondo devastato dal disprezzo e dalla più cieca indifferenza; credi che tutto questo possa ancora trovare posto nella nostra realtà quotidiana o l’individualismo imperante mette in secondo piano l’importanza di tali valori?

Mi duole rispondere che non solo i valori di cui sopra sono passati in secondo piano, ma sono stati quasi del tutto oscurati. Gli autori di questo “disegno” sono bravi, non c’è dubbio, ma proprio il loro operato provoca la nascita di una funzione civile dello scrittore, dell’attore: le parole e i gesti contribuiranno a ridestare le coscienze, e di conseguenza tutti i valori persi in questa crudele macchina”dell’uomo mangia uomo”. È una goccia d’acqua nell’oceano, ma non mi preoccupo: come descritto nel romanzo, anche il mare infinito lo si può intrappolare in un paio di occhi!

 

Concludiamo con una domanda di rito: hai nuovi progetti in cantiere?

Tra i miei desideri c’è il ritorno ad un romanzo storico che racconti un passaggio cruciale della storia antica, l’alba di un nuovo mondo, per così dire. Ma è solo una speranza, niente di fattivo per ora. Nel frattempo continuo i miei viaggi sui palcoscenici italiani ed esteri, nella speranza che il pubblico accolga, come fortunatamente è stato fino ad ora, il mio lavoro con un forte battito di mani.

Prima di lasciarvi credo sia doveroso esprimere un GRAZIE infinito a tutta la Redazione di Pauranka e ai lettori che così numerosi hanno seguito i nostri precedenti “incontri”: oramai con voi mi sento a casa! Grazie di cuore, spero di poter tornare presto in vostra compagnia. E mi raccomando: fate che la follia continui ad accompagnarvi!

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