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Le cose che non so di te: solitudini e riscatti

Christina Baker Kline dà voce a solitudini imposte, dure, ingiuste. Un romanzo toccante che approfondisce le dinamiche di bambini orfani, che crescono più in fretta del previsto e che non smettono mai di sognare, a forza di profonde ferite interiori, per trovare un degno posto nel mondo

Le cose che non so di te

Chiamatelo caso, chiamatelo destino, chiamatelo come volete quel qualcosa – già stabilito o meno – che regala vite tendenzialmente felici, tendenzialmente tristi o una via di mezzo. Quella de Le cose che non so di te, però, non è solo una storia di esistenze complesse o idilliache, è una vicenda che intreccia presenze reali ai fantasmi, come si legge nel prologo:

“Io credo nei fantasmi. Sono loro che ci perseguitano, le persone che ci hanno lasciato. Molte volte nella vita li ho sentiti intorno a me, che mi osservavano, testimoni di ciò che nessuno al mondo sapeva o voleva sapere”.

Una storia di confronti. Generazionali e personali. È così che la Baker Kline incrocia i destini di due donne con un trascorso simile. L’una è Vivian, una 91enne irlandese emigrata in Usa alla fine degli anni ’20 del Novecento, che vorrebbe fare pulizia nella sua mansarda; l’altra è Molly, una ragazza problematica non ancora maggiorenne che, con l’intento di aiutare Vivian, trova una via di fuga dalle ore da scontare presso i servizi sociali  in seguito a una bravata.

La mansarda diventa luogo di incontro e di confidenza per le due donne. Ogni scatolone aperto contiene oggetti di cui sembra impossibile sbarazzarsi: ciascuno rievoca affascinanti quanto dolorosi flashback. Così Vivian si racconta e Molly ascolta con estrema attenzione, ricucendo sulla sua pelle tutte quelle vicissitudini drammatiche, che in parte sono anche sue. Un’esistenza tragica, la loro: segnata dalla prematura scomparsa dei genitori. Tracciata, poi, da accoglienze in famiglie non sempre felici. Bambine già donne ogni volta che alle perdite si sommavano i vuoti e le conseguenti esperienze sfortunate con le quali fare i conti.

“È penoso per una bambina sapere che nessuno la ama né vuole prendersi cura di lei, o guardarle le spalle. Mi sento dieci anni in più addosso. So troppo; ho visto il peggio delle persone, il loro lato più disperato ed egoista, e questa consapevolezza mi rende diffidente. Così sto imparando a fingere, sorrido e faccio sì con la testa, fingo una simpatia che non provo. Sto imparando a mimetizzarmi, a sembrare come tutti gli altri, anche se dentro sono a pezzi”.

Le cose che non so di te è un libro intenso, profondo come gli abissi che solo certi vuoti lasciano. L’eco delle storie, che intrecciano sapientemente passato e presente, e una scrittura sempre molto incalzante – soprattutto da metà libro in poi – tengono il lettore incollato alle pagine scritte dalla Baker Kline.

Vi attende una storia spiazzante, fatta di metamorfosi e crescita all’interno di una “via crucis” dove solo il cambiamento del proprio nome ne scandisce le diverse tappe. Così Niamh diventa Dorothy e poi Vivian. Un’attuazione necessaria, forse, se ripensiamo anche alle parole di Emil Cioran, che diceva: “Si dovrebbe cambiare nome dopo ogni esperienza importante“.

Christina Baker Kline, Le cose che non so di te, Firenze, Giunti, 2013.

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