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Lo strano caso della vicina uccisa nel primo pomeriggio: intervista a Marilù Oliva

«Non importa che tu creda in qualcosa di ultraterreno o no, alla vita ci devi credere per forza: ci sei finita in pieno, come se ti fossi svegliata nel bel mezzo di una tempesta, volente o nolente questi venti ce li dobbiamo beccare. Quindi basta rovinarla, questa vita, goditi le stelle quando si vedono e portala avanti sopravvivendo meglio che puoi, tanto prima o poi passa.»

Roma offre uno dei suoi migliori pomeriggi in questi giorni di metà autunno, vestendosi a festa per segnare indelebilmente gli occhi e le menti di chi, non soggiornandovi stabilmente, passa per le sue vie in veste di turista o di semplice ospite. In uno di questi pomeriggi, Roma ha deciso di accogliere la presentazione di un libro che non parla di lei né della sua clemenza novembrina, ma che grazie alla sua bellezza sta conquistando i lettori di tutta Italia; ha deciso di accogliere, difatti, la presentazione de Le sultane della scrittrice bolognese Marilù Oliva, avvenuta presso la libreria IBS di via Nazionale.

Le sultane sono le protagoniste un romanzo insolito, originale e multiforme, che viene gettato come una secchiata di acqua gelida – al contempo sconvolgente e rigenerante – sul corpo stanco della letteratura italiana contemporanea. È la storia di tre amabili vecchiette che albergano in una casa popolare sita in via Damasco, a Bologna, le cui esistenze – marchiate dai dolori e dalle gioie quotidiane – vengono turbate dall’irrequietezza di una giovane vicina. In un susseguirsi vorticoso di eventi, la loro occupazione principale si troverà ad essere, dalla accanita partita serale di scala quaranta di un tempo, la gestione di un involontario omicidio commesso da una di loro…

Marilù Oliva, oltre ad essere una scrittrice dotata di una forte fantasia e di una penna elegantissima, è anche una persona affabile e cortese. E cortesemente, appunto, ci ha concesso un’intervista che ci ha dato modo di comprendere ancora meglio i messaggi del libro, così come di decifrare la società odierna.

Il tuo esordio letterario è segnato dalla creazione del personaggio di Elisa Guerra, soprannominata Guerrera, alla quale hai dedicato una trilogia. Un personaggio giovane, scattante, combattivo e avvezzo alla frequentazione di locali notturni. Il tuo ultimo nato, Le sultane appunto, ha invece come protagoniste tre vecchiette bolognesi, tutte dedite alla casa e alla loro famiglia. A cosa è dovuto questo repentino cambio focale? Cosa accomuna la Guerrera a Wilma, Mafalda e Nunzia?

Il passaggio è avvenuto perché il ciclo della Guerrera era chiuso. A me piace molto sperimentare, mi piace attraversare terreni che non possiedo completamente. Eppure, qualcosa in comune tra le due esperienze c’è: a parte l’ambientazione bolognese – ma è una Bologna di periferia, simile a molte altre periferie italiane –, di fondo c’è la comune inquietudine, l’insofferenza per una vita da cui tutte e quattro rimangono inappagate, che genera poi il momento della ribellione. La Guerrera ce l’aveva nel nome, la rivolta, mentre invece queste tre donne anziane sono abbastanza rassegnate, salvo poi il verificarsi di un qualcosa che rimette tutto in discussione: allora si ribellano anche loro.

 

La tua narrazione della vecchiaia è molto particolare, veramente originale nel panorama letterario italiano. Da un lato fai dire a Wilma, più di una volta, che si tratta di una stagione di rassegnazione e solitudine. Poi però mostri la stessa ultrasettantenne protagonista alle prese con il culto della propria femminilità e sensualità (ama rimirarsi allo specchio indossando la guêpière, ad esempio), così come Nunzia costringe ad un rapporto carnale l’aitante Bubi. Che cos’è veramente la vecchiaia?

Di sicuro la vecchiaia non è quella che ci propina la televisione, la pubblicità: ci viene presentata una vecchiaia stereotipata, le donne anziane sono sempre riproposte o come le signore sbianca-panni, o come le testimonial di pannoloni e dentiere. È sicuramente un’età di solitudine, ma non solo; dipende da come la si vive. Ed è questa, in fondo, la grandezza delle tre donne del romanzo: la solitudine fa parte delle loro vite, in alcuni momenti sembra che gliene capitino di tutti i colori, ma sanno insorgere. Con questo libro vorrei pennellare di una nuova luce la vecchiaia, evitando ad ogni modo una deriva idilliaca: c’è comunque una fetta di anziani, in Italia, che soffre molto, e difatti nel romanzo tutto ha origine dal disinteresse della società, dell’Acer in particolare [l’ente che, a Bologna, gestisce le case popolari; ndr], per la loro condizione; loro si fanno giustizia da sole alla fine, perché nessuno le aiuta.

 

La tua scrittura è dotata di straordinaria levità e sensibilità: riesci ad affrontare tematiche importanti e drammatiche in maniera profonda, ma mai perdendo il giusto equilibrio stilistico. Tra gli argomenti principali del romanzo c’è quello dei rapporti familiari, della loro indissolubilità ma anche della loro fragilità, e accade anche che i genitori delusi cerchino dei figli sostitutivi, così come il contrario, per colmare un evidente vuoto affettivo.

Credo che questo tema, quello dell’incomunicabilità tra genitori e figli, sia universale: tranne pochissimi fortunati, tocca tutti. Ciò non vuol dire che manchi l’affetto tra di loro, a mancare è proprio un canale di comunicazione. Wilma e la figlia Melania, ad esempio, giocano a rincorrersi per tutto il romanzo, sembrano cane e gatto, tuttavia c’è la voglia reciproca di inseguirsi: tra di loro c’è molto amore, quindi. Questo romanzo, secondo me, parla molto tra le righe non solo del dolore di essere genitori – di cui Wilma, che ha perso un figlio, è portatrice assoluta –, ma anche di quello di essere figli – e Melania ne mostra i segni evidenti –: basta pensare ai sensi di colpa, all’inadeguatezza che si può provare nel non corrispondere alle aspettative dei genitori, ai giochi di ruolo con i fratelli per contendersi le attenzioni dei genitori; Melania voleva un gran bene al fratello Juri, ma quando lui è morto ha occupato uno spazio enorme nel cuore della madre, cosicché Melania si è sentita esclusa. Il messaggio che volevo dare, visto che c’è inevitabilmente molto amore tra genitori e figli, è che una via per riunirsi, per comunicare la si può trovare sempre.

 

In tutto il romanzo si scorge una chiara volontà di far saltare i punti fermi del romanzo noir. Difatti, conosciamo sin dall’inizio l’identità dell’omicida e addirittura parteggiamo per questi invece che per la vittima; a commettere il reato sono tre insospettabili vecchiette; l’atmosfera generale, lungi dall’essere cupa, è molto comica.

Questa struttura fa parte della natura sperimentale del romanzo. Al livello strutturale dei capitoli c’è un’alternanza tra sezioni in prima persona e sezioni in terza: la prima persona crea empatia, la terza consente l’onniscienza. Al livello della struttura narrativa, la trama è stata molto studiata. Questo romanzo non si riesce a classificare: ha una sfumatura noir (tutto ruota attorno ad un omicidio), sia nelle atmosfere che nella lingua adoperata; c’è però anche la commedia, l’umorismo; ci sono, infine, due o tre picchi molto drammatici. Forse la definizione più calzante dell’opera è quella data da Brunella Schisa sul «Venerdì di Repubblica», che ha parlato di commedia nera.

 

E come mai è proprio Wilma a parlare in prima persona?

Ah, facile! Wilma è la mia preferita. In lei c’è qualcosa della mia mamma, nella sua generosità soprattutto: forse per sentirla più vicina le ho dato direttamente la parola.

 

Tu sei stata curatrice e coautrice di una raccolta di scritti, Nessuna più, dedicata al tema del femminicidio e della violenza sulle donne. Ne Le sultane la questione non viene affrontata direttamente, ma compare in filigrana attraverso il personaggio di Casimiro, il fratello alcolista di Nunzia, che una volta l’ha picchiata e che ha fatto più di una avance alla giovane nipote. In generale, i personaggi maschili di questo romanzo non sono positivi; al contrario, c’è molta più complessità nelle figure femminili.

Sollevo sempre, nei miei romanzi, la questione della violenza sulle donne, come ad esempio si vede nel secondo episodio della trilogia della Guerrera, Fuego, dove tratto di un giro di prostituzione. Sono molto legata a questa tematica. I proventi di Nessuna più vengono devoluti al Telefono Rosa. Purtroppo in Italia non si fa molto al riguardo, specie in ambito preventivo e culturale, che secondo me è il terreno su cui bisogna battere di più.

 

Ci sono importanti valutazioni sul tempo in questo romanzo, in particolar modo attraverso le considerazioni che di volta in volta fa Wilma. È soprattutto l’omicidio di Carmela a farla riflettere, tanto che le fai pensare:  «La gente simula superpotenza. Le basta poco per crederci davvero – qualche soldo, qualche conferma, qualche seduzione – e l’illusione è bella e servita. Ecco la più grossolana farsa dell’uomo: che il sempre gli appartenga».  È una prerogativa della società odierna vivere in questa illusione di immortalità, di eterno presente?

 Assolutamente sì. Se pensi ad esempio al Medioevo, all’epoca la vita veniva considerata come un momento di passaggio per l’aldilà; adesso, invece, ci stiamo troppo fossilizzando sui concetti di giovinezza, di bellezza, di eternità. È evidente anche dalle saghe letterarie e cinematografiche in voga oggi, piene di vampiri e non morti. C’è il miraggio dell’eternità, ma se veramente fossimo eterni, probabilmente ci stancheremmo di noi stessi. Anche la visione della vecchiaia è mutata nel tempo: basta pensare al Senato romano e a tanti altri istituti dove i vecchi venivano considerati come dei depositari di saggezza. Ora, al contrario, sono degli impicci, danno fastidio.

 

Progetti futuri?

 Non ti anticipo niente per scaramanzia, però posso dire che Le sultane farà parte di un ciclo collegato dal leitmotiv del tempo.

 

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