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Il silenzio del mare, una essenziale riflessione sul male

Un libro che scava e lascia qualcosa nel fondo, quello dello scrittore parigino Vercors Diffuso clandestinamente in Francia durante l’occupazione nazista

«Per me il libro deve prenderti a schiaffi. Se non ti lascia dentro qualcosa instillato in profondità, se non ti tiene sveglio di notte e non ti cambia la giornata, non vale la pena di leggerlo». Parole di Andrea Tarabbia in un’intervista pubblicata da Linkietsa il 12 ottobre di un anno fa. Un interessante pezzo di Andrea Coccia che partendo dal romanzo Il giardino delle mosche finisce per diventare una riflessione sul Male, su come lo percepiamo e sulla funzione della letteratura.

Nell’intervista l’autore del Demone a Beslan cita tra gli altri Il silenzio del mare, romanzo breve (o racconto lungo) dello scrittore parigino Vercors, diffuso clandestinamente in Francia durante l’occupazione nazista. È una di quelle letture che rientra nella categoria di cui parla Tarabbia: quella dei libri che scavano lasciandoti qualcosa nel fondo.

Essenziale la trama: una famiglia francese – zio e giovane nipote– è costretta ad ospitare in casa propria Werner Von Ebrennac, ufficiale tedesco, milite di un regime diventato il male assoluto. Zio e nipote non rivolgono la parola all’ospite che invece quasi ogni sera si lascia andare a una specie di monologo in cui confessa ai due la sua passione per la Francia, la musica (è un compositore) e la letteratura («Per gli inglesi si pensa in un attimo: Shakespeare. Per gl’italiani Dante […] Ma se si dice: e la Francia? Allora, chi si leva istantaneamente? Molière? Racine? Hugo? Volteaire? Rabelais? O chi altro?»).

Attorno a lui c’è il silenzio dei padroni di casa. Un silenzio denso ma che mostra crepe sempre più strutturali con il trascorrere delle pagine. Qui ha origine la fulminante riflessione sul male e la sua stessa percezione. Il tedesco è il nemico ma quello che zio e nipote hanno di fronte è un giovane dai bei lineamenti e dai modi eleganti. Colto, elegante, ammiratore della Francia e dei suoi monumenti letterari. Parla dell’invasione tedesca come del matrimonio tra le due nazioni, unione che diverrà la base per la futura grandezza di entrambe. Ecco allora lo zio impensierito quando Werner rincasa più tardi del solito e per la nipote diventa sempre più difficile non guardarlo e non parlargli. I due si affezionano a questo giovane nazista. La ragazza quasi se ne innammora.

E con loro, anche noi lettori alla fine del libro percepiamo il male in maniera diversa. Non blocco monolitico ma materiale poroso, permeabile e complesso. Werner non è un sanguinario soldato ma un musicista e fine lettore. È un animo gentile, prima di tutto. E se le cose stanno così, diventa ben più difficile separare il bene dal male. Ne consegue che anche i nostri vicini, i nostri colleghi, i nostri amici e persino noi possiamo contenere al nostro interno germi di una mala pianta.

A questo serve la letteratura: come conclude Andrea Tarabbia nella stessa intervista: «La lettura come consolazione, come tranquillizzante occupazione del tempo libero, a me non interessa per niente […]. Io, che leggo tanto, leggo tra gli 80 e i 100 libri all’anno. Al momento ho 37 anni, mettiamo che mi vada bene e che ne viva altri 50. Sono 5.000 libri, non sono tanti. A me l’idea di leggermi cazzate consolatorie non mi va».

Il silenzio del mare, di Vercors. Einaudi, 2015, 9,50€

 

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